“Le mie prigioni”, Silvio Pellico

Chi non ha mai sfogliato Le mie prigioni potrebbe pensare a un vecchio testo politico dalla prosa ammuffita e grondante di retorica, buono tutt’al più per chi si occupa di storia patria. Ebbene, nulla di tutto ciò. Certo, il capolavoro di Pellico è scritto in un italiano ottocentesco e la sua ambientazione non è attuale, ma dalle pagine di questo celebre libello emerge soprattutto un grande senso di umanità. Al cuore della trattazione, infatti, non stanno gli ideali politici del rivoluzionario, bensì i sentimenti del prigioniero, i suoi dolori, le sue speranze, il suo attaccamento alla vita.lemieprigioni Continua a leggere ““Le mie prigioni”, Silvio Pellico”

“Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato

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Illustrazione tratta dal giornale letterario triestino La Ciarla

Son Fra Cappuccio (al secolo Frontino)/Quondam buon uomo, ed ora cappuccino“. Si presenta così Arnaldo Fusinato in una poesia inviata nell’aprile 1859 al giornale la Ciarla, periodico letterario triestino diretto dallo scrittore italo-greco Demetrio Livaditi. Vestendo i panni immaginari di un frate (come aveva già fatto per il Pungolo sotto lo pseudonimo di “Fra Fusina”), il poeta veneto mette in versi con tono scherzoso il suo appello alla libertà di stampa, contro le limitazioni imposte dal regime austriaco dell’epoca.
Non mancano inoltre le allusioni di stampo patriottico. Siamo a pochi giorni dallo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza, e Fusinato scrive: “…un cuore, come a voi, m’arde nel petto/che spera, come voi, ma spera e tace…”. Impossibile poi non notare il parallelo implicito tra la resurrezione di Cristo e il risorgimento dell’Italia contenuto nei seguenti versi: “E’ ver, son giorni di mestizia questi/Ma questi dì non dureranno eterni/Verrà la Pasqua a rallegrare i mesti/Chè Dio ne’ suoi voleri alti e supremi/Ha disposto che dopo la Passione/Venga la Pasqua di Resurrezione”.
A causa del suo pronunciato colore nazionale, pochi giorni dopo il giornale la Ciarla fu costretto a cessare le proprie pubblicazioni. Continua a leggere ““Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato”

“Dalla Serenissima al Regno d’Italia. Il plebiscito del 1866”, Angela Maria Alberton

plebiscito_per-segnalazione-uscitaIl centocinquantesimo anniversario dell’unione del Veneto al Regno d’Italia (1866-2016) è stato l’occasione per molteplici dibattiti sulle modalità attraverso le quali questa regione è passata dal dominio dell’Austria alla sovranità italiana. Principale oggetto di discussione è stato il plebiscito tenutosi nell’ottobre del 1866, mediante il quale la popolazione maschile delle province venete fu chiamata ad esprimere la propria volontà di annessione allo Stato appena formatosi sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II. Al riguardo, specialmente negli ultimi decenni, un filone revisionista particolarmente battagliero ha parlato di “truffa”, di “brogli” e di “inganno”, facendo così intendere che le popolazioni del Veneto sarebbero state ingiustamente private del loro diritto naturale ad autodeterminarsi.

Un libro di recente pubblicazione che analizza quelle contestate vicende storiche è Dalla Serenissima al Regno d’Italia – Il plebiscito del 1866 di Angela Maria Alberton (dottoressa di ricerca in Scienze storiche e già autrice di Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento). L’opera è divisa in due parti: nella prima, viene approfondita la questione veneta per come fu fronteggiata all’epoca non solo dall’Italia, ma anche dagli altri governi europei (Francia, Austria, Inghilterra e Prussia). Nella seconda, si affronta l’argomento della cessione del Veneto e del tanto vituperato plebiscito, rispetto al quale l’autrice si prefigge di rispondere puntualmente alle seguenti domande: chi lo volle? che valore aveva?
Infine, il libro si conclude con un interessante capitolo sulle reali chance che dalle vicende diplomatiche e belliche del tempo potesse sorgere un Veneto autonomo, vale a dire né austriaco né italiano.

