Repubblica o monarchia? Il voto nelle regioni

L’Italia che si presentò al voto nel giugno del 1946 per decidere tra monarchia e repubblica era un Paese diviso non solo dalle sue ultime vicissitudini belliche, ma anche da sensibilità politiche differenti che in parte possiamo riscontrare ancora oggi.

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Così la scelta tra monarchia e repubblica racconta prima di tutto un’Italia divisa tra Centro-Nord e Sud. I cittadini dell’Italia centro-settentrionale votarono in maggioranza per la repubblica (a Trento si registrò il dato più alto a livello nazionale: 85%). Quelli dell’Italia meridionale e insulare mostrarono invece un forte attaccamento alla corona sabauda, specialmente nella provincia di Napoli (dove la repubblica ottenne solo il 21,1% dei voti complessivi).

La differenza può essere spiegata prima di tutto con l’occhio rivolto ai fatti più vicini al voto: l’Italia centro-settentrionale aveva appena vissuto l’invasione tedesca e la guerra civile, e si era sentita abbandonata dal re, fuggito da Roma a Brindisi dopo l’armistizio del ’43; l’Italia meridionale dal canto suo non aveva subito le stesse lacerazioni di quella centro-settentrionale e quindi, pur nella miseria e distruzione della guerra, continuò a provare dedizione per la figura del sovrano, il quale si rifugiò proprio al Sud, mantenendo la propria carica grazie al riconoscimento degli Alleati, che nello sbandamento generale del Paese compresero la convenienza di non detronizzare Vittorio Emanuele III, rimasto ormai uno dei pochissimi punti di riferimento istituzionale (se non l’unico).

Con l’eccezione di Trento (che tramite il voto repubblicano esprimeva forti desideri di autonomia) le regioni più repubblicane d’Italia furono Toscana, Emilia, Marche, Umbria, non a caso le stesse che nei decenni successivi fornirono più voti ai partiti di sinistra. Le ideologie di ispirazione socialista, per evidenti ragioni, non si sposavano affatto con la tradizione e la simbologia monarchiche.
Ma i dati regionali raccontano anche altre realtà, che affondano le proprie radici in sensibilità politiche maturate nel corso dei secoli. Così il Piemonte fu la regione centro-settentrionale meno repubblicana, per via del suo storico legame con la casata dei Savoia. Venezia e Genova invece, che vissero per lunghi secoli l’esperienza repubblicana, mostrarono molte meno simpatie per la monarchia. Napoli e tutto il meridione non conobbero mai la repubblica nella propria storia, se non in brevissimi e transitori frangenti (come quello della Repubblica napoletana del 1799). La fedeltà ai Savoia dei meridionali si spiega dunque anche con una propensione storica alla forma monarchica, che da lunghissimi secoli, sotto dinastie e casati differenti, aveva sempre retto quelle terre.
L’Alto Adige e la Venezia Giulia (i cui destini nazionali non erano ancora stati decisi) non votarono.

I dati complessivi raccontano un Paese dove nonostante tutto la corona sabauda mantenne un forte riconoscimento a livello popolare. Lo scarto tra repubblica e monarchia non fu affatto netto, tanto che ancora oggi tiene banco la tesi dei brogli elettorali a favore della repubblica.
Sicuramente la forma repubblicana era più capace di interpretare il desiderio di rinnovamento nazionale e le nuove istanze democratiche. La monarchia infatti risultava compromessa dal suo rapporto col fascismo.
Molti italiani però vedevano nel re una figura super-partes, estranea alla politica e come tale più capace di incarnare l’unità del Paese rispetto ad un qualsiasi rappresentante scelto dai partiti con un mandato a termine. Una larga fetta della popolazione era poi affascinata dalla tradizione e dall’aspetto quasi religioso dell’istituto monarchico. Tantissimi inoltre non dimenticavano che erano stati i Savoia a unire l’Italia e vedevano dunque in essi il collegamento ideale con l’Italia risorgimentale e i suoi valori.
Non va dimenticato che Benito Mussolini si vide impossibilitato a disfarsi del re e della monarchia, il che a ben pensare è davvero una circostanza singolare in una dittatura, che di regola non conosce figure istituzionali più alte del dittatore. Quando Adolf Hitler visitò Roma nel 1938, riferendosi a Vittorio Emanuele III disse al duce queste parole: “Perché non te ne liberi?“. Il fascismo però  – a differenza di altre dittature – dovette fare i conti col larghissimo consenso popolare di cui godeva il re, e si vide costretto, per non inimicarsi l’opinione pubblica, a mantenerlo nella propria carica (ma quando ebbe l’opportunità di costituire un proprio Stato scelse con la RSI la forma repubblicana).

