Malumore

“Lei ha detto che il cattivo umore è un vizio. Mi pare esagerato.”

“Niente affato” risposi “se quello che nuoce a noi stessi e agli altri merita il nome di vizio. Non è già abbastanza che ci manchi il potere di renderci a vicenda felici? e dobbiamo per giunta rubarci l’uno all’altro quel tanto di piacere che ogni cuore qualche volta può procurare a se stesso?

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Lei mi nomini uno che sia di cattivo umore e che in pari tempo sia tanto bravo da dissimularlo, da tenersi per sé la tetraggine senza sciupare tutt’intorno la gioia degli altri. O forse in fin dei conti il malumore non è altro che un’intima insoddisfazione della nostra inferiorità, un malcontento di noi stessi, il quale è poi sempre collegato a un sentimento d’invidia, e questo a sua volta è aizzato da una sciocca vanità? Vediamo persone felici che non debbono a noi la loro felicità; e questo è intollerabile.”

tratto da I dolori del giovane Werther, Johann Wolfang Goethe

“Alla sera”, Ugo Foscolo

Alla sera venne pubblicata da Foscolo nei primi mesi del 1803 ad apertura di una raccolta di undici sonetti, ed è certamente una delle più celebri composizioni di tutta la letteratura italiana ottocentesca.

La poesia esprime il sentimento di pace e di distacco dal presente che l’autore prova nel contemplare la sera, immagine della morte e del nulla. La morte in particolare (concepita in termini rigorosamente materialistici ed atei) porta Foscolo a riflettere circa la vanità e la relatività delle cose umane: il poeta vaga coi propri pensieri in una dimensione totalmente distaccata sia dal tempo storico, sia dalla propria esperienza personale, e di conseguenza tutto quanto gli sembra privo di una reale importanza. Questa cognizione delle cose porta la pace nel cuore del poeta, che lontano dalla preoccupazioni e dalle insoddisfazioni di tutti i giorni, può finalmente provare il piacere della spensieratezza. La pace della sera rendo muto qualsiasi rancore e qualsiasi infelicità che il poeta coltiva dentro di sé; paradossalmente il nulla, che è uno dei principali motivi di paura per l’Uomo, diventa sinonimo di quiete e tranquillità.

tramonto

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

“Il passero solitario”, Giacomo Leopardi

Il passero solitario è una malinconica rievocazione dell’infelice gioventù di Leopardi. “Il tema della lirica vede un accostamento tra le abitudini del passero del titolo e il poeta stesso: il volatile trascorre isolato la primavera, così come il poeta vive in solitudine la giovinezza (che è la primavera della vita). Ma il futuro distinguerà i due destini: il passero invecchierà e morirà, infatti, senza rimpiangere le scelte compiute, le quali sono frutto dell’istinto e volute dalla natura; il poeta, al contrario, sarà certamente aggredito dal rimpianto” (Luperini).

D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non more il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

Primavera dintorno

Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

Sì ch’a mirarla intenerisce il core.

Odi greggi belar, muggire armenti;

Gli altri augelli contenti, a gara insieme

Per lo libero ciel fan mille giri,

Pur festeggiando il lor tempo migliore:

Tu pensoso in disparte il tutto miri;

Non compagni, non voli

Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

Canti, e così trapassi

Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia

Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,

Della novella età dolce famiglia,

E te german di giovinezza, amore,

Sospiro acerbo de’ provetti giorni,

Non curo, io non so come; anzi da loro

Quasi fuggo lontano;

Quasi romito, e strano

Al mio loco natio,

Passo del viver mio la primavera.

Questo giorno ch’omai cede alla sera,

Festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,

Odi spesso un tonar di ferree canne,

Che rimbomba lontan di villa in villa.

Tutta vestita a festa

La gioventù del loco

Lascia le case, e per le vie si spande;

E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell’aria aprica

Mi fere il Sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera

Del viver che daranno a te le stelle,

Certo del tuo costume

Non ti dorrai; che di natura è frutto

Ogni vostra vaghezza.

A me, se di vecchiezza

La detestata soglia

Evitar non impetro,

Quando muti questi occhi all’altrui core,

E lor fia vóto il mondo, e il dì futuro

Del dì presente più noioso e tetro,

Che parrà di tal voglia?

Che di quest’anni miei? che di me stesso?

Ahi pentirommi, e spesso,

Ma sconsolato, volgerommi indietro.