Senza anticiparne ulteriormente i contenuti, mi limito a segnalare agli interessati di storia nazionale questo libro, nella speranza che possa essere debitamente considerato nel dibattito su un argomento che, per ragioni estranee alla storiografia, appare sempre più spinoso.

Il passaggio tra Settecento e Ottocento a Treviso nelle memorie di Don Luigi De Gobbis (parroco di Monigo)

Chi non registra è un balordo
e, se li nostri maggiori così non avesser fatto,
il mondo sarebbe ancora fanciullo

(versi dal diario di Don Luigi De Gobbis)

La Biblioteca Comunale di Treviso conserva un manoscritto davvero prezioso sulla vita cittadina nel periodo compreso tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Si tratta del diario del parroco di Monigo Don Luigi De Gobbis (1754 – 1832), un documento rimasto pressoché sconosciuto fino a quando lo storico locale Giovanni Netto (1923 – 2007) non lo ha riesumato assegnandogli il meritato posto nella ricostruzione delle vicende trevigiane di quegli anni. Il diario è formato da ben quattro volumi, che testimoniano almeno mezzo secolo di storia della Marca, passando in rassegna sia gli snodi politici più rilevanti dell’epoca, sia una sfilza di eventi di scarso spessore storico, ma non per questo meno interessanti e gustosi alla lettura.

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Don Luigi De Gobbis nacque nella parrocchia del Duomo il 21 maggio 1754, quando Treviso era ancora un possedimento veneziano. La sua famiglia, benestante e molto numerosa, apparteneva al ceto mercantile della città. Il giovane parroco compì il proprio apprendistato sotto la guida dello zio Antonio, prete di Morgano. Successivamente, nel 1782, venne nominato curato di Melma (l’odierna Silea) e poi, a partire dal 1787, si insediò nella parrocchia di Monigo, che allora contava circa cinquecento fedeli, quasi tutti contadini. Da questa nuova sede non si sarebbe più spostato: vi rimase fino alla propria morte, per quasi 45 anni. Alla luce dei suoi scritti e del loro registro letterario, possiamo affermare che De Gobbis avesse ricevuto un’ottima istruzione. Le numerose citazioni tratte da libri e giornali dell’epoca dicono che aveva certamente una buona biblioteca e che si teneva costantemente aggiornato sugli sviluppi della politica locale e nazionale. Le annotazioni quotidiane sui mutamenti climatici e sullo stato dei raccolti, nonché sui prezzi dei principali generi alimentari, testimoniano un carattere particolarmente pignolo e attento ai dettagli, compresi quelli più minuziosi. A quanto pare, il tempo per leggere e scrivere non doveva mancargli: dopo tutto, la piccola Monigo era una parrocchia decisamente tranquilla e per molte faccende si poteva pur sempre contare sul valido aiuto del cappellano Pezzoldi, originario del Friuli.

Quando De Gobbis divenne parroco di Monigo, non poteva certo immaginare che il mondo in cui aveva sempre vissuto fosse ormai agli sgoccioli. I primi sentori arrivarono nel 1793: tra un marzo “umido e piovoso” e “uno scarso raccolto di granoturco temporivo” ad agosto, il giovane sacerdote annotava gli incredibili fatti di Francia di cui aveva letto sui giornali: il re Luigi XVI e la consorte Maria Antonietta erano stati decapitati.

gallichetruppeTre anni più tardi, dopo un temporale notturno di fine giugno, scrive: “La notte del 29 venendo ai 30 caddero due fulmini tre passi lontano dalla mia canonica al dissopra della pergola dell’orto. A fulgure et tempestate libera nos Domine”. Ma la vera tempesta, il vero sconvolgimento, sarebbe arrivato pochi mesi dopo. Era l’esercito di un giovane ed ambizioso generale francese, il ventisettenne Napoleone Bonaparte. Le sue truppe erano dirette verso l’Austria, ma passarono per la terraferma veneta. De Gobbis accolse sconsolato la notizia: “Novembre 1796. Al primo del suddetto mese si videro per la prima volta alle porte della città di Treviso le truppe francesi che combattono contro le truppe imperiali [le truppe austriache, nda]. Per sì funesto accaduto la mia chiesa parrocchiale al dopo pranzo fu sempre chiusa, né si fecero le consuete solenni funzioni.