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“La morte della patria”, Ernesto Galli Della Loggia

morte patria

L’espressione “morte della patria”, dal sapore tragico e dalle implicazioni radicali, si legge per la prima volta nel De profundis di Salvatore Satta del 1948: “La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo“. A questa citazione è ispirato il titolo del pamphlet di Ernesto Galli Della Loggia, secondo il quale la crisi dell’idea di nazione in Italia ha avuto inizio con l’umiliante sconfitta militare patita nell’ultima guerra mondiale: l’armistizio dell’8 settembre – seguito dal crollo dell’intero apparato statale italiano e dall’occupazione del suolo patrio da parte di eserciti stranieri – avrebbe infatti rappresentato un durissimo colpo ad ogni successiva costruzione politica incentrata sull’ideale di patria, qualunque essa fosse. Quel concetto di nazione che risaliva ai tempi del Risorgimento ed aveva segnato la vita pubblica dello Stato unitario fin dalla sua creazione risentì grandemente degli eventi del ’43-’45, che furono da molti vissuti come la dolorosa rivelazione di una fino ad allora inconfessabile debolezza morale del popolo italiano. A livello politico, questo scoramento collettivo non poteva non tradursi nell’affermazione di schemi e dottrine che prescindessero dal concetto di nazione o che quanto meno non ne facessero un proprio punto centrale. Non a caso le due principali ideologie del dopoguerra italiano furono di ispirazione internazionalista: il cattolicesimo politico della Dc e il marxismo del Pci. L’idea di patria restava in entrambi i casi ai margini.

Strettamente legate alla “morte della patria” sono inoltre alcune rilevanti questioni storiche mai sufficientemente indagate, che riguardano da vicino le origini della nostra Repubblica. In particolare, l’autore dedica un’approfondita riflessione sulle difficoltà incontrate fin dal dopoguerra dalla nostra Resistenza a fungere da matrice di una nuova identità nazionale che potesse in qualche modo cancellare l’onta della sconfitta militare e ricostruire su basi democratiche un sentimento comunitario e civile, oltre che una memoria storica accettata e condivisa. Nonostante i molti sforzi compiuti dalla storiografia tradizionale per raffigurare la Resistenza come un evento di riscossa patriottica, i fatti testimonierebbero in realtà un movimento resistenziale fortemente diviso al suo interno per divergenza di valori politici e di obiettivi, privo di un leader carismatico in cui tutti potessero riconoscersi (un De Gaulle italiano, per intenderci) e soprattutto limitato pesantemente dal proprio ruolo subalterno rispetto allo straniero (l’Urss nel caso del Pci, gli Alleati per tutte le altre forze del CLN). Le forze della Resistenza erano unite sul versante dell’antifascismo, ma non possedevano una comune idea di nazione e di patria, essendo troppo divaricate, anzi contrapposte, le loro rispettive ideologie. Risultava poi particolarmente problematica ai fini della definizione di una nuova identità nazionale l’ideologia del Pci, che con particolare riferimento al confine orientale (Trieste, Istria) mostrò a più riprese un’inquietante inclinazione anti-nazionale, piegata agli interessi “di una presunta patria socialista diversa dalla propria”.

Per quanto la Resistenza abbia conosciuto in molti casi anche un’ispirazione patriottica (come testimoniano quelle “innumerevoli lettere dei condannati a morte antifascisti, che terminano con le parole ‘viva l’Italia’ o altre analoghe”) secondo Galli Della Loggia l’esistenza di un conflitto ideologico al suo interno e di un insanabile scontro all’esterno coi fascisti (scontro di per sé “incompatibile con qualsivoglia cultura politica ispirata al concetto di nazione”, in quanto basato sull’idea di una lotta tra due Italie opposte ed acerrime nemiche) non le hanno consentito purtroppo di svolgere quel ruolo di momento fondativo di una rinnovata identità nazionale che molti nel corso dei decenni hanno voluto attribuirle.

Il trattato di pace del 1947 avrebbe comportato per l’Italia una consistente perdita di sovranità, che tuttavia negli anni successivi venne generalmente accettata dalla popolazione come naturale ed inevitabile, a testimonianza di una ormai erosa concezione di indipendenza ed interesse nazionale. Ad acuire tale processo contribuì inoltre una progressiva ed incalzante americanizzazione dei costumi e delle forme di intrattenimento, dalla musica ai film. L’Italia si avviava così alla propria modernizzazione in una “condizione di assoluta debolezza politica del dato nazionale”.

Secondo Galli Della Loggia negli ultimi anni si starebbe assistendo tuttavia ad un risveglio del sentimento nazionale, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Con riferimento al caso italiano, questa inversione di rotta sarebbe giustificata dalla “crescente consapevolezza di un prezzo particolare che l’Italia ha pagato […] a causa dell’assenza dell’idea di nazione, e dell’espulsione del sentimento di patria dallo spirito pubblico”. La crisi morale imperante in tutti i settori della politica e dell’amministrazione sarebbe infatti una diretta conseguenza della mancanza di una base di solidarietà e di un sentimento di comune appartenenza, che sono invece necessari al buon funzionamento di qualsiasi Stato.