Quando la Francia si sconvolge
ne sente il mondo e danni e doglie”

Dal canto suo, la popolazione trevigiana non si dimostrò altrettanto rammaricata dell’evento, anzi. Sempre De Gobbis, infatti, scrive: “Accolsero con festa gli stranieri, danzarono nelle pubbliche piazze e s’illusero veramente che dovesse cominciare quei giorni una nuova età dell’oro”.

Nel marzo 1797, quando ormai la sopravvivenza della repubblica di Venezia appariva sempre più compromessa, il parroco dava segni di un’accresciuta preoccupazione nel suo diario. Egli temeva sopra ogni cosa che i principi rivoluzionari provenienti dalla Francia potessero dare un colpo fatale alla religione e all’amministrazione del culto.

Il 12 maggio 1797 l’antica repubblica lagunare cessava di esistere e De Gobbis ne dava conto con una nota di sarcasmo: “Maggio. Addì 12 Venezia non si arrese no, ma si gettò in seno alle, dolci e tante desiate dai felloni, gallicane generosissime truppe ed eserciti”.

Nel novembre dello stesso anno il prete di Monigo raccontava un episodio rivelatore dello stato di disordine in cui era caduta la città dopo l’arrivo delle truppe francesi. Infatti, per due notti consecutive venne assalito nella propria canonica da una banda di malfattori, che riuscì a scacciare con l’aiuto di qualche parrocchiano e … di alcune armi da fuoco: “Quei diavoli ritornarono per assalirmi, ma siccome nella precedente giornata feci provvista di copiose belliche munizioni, archibusi di grosso calibro e uomini in casa e giovani coraggiosi, così al primo sentore fecimo da molti balconi terribile incessante foco con fissette di polvere a palla, comperate dai soldati francesi impossessori di Treviso, di Venezia e di tutti gli stati della Veneta Repubblica, a tal grado che precipitosamente fuggirono gli assalitori, ripieni di pericolo e di spavento”. Infine, con toni quasi catastrofici, concludeva: “La giustizia non avea il suo corso a Treviso a motivo delle galliche truppe.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa
tanto direi di lor, che cominciar non oso

Tutto era disordine, anarchia, diurne e notturne somme vessazioni, insopportabili aggravi e militari requisizioni, calpestata la religione, odiati i sacri ministri, spogliate le chiese, distinti ed apprezzati gli empi, abbattuti i buoni, l’impudicizia in trionfo, in trono la più avanzata iniquità ed abbominazione”. E poco dopo, rimarcava: “Non est amicus noster qui bona nostra tollit”.

In esecuzione al trattato di Campoformio col quale la Francia cedeva la caduta repubblica veneta agli Asburgo, nel gennaio 1798 le prime truppe austriache facevano il loro ingresso a Treviso. Erano gli stessi avvenimenti di cui più tardi Ugo Foscolo scrisse: “Il sacrificio della patria è consumato: tutto è perduto e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”. Il nostro parroco, dal canto suo, era decisamente meno interessato a questioni di onore e patriottismo, e vedeva piuttosto nel nuovo governo della cattolica Austria una garanzia di stabilità, ordine e rispetto del culto, e con lui, a quanto pare, il resto dei trevigiani: “Alla mattina delli 16 suddetto partirono da Treviso le truppe francesi, et all’ore due pomeridiane entrarono gloriosamente fra gli evviva e gioia universale le truppe imperiali, a prender possesso della città. In tale lietissimo incontro furono date infinite feste pubbliche per tre giorni consecutivi, come pure in tutte le chiese di Treviso e della Diocesi, in ringraziamento a Sua Divina Maestà per sì felice avvenimento.

A nemico che fugge, ponti d’oro”

treviso__btv1b6500127wTuttavia, la città di Treviso (come il resto dei vecchi possedimenti veneziani) era destinata ad essere nuovamente rimpallata tra francesi ed austriaci, i quali se la scambiarono altre due volte negli anni seguenti. Le successive memorie di De Gobbis sono pertanto un alternarsi di invettive contro i francesi ed encomi agli austriaci, mentre il ricordo della repubblica veneziana, antico baluardo della “libertà italiana”, sembrava essersi tristemente perduto. Queste infatti sono le parole con cui il parroco di Monigo descriveva i festeggiamenti di Venezia per il compleanno dell’Imperatore d’Austria: “Febbraio 1803. Grandissimi spettacoli ed ecclesiastiche funzioni addì 12 furono in specialità a Venezia, ricordando la festa del giorno di nascita di S. M. Imp e Re nostro sovrano Francesco II. Pregando Sua Divina Maestà per la lunga conservazione dei suoi preziosi giorni e di quelli di tutta l’augusta famiglia”.

Lasciando in disparte gli avvenimenti politici dell’epoca, nelle pagine del parroco troviamo diversi spaccati di storia cittadina. Solo per citarne alcuni, abbiamo la tromba d’aria che si abbatté su Treviso nel 1805 (causando ingenti danni), l’istituzione del primo cimitero comunale (1809) e la visita del celebre scultore Antonio Canova, che fu accolta dal popolo con un entusiasmo e una gioia quasi incontenibili (1819). Vi sono poi narrati altri fatti, meno importanti per la città ma di sicuro interesse per la parrocchia di Monigo, come l’acquisto dal demanio delle statue che attualmente abbelliscono gli ingressi al sagrato della chiesa (1815).

Fonti:

– Diario di Don Luigi De Gobbis, conservato presso la Biblioteca Comunale di Treviso (sede Borgo Cavour). I quattro manoscritti (ms 1059, 1058, 1395 e 1396) sono stati recentemente restaurati e chiunque volesse prenderne visione li troverà in ottime condizioni.

Giovanni Netto, Mezzo secolo di vita trevigiana nel diario di Luigi De Gobbis arciprete di Monigo: 1786 – 1831, in Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso, N.s., n. 6 (1988/89), p. 7- 72.

– Mario Cutuli, Quando a Treviso si diceva “OUI!”, in Il liceo classico Antonio Canova. Due secoli di storia di un’istituzione scolastica, GMV Libri, Treviso, 2007, p. 25 – 37.

“Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49”, Paul Ginsborg

Uno dei testi più interessanti sul Risorgimento italiano è senza dubbio quello dello storiografo inglese Paul Ginsborg dedicato alla rivoluzione di Venezia contro l’Austria, avvenuta nel biennio 1848-49 sotto la guida di Daniele Manin.
La difesa a oltranza della città lagunare dai tentativi di riconquista delle forze imperiali ha occupato per lungo tempo uno spazio speciale nell’immaginario patriottico italiano, per ragioni che non sono difficili da comprendere: lo sfondo di delle città più romantiche al mondo, la stoica resistenza dei suoi abitanti (costretti alla resa solo dalla mancanza di viveri) e l’eroismo di tanti combattenti affluiti da ogni parte d’Italia non potevano infatti che conferire un’aura di mito a quegli avvenimenti.

Il grande protagonista: Daniele Manin

1426344_443565822415603_412871019_nArtefice nonché protagonista principale di quell’incredibile anno e mezzo di ribellione ed autogoverno veneziano fu Daniele Manin, uno dei leader più amati e stimati del Risorgimento italiano. Paul Ginsborg lo descrive come un uomo prudente, onesto, avveduto, equilibrato e animato da una sorta di culto della ragione. Lontano anni luce dallo stereotipo del capopopolo rivoluzionario o del comandante dall’indole focosa alla Giuseppe Garibaldi, Manin rimase sempre fedele alla sua impostazione borghese, il che tuttavia non gli impedì di prendere il potere grazie a una rivolta e di raccogliere consensi tra tutte le classi sociali, comprese quelle più povere. Furono proprio il suo successo trasversale e l’enorme considerazione in cui era tenuto dall’intera cittadinanza veneziana a consentire il proseguimento della resistenza anti-austriaca anche nei momenti più gravi, lì dove chiunque altro avrebbe probabilmente fallito.