Il saggio di Galli Della Loggia è ampiamente condivisibile in diverse sue coraggiose ed amare constatazioni, anche se a mio parere avrebbe meritato un maggior approfondimento su questioni di assoluta centralità che invece vengono appena accennate, come la diffusione capillare a livello internazionale di orientamenti ostili al concetto di patria e favorevoli piuttosto ad una progressiva integrazione culturale e politica tra Stati differenti (specialmente qui in Europa).  Una più esaustiva e convincente analisi della “morte della patria” in Italia avrebbe richiesto un raffronto tra il caso del nostro Paese e quello degli altri Stati europei, per definire meglio quanto vi sia di specificamente italiano in questo fenomeno e quanto esso invece sia stato determinato da una mutata coscienza internazionale sul concetto di patria.

Niccolò Tommaseo e la fusione di Venezia col Piemonte

22marzo

Nel marzo del 1848, anticipando Milano di pochi giorni, la città di Venezia si ribella all’Austria e si autoproclama repubblica. A guida della rivolta c’è il giovane e stimato avvocato Daniele Manin, liberato dalle carceri austriache assieme all’amico Niccolò Tommaseo, celebre letterato e liberale di origini dalmate. Il nuovo Stato veneziano, sorto sulle ceneri della gloriosa repubblica marinara, viene costituito con l’intento di una successiva e progressiva unione al resto dell’Italia, come dichiarato dallo stesso Manin: “Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di quest’Italia in un sol tutto”.
Tuttavia la politica dell’unione “a piccoli passi” propugnata dai veneziani trova l’ostacolo del re piemontese Carlo Alberto, il quale dopo pochi mesi chiede anche a loro di accettare la sua monarchia. Così nel luglio del 1848, su indicazione dello stesso Daniele Manin, i delegati dell’Assemblea di Venezia accettano la fine della repubblica e la conseguente annessione al Regno di Sardegna, consapevoli della difficile posizione della città lagunare nel caso di una prolungata lotta in solitaria contro l’Austria.
Non si tratta però di una scelta indolore. Fra i più convinti oppositori dell’opzione annessionistica c’è il dalmata Niccolò Tommaseo, secondo il quale, se da un lato “Venezia per certo non può né deve rimanersene sola”, dall’altro il Piemonte farebbe meglio a rinunciare ai suoi intenti di fusione, per permettere invece la nascita di una confederazione italiana, all’interno della quale, salva l’unità nazionale, Venezia e le altre regioni d’Italia possano governarsi in autonomia per tutto ciò che “non riguarda le utilità generali dello Stato”.

tommaseo

4 luglio 1848

Giacchè siamo, o cittadini, al secondo punto, cioè se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, o associarsi al Piemonte, non debbo tacere che la questione, posta così, sempre più mi dimostra l’inopportunità del trattarla in queste strette di guerra.

Perché potrebb’essere che l’aggregazione deliberata adesso paresse atto invalido a chi la giudicherà con animo riposato, e preparasse fomiti di discordie e rivoluzioni; potrebb’essere che l’aggregazione intempestiva nocesse al Piemonte stesso, suscitando le pestifere gare municipali, delle quali vediamo già un doloroso principio. In tale frangente né Venezia né il Piemonte può conoscere quale sia veramente il suo meglio.

Detto questo perché la coscienza me l’imponeva, ripeto che il domandare se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, non è porre la questione nel debito modo. Venezia per certo non può né deve rimanersene sola; ma può il tempo e deve inevitabilmente condurre tal mutamento nelle pubbliche cose, che la solitudine di Venezia venga a aver fine in molti altri modi che quest’uno dell’aggregarsi al Piemonte. Posta così la questione, e vietatoci ormai dalla prima deliberazione dell’assemblea d’indugiare, ne segue di necessità quella che chiamano fusione. Or poich’io non accetto le due premesse, posso non dare il mio voto; ma debbo insieme adoprarmi, quant’è in me, a rendere men pregiudicevole alle sorti avvenire d’Italia il voto altrui. Dirò dunque gl’inconvenienti che son più da temere nell’associazione al Piemonte; perch’altri ne cerchi in tempo i rimedi.