Prima della rivoluzione Manin era già conosciuto a Venezia, ma non per la sua professione. Come avvocato infatti pare non godesse di particolari guadagni o soddisfazioni. Piuttosto aveva cominciato da tempo e in diverse sedi una lotta politica col governo austriaco affinché le terre italiane rette da casa Asburgo ottenessero una maggiore autonomia amministrativa e condizioni economiche più favorevoli. In principio la sua fu una battaglia serrata ma condotta nei confini della legalità. Ad ispirarlo non erano soltanto congetture di natura economica, ma anche quelle idee liberal-nazionali alle quali fu conquistato fin da ragazzo. Di convincimenti repubblicani, il suo sogno era che un giorno Venezia potesse cancellare l’onta di Campoformio e ritornare alla sua antica indipendenza per costituire liberamente assieme agli altri Stati della penisola una repubblica confederale italiana, le cui modalità di funzionamento avrebbero dovuto decidersi in un’assemblea nazionale a Roma.

Incarcerato dall’Austria sui principi del 1848, venne liberato a furor di popolo assieme a Niccolò Tommaseo nel marzo dello stesso anno. Decisivo fu il suo contributo al buon esito della rivoluzione che ebbe luogo nei giorni immediatamente successivi e con la quale i veneziani riuscirono a cacciare autorità e truppe straniere dal loro territorio. Una volta proclamata la repubblica il 22 marzo con la dichiarata intenzione di formare “uno di que’ centri che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di questa Italia in un sol tutto”, Manin si dimostrò molto abile nel compattare la popolazione di Venezia verso il perseguimento dell’indipendenza dall’Austria e a mantenere nel contempo quell’ordine pubblico che rischiava di essere compromesso dalla repentina caduta del potere imperiale. Questi e molti altri meriti furono però accompagnati anche da errori più o meno gravi che secondo Ginsborg influirono in modo decisivo sul fallimento finale del tentativo indipendentista veneziano. Anzitutto Manin non si rivelò in grado di predisporre nel lungo periodo un’adeguata e vincente strategia militare, la quale avrebbe potuto essere conseguita mediante l’immediata formazione di un esercito popolare veneziano. In secondo luogo errò fatalmente nel marginalizzare i contadini della terraferma e le province venete limitrofe nel contesto del movimento insurrezionale e del governo della neonata repubblica. Un coinvolgimento più profondo di queste realtà avrebbe potuto infatti rafforzare la sua posizione non solo nei confronti del nemico esterno, ma anche del sovrano piemontese Carlo Alberto, il quale negli sconvolgimenti politici del ’48 vide più un’occasione per allargare il proprio regno che la possibilità di costituire finalmente un’Italia unita.

La società veneziana nel corso della rivoluzione

11006379_638254046280112_2156276819168349991_nEccezion fatta per la nobiltà e l’alto clero, che consideravano maggiormente tutelate le proprie prerogative sotto il regime precedente, tutte le classi sociali di Venezia abbracciarono la causa nazionale italiana e il nuovo ordine politico, sperando di trovare in essi la realizzazione di desideri e domande a lungo covati. Ad ogni modo, la repubblica instaurata da Manin accese l’entusiasmo popolare non solo per la promessa di più diritti e di una maggiore giustizia sociale rispetto all’impianto reazionario asburgico, ma anche per evidenti e giustificate ragioni storiche. Infatti nel cuore dei veneziani il nome “repubblica” rievocava il ricordo di un passato glorioso, come testimoniato dal patriota Calucci: “una generazione non basta a far dimenticare la storia di quattordici secoli; e se pochi erano vissuti sotto la vecchia repubblica, tutti invece ne avevano sentito parlare dai nostri padri colle lagrime agli occhi”. L’orgoglio municipale ebbe un ruolo fondamentale nella rivoluzione veneziana, dal principio all’epilogo, e fu tra gli elementi che permisero di tenere unita la città e di protrarre la lotta contro l’austriaco anche quando il destino appariva ormai tristemente segnato.

Con ciò non si deve tuttavia ritenere che la situazione cittadina fosse immune da scontri e frizioni interne, che traevano origine sia dalla contrapposizione di differenti indirizzi politici sia dalle diverse appartenenze di classe. Nel primo caso bisogna registrare che al partito repubblicano si oppose col tempo un partito ‘fusionista’ che sosteneva un migliore avvenire per Venezia sotto il regno sabaudo di Carlo Alberto. Nel secondo caso, non si può nascondere la verificazione di sporadici episodi di malcontento popolare contro le fasce più agiate della cittadinanza, le quali in più occasioni sentirono minacciate le loro proprietà. Nel corso della sua esperienza rivoluzionaria Venezia visse dunque anche dei momenti critici (a partire dal fallimento dell’esperienza fusionista, terminata ingloriosamente con la dipartita dei commissari piemontesi da poco insediatisi nel capoluogo veneto), ma l’idea comune e l’operato di Manin furono tali da garantire sempre la pace e l’equilibrio sociale, fino agli ultimi infelici giorni dell’agosto del 1849.

Paul Ginsborg: impostazione storiografica e stile

969169_441618522610333_733006888_nLa chiarezza espositiva e la fluidità del discorso di Paul Ginsborg richiamano indubbiamente lo stile di un altro storico inglese che si è occupato a fondo di cose italiane: Denis Mack Smith. Differente tuttavia appare l’impostazione teorica da cui prende le mosse Gisnborg, il quale nella redazione dell’opera si è ispirato evidentemente alla riflessione critica di Gramsci sul Risorgimento. Ne è testimonianza non solo la grande attenzione rivolta alle tematiche socio-economiche e alle divisioni di classe presenti all’epoca in Veneto e a Venezia, ma anche e soprattutto l’approfondita analisi dedicata alle ragioni del fallimento della rivoluzione borghese di Manin e più in generale dei repubblicani italiani del ’48. Partendo dall’idea gramsciana del Risorgimento come rivoluzione mancata, Ginsborg si interroga sui motivi che non hanno consentito a Venezia di portare a termine con successo il suo tentativo indipendentista e anti-reazionario, in un momento storico in cui i repubblicani ebbero la grande opportunità di porsi alla testa del movimento risorgimentale. Il fitto esame degli errori commessi da Manin nell’anno e mezzo di rivoluzione appare obiettivo, solido e ben argomentato.
Ciò detto, è bene ricordare che nessuna delle insurrezioni europee del ’48 ebbe successo. In un contesto internazionale di fallimenti, la rivoluzione veneziana fu tuttavia la più duratura.

“Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento (1848 – 1866), A. M. Alberton

119._Finch___Ven_50cb01b90aa66Con un canestro de orae e con quatro canonae / Vegnirà Garibaldi a ste palae“, è quello che canta un ragazzo per le strade di Venezia prima di essere arrestato dalla polizia austriaca (A. Pilot, Venezia dal 1851 al 1866, p. 453 – 454). Altri giovani veneti non si limitano a cantare, ma durante le guerre d’indipendenza, spinti anche dalla fama del Generale, passano il confine e si arruolano come volontari. “I dati raccolti da Cavalletto indicavano in circa 20.000 i volontari provenienti dal Veneto nel biennio 1859-60, 15.000 dei quali entrano a far parte dell’esercito della Lega dell’Italia centrale, mentre 5.000 raggiungono Garibaldi nell’Italia meridionale” e per la guerra del 1866 lo zaratino Carlo Tivaroni sostiene di “non eccedere affermando che [i veneti] erano due terzi” dei circa 38.000 arruolati nel Corpo dei Volontari Italiani. Davanti a questi numeri è lecito domandarsi che cosa rappresentasse Garibaldi per i veneti negli anni del Risorgimento e quanto abbia influito la sua figura sull’affermazione e la diffusione degli ideali di unità nazionale in Veneto.