Il Piemonte finora è poco noto al rimanente di Italia; ch’anzi, non molti anni fa, si reputava esso stesso non essere Italia. Converrà dunque, per forza d’istruzioni che abbiano riguardo alle varie nature e alle tradizioni delle stirpi varie, far sì che ogni dispetto e sospetto tra le diverse provincie si dilegui. Il Piemonte, che per bocca di parecchi suoi benemeriti e valorosi scrittori nelle dottrine era guelfo, cioè amico al papato, ne’ fatti della politica è alquanto ghibellino, in questi rispetti, che mostra talvolta certa mal gelata gelosia della civile autorità del pontefice, che ha dato finora troppa parte ai patrizi nelle pubbliche cose. Bisogna che il settentrione d’Italia s’inchini al mezzogiorno laddove il mezzogiorno prevale per civiltà più antica e per italianità più profonda: bisogna che ogni privilegio di nascita o di titolo sia rotto ormai con un giogo. Il Piemonte entrando in possessione del Lombardo e del Veneto, se ascolta le cupidigie e le ambizioni di pochi malcauti, tratterà le provincie come conquista, tenterà di sottrarre a mano a mano delle fatte promesse, disputerà della sedia del regno, della sede del parlamento, dei commerciali vantaggi; si chiamerà addosso gl’impacci de’ grandi Stati e de’ piccoli municipi; e quanto maggiormente ampliato il suo regno, tanto più municipali saranno gl’intendimenti suoi. Bisogna al contrario che il Piemonte molto dia, acciocchè molto gli sia dato, se pure e’ non vuol perdere quello stesso ch’egli ha. Gli bisogna non soverchiare s’e’ non vuol essere soverchiato; non diffidare s’e’ non vuol perire per l’altrui diffidenza. Gli bisogna non solo rispettare i veri diritti municipali viventi nelle varie parti dello Stato novello, ma, dove non sono crearli, ridurli a uniformità; rispettare l’eredità inviolabile delle memorie, acciocchè il suo non paia dominio straniero. Gli bisogna a ciascuna provincia lasciare che, salva l’unità, si governi, quanto può, da se stessa; che le facoltà, le forze, i vantaggi sieno per tutte le parti in modo equabili distribuiti. Adesso che Germania, e Austria stessa, è forzata a mettersi per le vie liberali, tocca al Piemonte far sì che dagli stranieri in equità non sia vinto. Tocca a Venezia determinare ben chiare le condizioni del cedere, e non solamente richiedere che un’assemblea costituisca il suo patto politico, ma specificatamente richiedere che il parlamento alternamente s’aduni nel seno suo; che ella elegga i suoi magistrati e maestri; che la sua marineria mercantile e guerriera rifiorisca; che in quanto non riguarda le utilità generali dello Stato, ella da altra città non dipenda. Molto può certamente Venezia ed il Veneto apprendere dal Piemonte: le abitudini d’amministrazione regolare e ferma, la solidità degli studi, le istituzioni militari naturate nel popolo. E può il Piemonte altresì dalle altre parti d’Italia attingere un qualche bene, se voglia non assorbire l’Italia in sé, ma viemeglio italianarsi, egli stesso.

Due cose principalmente può e deve Venezia e Lombardia dal Piemonte richiedere, che tutta Italia, fino all’ultimo confine segnato dalla favella, compreso il Friuli e quel che chiamano Tirolo italiano, sia libero: e che in vincoli di confederazione si unisca il Piemonte all’altre regioni d’Italia; che una dieta istituiscasi in Roma, nella qual dieta ragionare de’ comuni diritti e doveri. Sarà questo l’indizio delle fraterne volontà del Piemonte, se tra il mezzogiorno e il settentrione d’Italia si stringeranno per opera sua patti di concordia generosa.
Conchiudo. Se volete associazione e non sudditanza, ponete bene le condizioni; giacché la vostra debolezza, per grave che sia, non distrugge i vostri diritti, i diritti de’ figli vostri, non toglie gli altrui doveri.*

* Da Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano – Storia e testi, Laterza, 1968-1999

“Per la pace perpetua”, Immanuel Kant

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Nel 1795 il filosofo tedesco Immanuel Kant immagina un progetto politico che possa permettere all’umanità di raggiungere definitivamente l’obiettivo della pace. Il suo saggio Per la pace perpetua risente profondamente degli sconvolgimenti internazionali del tempo – primi fra tutti la rivoluzione americana e quella francese – e dei principi liberali e repubblicani che li ispirarono. L’intero testo infatti è fortemente permeato dagli stessi ideali illuministici di libertà, uguaglianza giuridica dei cittadini e sovranità popolare che si ritrovano anche nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e nella Costituzione statunitense. Ed è proprio dal modello americano che Kant trae spunto per teorizzare una federazione universale di popoli come condizione primaria e necessaria per la fine di ogni guerra.

Una caratteristica fondamentale dell’opera è la pretesa da parte del suo autore dell’attuabilità del disegno politico-giuridico in essa enunciato. Non siamo dunque di fronte a un testo utopico, non almeno nelle intenzioni di Kant, che crede fermamente nella realizzazione di una pace mondiale secondo i metodi da lui indicati. A ciò contribuisce sicuramente una convinzione radicata fra gli intellettuali del suo tempo e giunta con successo fino ai giorni nostri, vale a dire quella di un’umanità in continuo progresso rispetto al passato, sotto ogni punto di vista: morale, sociale, economico e giuridico. In uno scenario simile nulla è precluso all’uomo, nemmeno la pace “perpetua”: se essa non è ancora realtà è solo perché il progresso umano non è arrivato al punto da garantirla, ma prima o poi, inevitabilmente, la conseguirà.

Gli articoli preliminari

Il progetto politico kantiano si divide in più parti: gli Articoli preliminari, gli Articoli definitivi, due Supplementi e un’Appendice. Negli Articoli preliminari troviamo enunciati sei principi internazionali che gli Stati dovrebbero far propri per evitare i conflitti. Non è erroneo ritenere che gran parte di essi siano ancora attuali:

1. “Nessun trattato di pace deve essere ritenuto tale se stipulato con la tacita riserva di argomenti per una guerra futura”

In questo caso infatti non si avrebbe una pace, che per definizione è duratura, ma una semplice tregua.