In un periodo di rinascita dei localismi e di contestazione del Risorgimento, parlare di garibaldini veneti e di garibaldinismo in Veneto può suonare quasi un’eresia“: così esordisce Angela Maria Alberton nel suo “Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento (1848 – 1866), ed è quanto mai difficile darle torto, anche se, stranamente, l’argomento da lei approfondito non ha mai conosciuto una trattazione completa ed esauriente, nemmeno in periodi politicamente e culturalmente più favorevoli del nostro agli ideali che hanno animato le vicende risorgimentali. Infatti gli storici che in passato si sono occupati del volontariato garibaldino nelle province venete hanno concentrato la propria analisi o su periodi circoscritti o su singole città, ma nessuno ha mai provato a fare una descrizione generale del fenomeno, in modo da ricomprendere tutta la regione veneta e l’intero arco temporale che va dalla prima guerra d’indipendenza (1848) all’annessione del Veneto al Regno d’Italia (1866).

Il principale merito che va riconosciuto all’autrice del libro è dunque quello di aver tentato per prima una ricostruzione ad ampio respiro del garibaldinismo in Veneto, operazione sicuramente non semplice, dato il quadro diversificato ed articolato dell’argomento e il conseguente rischio di perdersi in questioni settoriali e specifiche.
Nonostante la complessità insita in questo lavoro di sintesi, la ricerca e la valorizzazione delle fonti trovano un felice ed originale esito nel saggio di A. M. Alberton, specialmente nell’approfondito capitolo sulle motivazioni che spingono molti giovani veneti a farsi garibaldini, dall’assimilazione più o meno consapevole del discorso nazionale – non solo attraverso la letteratura, appannaggio di pochi, ma anche grazie ad altre espressioni artistiche più popolari, come canzoni e spettacoli di marionette – al desiderio di una migliore condizione economica e sociale, che si crede possa giungere con l’unificazione italiana. garibaldiniA queste molle se ne aggiungono spesso delle altre, che riguardano più da vicino le aspirazioni dei singoli: alcuni infatti vedono nel volontariato garibaldino un trampolino di lancio o un’occasione per fare carriera nel mondo militare, altri vi sono spinti da un desiderio di avventura, dalla ricerca di forti emozioni o da un giovanile ed incosciente entusiasmo. Altri ancora sentono il dovere morale di non sfigurare davanti alla figura paterna (come il veneziano Giorgio Manin, figlio di Daniele), oppure avvertono il bisogno di guadagnare una maggiore stima ed affetto da parte di persone a loro care (come Luigi Cavalli, figlio illegittimo, che sul campo di battaglia cerca le attenzioni del padre naturale). Tutti però indistintamente subiscono il fascino di Garibaldi, ne vengono quasi catturati, come se essere un suo soldato rappresentasse un onore e un motivo d’orgoglio particolare, che si aggiunge a quello di combattere per la causa nazionale: “l’eroe di Marsala non rappresenta solo la perfetta incarnazione degli ideali e dei valori risorgimentali, ma è l’uomo d’azione per eccellenza, dotato di una forte carica carismatica”.

L’analisi si concentra poi su un fenomeno connesso a quello del volontariato garibaldino, l’emigrazione veneta, che vede molti giovani del Veneto trasferirsi in Piemonte (soprattutto nel biennio 1859-60) e che per le sue notevoli dimensioni preoccupa tanto il Regno di Sardegna quanto l’Austria. Anche qui la trattazione cerca di scavare in profondità, investigando le ragioni che portano migliaia di ragazzi ad attraversare il confine italo-austriaco, con tutti i rischi del caso: la memorialistica e le testimonianze di molti personaggi dell’epoca descrivono un piccolo esodo che accanto alle più nobili motivazioni patriottiche e al rifiuto di prestare il servizio militare appena reso obbligatorio dall’Austria ha conosciuto anche ragioni di ordine puramente materiale, come la mancanza di lavoro e la crisi economica. E non sono mancati neppure quelli che hanno cercato solo di sfuggire a condanne penali per reati che nulla avevano a che vedere con la politica e gli ideali nazionali: “Il dovere di non confondere, per quanto sta in noi, la emigrazione onesta e veramente politica con falsi emigrati che abbandonarono le Provincie venete per sottrarsi alle conseguenze dannose dei loro reati, o che qua vennero per vivere a spese pubbliche e cercare fortuna, ci obbliga a non accordare il nostro patrocinio che agli emigrati veramente politici” (lettere tra il Comitato di sussidio dell’emigrazione veneta a Milano e il Comitato di Torino, 1863 – 1864).