2. “Nessuno Stato indipendente deve poter essere acquistato da un altro mediante eredità, scambio, compera o donazione”

Di tutte i sei articoli preliminari è sicuramente il meno attuale, ma al tempo di Kant era frequente che interi stati fossero acquistati o ceduti come un qualsiasi oggetto. Ciò era dovuto a una concezione feudataria del potere statale, dove il territorio di un Paese era concepito come proprietà del sovrano e non invece come spazio storico, culturale e sociale di un’intera comunità nazionale.

3. “Col tempo gli eserciti permanenti devono essere aboliti”

Per Kant gli eserciti permanenti (cioè quelli armati, addestrati e spesso disposti ai confini dello Stato anche in tempo di pace) sono una minaccia continua per gli altri Stati.

4. “Non si devono contrarre debiti pubblici in vista di conflitti esterni dello Stato”

Cercare finanziamenti per eventuali guerre future non fa che aumentarne la probabilità.

5. “Nessuno Stato si deve intromettere con la forza nella costituzione di un altro Stato”

In questo articolo troviamo espresso quello che da qualche decennio a questa parte siamo soliti chiamare “principio di autodeterminazione dei popoli”. Kant pone tuttavia un’eccezione, che suona attualissima: “Non si può dire lo stesso quando uno stato, per discordie interne, fosse diviso in due parti, ognuna delle quali rappresentasse in sé un singolo stato che accampasse pretese sul tutto; dove il portare aiuto a uno di loro da parte di uno Stato esterno non può considerarsi come intromissione nella costituzione dell’altro (poiché altrimenti v’è anarchia)”.

6. “Nessuno Stato in guerra deve permettersi atti di ostilità tali da rendere impossibile la reciproca fiducia nella pace futura”

Anche la guerra deve avere le sue regole, altrimenti si risolverebbe in uno sterminio totale dove l’unica pace possibile sarebbe quella “basata sul grande cimitero del genere umano”.

Gli articoli definitivi

Le sei condizioni appena enunciate non sono tuttavia sufficienti a garantire la pace perpetua fra i popoli. Infatti, a tal fine è necessario che i singoli Stati assumano una determinata costituzione al loro interno, quella repubblicana, e che improntino i loro rapporti verso l’esterno seguendo non la divisione ma l’unione mediante una lega di popoli, ovvero una federazione di Stati liberi.
Riguardo al primo punto, precisando che col termine “repubblica” Kant intende non tanto un governo senza re, quanto quello che noi oggi intendiamo per “democrazia” (cioè l’opposto di una forma di governo dispotica), nel primo articolo definitivo si afferma che solo una costituzione repubblicana fondata sulla libertà dei cittadini e sulla loro eguaglianza può prevenire efficacemente interventi militari del proprio Stato: “se si richiede il consenso ai cittadini per decidere se la guerra debba o no debba essere fatta, niente di più naturale del pensare che, dovendo far ricadere su di sé tutta la calamità della guerra, essi ci penseranno sopra a lungo prima di iniziare un gioco così malvagio”. Kant aggiunge che la forma di governo deve necessariamente essere rappresentativa, perché altrimenti il regime diventerebbe dispotico e violento e non potrebbe più essere considerato repubblicano.
Il secondo articolo definitivo può probabilmente considerarsi il cuore del progetto kantiano e insieme il punto più ambizioso e di più difficile realizzazione: “il diritto internazionale deve fondarsi su una federazione di stati liberi”. Riprendendo la teoria contrattualistica di Hobbes, Kant argomenta che come gli individui, per garantire la propria sicurezza ed incolumità, sono usciti dallo stato di natura per approdare a una forma di vita civile costituendosi in Stato, così anche gli Stati per allontanare da sé il rischio della guerra devono darsi leggi comuni ed unirsi in una lega di popoli. E’ opportuno sottolineare che Kant non pensa a un gigantesco Stato unico dove tutte le peculiarità nazionali siano appiattite: il suo ideale è quello di una federazione universale, dove ciascuno stato conservi le proprie leggi, in una forma di governo possibilmente repubblicana (primo articolo definitivo). Egli tuttavia è anche consapevole del fatto che gli Stati sono restii a cedere porzioni della propria sovranità e dunque afferma che all’idea di una repubblica universale può essere sostituita “il surrogato negativo di una lega permanente e sempre più estesa che respinga la guerra e freni il torrente delle tendenze ostili e contrarie al diritto, anche se con il costante pericolo della sua rottura”.
Il terzo articolo definitivo affronta il tema dell’ospitalità dello straniero che intenda stabilirsi momentaneamente sul territorio altrui. Premesso che il commercio e il libero scambio tra i popoli riduce sensibilmente il rischio di guerre, perché due o più popoli in stretti legami economici saranno incentivati a conservare un buon rapporto e a non spezzarlo con le armi, lo straniero deve essere pacificamente accolto sul suolo nazionale: “sino a quando se ne sta pacificamente al suo posto, non va trattato da nemico”. Ciascun uomo infatti gode di un diritto “di comune possesso della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma alla fine devono rassegnarsi a coesistere”.

Accordo tra morale e politica

Dopo aver rivendicato con orgoglio il diritto dei filosofi ad essere ascoltati dagli Stati per evitare la guerra, nonostante ciò possa per questi ultimi rivelarsi umiliante, Kant affronta il difficile tema della discordanza che in molti casi può darsi tra morale e politica, con tutte le implicazioni negative che ne possono derivare per il mantenimento della pace. Il riferimento è all’operato di tutti quegli uomini politici che badando esclusivamente al proprio tornaconto o alla potenza della nazione di appartenenza attuano prevaricazioni e prepotenze su altri Stati, finendo così per far prevalere le ragioni del potere su quelle della pace. La soluzione può essere una sola: il primato della morale e del diritto sulla politica: “il diritto deve essere sacro per l’uomo, anche se questo può costare grossi sacrifici al potere dominante […] ; ogni politica deve piegare le ginocchia davanti alla morale, e solo così si può sperare di giungere, sebbene lentamente, a un grado in cui risplenderà durevolmente”. Come valutare però se una determinata politica è compatibile con la morale? Kant propone il criterio della pubblicità del diritto, ossia: quando il proposito di una determinata azione può essere confessata pubblicamente senza che da ciò ne derivi alcun rischio per la pace, allora tale azione può sicuramente considerarsi priva di qualsiasi marchio di immoralità.

“Una nazione allo sbando”, Elena Aga Rossi

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L’otto settembre del ’43 è una data spartiacque nella storia del nostro Paese: l’armistizio con gli anglo-americani segna infatti in modo indelebile non solo il corso della guerra ma anche gli anni immediatamente a seguire, aprendo la strada al nuovo ordine politico che si sarebbe poi instaurato in Italia a conflitto concluso e che conosciamo ancora oggi. Eppure, molti testi di storia dedicano soltanto poche righe a questo evento epocale, come se non avesse alcuna importanza indagare l’intreccio di situazioni che portò alla scelta di uscire dalla guerra condotta fino a quel momento assieme alla Germania. Le modalità della resa italiana e in particolare il pessimo comportamento della dirigenza politica e militare di allora sembrano aver interessato poco i nostri storici, nonostante abbiano avuto un impatto devastante sulla società italiana del tempo.

Non si può dimenticare infatti che gli italiani nel settembre del ’43 assistettero impotenti alla dissoluzione del proprio Stato, delle sue istituzioni e del suo esercito: l’Italia cessava di essere un Paese indipendente e sovrano, poiché i suoi destini erano ormai esclusivamente nelle mani di eserciti stranieri (quello tedesco e quelli alleati) che da Nord a Sud ne occupavano il territorio. I nostri soldati venivano lasciati senza ordini precisi, finendo così alla mercé dei tedeschi, desiderosi di vendicare il “tradimento” italiano. L’ignobile fuga da Roma del re, istituzione simbolo dell’unità nazionale fin dai tempi del Risorgimento, aggravò un quadro di per sé già drammatico per una popolazione ormai priva di punti di riferimento. Come ne uscì il nostro sentimento patriottico da una simile tragedia? Benedetto Croce nel suo diario scrisse: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente“.

Il libro di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando – 8 settembre 1943” (edito da Il Mulino) descrive gli eventi e i personaggi che portarono all’armistizio con gli Alleati. La principale fonte dell’opera è costituita da documenti d’archivio inglesi, americani e italiani. Il periodo analizzato dalla scrittrice è quello dei famosi “quarantacinque giorni” che passarono dalla deposizione di Mussolini all’otto settembre, nei quali la classe politica e militare italiana cercò infruttuosamente un accordo per uscire dalla guerra con gli Alleati, inflessibili nell’applicazione del principio della resa incondizionata (‘se volete arrendervi, dovete farlo alle nostre condizioni’). Il terrore che i tedeschi potessero venire a sapere di queste trattative e il desiderio di conservare comunque l’onore nei loro confronti segnarono le mosse dei vertici italiani, i quali, nonostante stessero per firmare un armistizio con gli angloamericani, non predisposero  alcuna misura per proteggere il Paese da una prevedibilissima invasione nazista.
Emerge dunque un quadro caratterizzato dall’incapacità decisionale e dalla debolezza della nostra classe dirigente, in particolare del capo del governo Pietro Badoglio, di cui l’autrice scrive:

“Taylor pretese di parlare con Badoglio e si fece portare a casa del maresciallo, che stava tranquillamente dormendo. Apparso in pigiama davanti ai suoi ospiti, Badoglio si limitò a confermare le affermazioni di Carboni. Per due volte, nei due momenti più tragici della nostra storia recente, la notte di Caporetto e la notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943, le sorti del nostro Paese sono state affidate a Badoglio e in entrambi i casi Badoglio andò a dormire