Un interessante capitolo viene dedicato anche all’azione dei vari comitati segreti operanti in Veneto negli anni compresi tra l’armistizio di Villafranca e la terza guerra d’indipendenza: la maggior parte di essi si affida principalmente al nome di Garibaldi e alla speranza che il Generale un giorno possa ripetere in Veneto una seconda Marsala.

Infine, contro un’interpretazione riduttiva di quelle vicende, nelle ultime pagine viene affrontata la questione della partecipazione delle classi popolari venete al movimento nazionale, non tanto con l’intenzione di dare risposte definitive a un tema da sempre oggetto di dibattito, ma di “fornire alcuni spunti di riflessione che consentono di introdurre elementi di differenziazione e variazione in un quadro che si rivela tutt’altro che statico“.

“Ricordi di prigione”, Luigi Pastro

DSCN1300Circa due settimane fa, guardando tra i libri di casa, mi sono trovato tra le mani i Ricordi di prigione di un mio concittadino, Luigi Pastro, nato nel 1822 a Selva del Montello, nel trevigiano. Dato il mio interesse per la memorialistica ho iniziato subito a sfogliarne le pagine e devo ammettere che si è trattata di una piacevole scoperta. Il dottor Pastro – un giovane medico di provincia dalle umili origini – fu tra i protagonisti di un episodio del Risorgimento oggi dimenticato, ma che al tempo suscitò indignazione e commozione in tutta Europa: il processo di Mantova che dal 1852 al 1855 condannò alla morte per impiccagione diversi patrioti e rivoluzionari italiani che dopo il fallimento della prima guerra d’indipendenza avevano continuato ad opporsi alla presenza di un governo austriaco nel lombardo-veneto. La triste vicenda passò alla storia col nome di “martiri di Belfiore”, dal luogo di Mantova dove vennero eseguite le pene capitali. Pastro fu tra gli imputati di quel processo, e rinchiuso in isolamento per due anni nelle carceri di Venezia, Verona e Mantova si rifiutò sempre di confessare, nonostante le pressioni e gli abusi dei carcerieri e dell’autorità inquisitoria. Passò tutto il tempo del processo dietro le sbarre, con una catena al piede, in una cella spoglia, angusta e malsana, senza compagni di prigione, privato della possibilità di leggere, scrivere o intrattenersi in qualunque altra attività. Schiacciato dall’angoscia del suo incerto destino e dalla disperazione della solitudine, messo a durissima prova dai lunghi digiuni imposti e dalle precarie condizioni igieniche del carcere, che ne aggravarono seriamente lo stato di salute, il trevigiano Pastro dovette trovare per due anni il modo di sconfiggere il tempo, “il più fiero nemico del prigioniero”. Così tra sonetti improvvisati a voce e comunicazioni con vicini di cella realizzate grazie al “linguaggio del muro” (un codice dove ad un determinato colpo sul muro corrisponde una lettera dell’alfabeto) egli trascorse quelle penose ed interminabili giornate che lo dividevano dalla pronuncia della temuta sentenza.

Per il tema trattato, Ricordi di prigione rimanda senza dubbio al più celebre scritto di Silvio Pellico Le mie prigioni, e costituisce un’interessante pagina di storia locale e nazionale, impreziosita da valori come l’abnegazione, la dedizione agli amici e la fedeltà agli ideali di una vita.