Dopo l’annuncio dell’armistizio, la nazione fu abbandonata a se stessa: il re, il governo e molti generali preferirono salvare la propria pelle piuttosto che difendere il loro Paese dall’inevitabile reazione degli ormai ex-alleati. Ai primi momenti di felicità e commozione per l’uscita dell’Italia dalla guerra seguì quasi immediatamente la tragedia dell’invasione tedesca, a cui i militari non erano stati minimamente preparati. La maggior parte si fece disarmare senza opporre resistenza nella speranza di tornare subito a casa (cosa che non accadde: furono spediti nei campi di internamento in Germania), altri invece – spinti da un sentimento di onore militare – si rifiutarono di lasciare le armi e diedero vita ad accese lotte contro i soldati della Wermacht: la più celebre di tutte è sicuramente quella che si svolse in Grecia, a Cefalonia, e che vide come protagonista la divisione Acqui del generale Gandin. Infine, una parte decise di continuare la guerra al fianco della Germania, aderendo così alla Repubblica Sociale di Mussolini.

Seguirono due anni di lotta cruenta, che lasciarono segni incancellabili nella nostra storia nazionale. Il modo in cui quella drammatica situazione fu gestita dalla nostra classe dirigente mise l’Italia in pessima luce agli occhi di tutto il mondo. Da una parte gli Alleati si aspettavano un Paese maggiormente capace di fornire un contributo nella lotta ai tedeschi. Lo sfacelo delle istituzioni e dell’esercito italiano non esisteva neppure nelle loro peggiori previsioni. D’altra parte le forze dell’Asse (la Germania in particolare) ci consideravano ormai dei “traditori” che avevano lasciato vilmente il campo proprio nel momento della difficoltà.

Le domande principali che ci si può porre riguardo all’otto settembre sono le seguenti: l’armistizio con gli angloamericani era davvero inevitabile? I nostri vertici politici e militari potevano agire in modo diverso prima e dopo il suo annuncio? Perché mostrarono tanta incompetenza in un momento così grave della nostra storia? E ancora: quello dell’Italia fu un vero tradimento nei confronti della Germania o è possibile individuare delle scusanti? Era veramente praticabile da parte dell’Italia un capovolgimento di fronte contro i vecchi alleati?

Tutti quesiti a cui l’opera di Elena Aga Rossi cerca di dare una risposta, guardando la vicenda da diverse angolature, senza pregiudizi ideologici e con l’ausilio di una mole ragguardevole di documenti e fonti storiche.

Quando nascono i brogli

Andrea_Dandolo

‘Imbrogliare’, ‘imbroglio’, ‘imbroglione’ sono tutte parole che derivano – come si può facilmente intuire – da ‘broglio’, termine col quale oggi indichiamo la falsificazione dei voti e più in generale gli illeciti elettorali. Cosa significava però in origine ‘broglio’? Pochi lo sanno, ma la parola viene dalla voce dialettale veneziana brolo, letteralmente “giardino, cortile”.
Nel suo monumentale Dizionario della lingua italiana (uscito nel 1876), il letterato dalmata Niccolò Tommaseo spiega infatti che per “broglio” si intendeva inizialmente “il luogo pubblico dove la nobiltà suole adunarsi insieme per trattare l’un l’altro i propri negozi e chiedere i magistrati [cioè le cariche pubbliche]” e ricorda che “nell’antica Venezia tenevasi l’ambito dei magistrati nelle piazze, che tuttavia diconsi Campi, che erano già con alberi. Da Brolo, voce viva nel Veneto, venne Broglio”.
Tommaseo precisa infine che con il passare del tempo, “broglio” andò sempre più significando per estensione “maneggio per ottenere qualcosa”. Tali erano avvertite infatti dal popolo le manovre dell’aristocrazia veneziana per spartirsi le cariche, prima fra tutte quella di Doge. Va detto che la preoccupazione più alta della politica veneziana fu per secoli quella di evitare che tutto il potere fosse concentrato nelle mani di un solo individuo o di una sola famiglia. Si voleva allontanare a tutti i costi il rischio che Venezia divenisse una signoria, o ancora peggio una monarchia. Ecco che per preservare il carattere storicamente repubblicano della città lagunare e per garantire l’equilibrio fra i suoi principali esponenti si creò tra le nobili famiglie veneziane un complesso ma efficace sistema di gestione del potere e di spartizione delle cariche, fatto di scambi, favori, compromessi, reciproche rinunce, eccetera (oggi probabilmente si parlerebbe di “inciuci”).
La storica israeliana Dorit Raines spiega che “il continuo scambio di favori, politici e sociali, creava durante i secoli un insieme di comportamenti e di rituali, che venivano chiamati, almeno per il loro lato politico, broglio”. Prima delle votazioni al Palazzo Ducale si cercava insomma di creare “una lobby per ottenere un risultato sicuro nel procedimento elettorale”.
Curiosamente, la stessa parola inglese lobby ha un’origine davvero simile al veneziano “broglio”: come quest’ultimo indicava quel luogo pubblico dove l’aristocrazia veneziana si trovava per concordare anticipatamente i risultati delle votazioni, il termine lobby letteralmente significa “atrio, ingresso, corridoio”, in particolare, negli Stati Uniti, il corridoio per il pubblico al Congresso (il corrispettivo della nostra Camera dei Deputati) e al Senato. Anche questo corridoio, come il ‘broglio’ veneziano, finì per diventare il centro di trattative e di maneggi tra la classe politica statunitense e i rappresentanti dei vari centri di potere del paese.
Tindaro Gatani osserva che dunque col passare del tempo “lobby cominciò ad indicare, per estensione, il gruppo o i gruppi organizzati di persone che, con le loro ‘manovre’ appunto ‘di corridoio’, sono in grado di influenzare le decisioni del governo e delle amministrazioni statali”.

“Pertini? Sono altri i grandi d’Italia”, Indro Montanelli

Il 16 giugno 1997 Indro Montanelli dalle pagine del Corriere della Sera lanciava un duro attacco all’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il celebre giornalista considerava l’ex partigiano un uomo onesto ma demagogico e di scarsa levatura sia intellettuale che politica.

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Pertini? Sono altri i grandi d’Italia

Caro Montanelli, Rilevo con disappunto come la figura di Sandro Pertini sia stata rimossa dalla memoria degli italiani e dei loro degni rappresentanti politici. Solo il Corriere, se non sbaglio, gli ha dedicato ultimamente un servizio su Sette. Perche’ tutto cio’? Vorrei da lei inoltre un giudizio su quest’uomo che personalmente stimo degno di ben altra considerazione. Fabio Mazzacane, Pistoia

Caro Mazzacane, Lei ha bussato alla porta sbagliata. Dalla memoria degl’italiani sono stati rimossi gli Einaudi, i De Gasperi, i Saragat, i La Malfa, i Vanoni, che nella politica del nostro Paese hanno contato molto piu’ di Pertini. Il quale fu certamente un uomo onesto, coraggioso e coerente con le proprie idee (anche perche’ ne aveva pochissime). Ma le stesse qualita’ si possono attribuire anche a coloro che ho nominato e che vi aggiungevano quella di una sagacia politica, di cui Pertini fu sempre sprovvisto. Nel suo stesso partito non esercitava alcun peso, era considerato un “compagno” di tutto affidamento, ma bizzarro, imprevedibile e sempre pronto a qualche colpo di teatro. Nenni, che gli voleva bene, mi disse una volta: “Io non sono certamente un uomo di cultura e alla cultura non attribuisco, per un politico, una decisiva importanza. Ma qualcosa so, qualche libro l’ho letto, anche grazie a Mussolini quando mi mando’ al confino a Ponza. C’era anche Sandro. Lui, l’unica cosa che leggeva era L’Intrepido. Il resto del tempo lo passava a giocare a briscola o a scopa coi nostri guardiani. Alle nostre discussioni sul futuro dell’Italia e del partito non partecipava quasi mai, e quando lo faceva, era solo per invocare il popolo sulle barricate, per lui la politica era solo quella”. Lei mi chiedera’ come fece un uomo cosi’ sprovveduto a diventare Presidente della Repubblica. Lo divento’ appunto perche’ era sprovveduto, e come tale forniva buone garanzie di non interferenza agli uomini del potere vero, totalmente in mano ai partiti. Quello che forse nessuno aveva previsto, ma che si rivelo’ un particolare del tutto innocuo, era il suo demagogismo. Pertini aveva il fiuto del pubblico, e ne secondava alla perfezione tutti i vizi e vezzi. Dal video ogni tanto pronunziava terribili requisitorie contro la classe politica, come se lui non vi avesse mai appartenuto, come fece al momento del terremoto dell’Irpinia, quando accuso’ il parlamento di avere bocciato i disegni di legge per le misure di difesa in caso di emergenza, dimenticandosi che il Presidente della Camera che li aveva respinti era stato lui. Non perdeva occasione di dare spettacolo seguendo in lacrime tutti i funerali, baciando torme di bambini, e insomma toccando sempre quel tasto del patetico a cui noi italiani siamo particolarmente sensibili. I suoi alluvionali discorsi di Capodanno erano autentiche sceneggiate. Ma in sette anni di Presidenza, di sostanziale e sostanzioso fece poco o nulla. Della corruzione che dilagava (e dalla quale bisogna riconoscere non si lascio’ mai infettare), o non si accorse, o preferi’ non accorgersi. Comunque, un segno del suo passaggio al Quirinale non mi sembra che lo abbia lasciato. Ce lo ricordiamo come un brav’uomo pittoresco e un po’ folcloristico, che seppe far credere alla gente di essere un “diverso” dagli uomini politici, mentre invece era sempre stato uno di loro e non aveva mai vissuto d’altro che di politica. Non c’e’ da vergognarsi di avere avuto un Presidente come Pertini. Ma non vedo cosa ci sia da ricordarne.