“Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito”, Elena Aga Rossi

CefaloniaPer lo storico, la vicenda di Cefalonia resta una delle più difficili da raccontare e da spiegare, sia per i molti interrogativi lasciati aperti dalle lacune della documentazione sia per lo stratificarsi di ricostruzioni e finanche travisamenti succedutisi negli anni

Elena Aga Rossi

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nell’isola greca di Cefalonia si consumò il più sanguinoso scontro armato nei Balcani tra l’esercito italiano e quello tedesco. I combattimenti – originati dal rifiuto della Divisione Acqui di consegnare le armi all’ormai ex alleato – si protrassero per poco più di una settimana ed ebbero il loro tragico epilogo nel criminale eccidio di centinaia di militari italiani che si erano già arresi.

Nel 2001 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi definì i fatti di Cefalonia come “il primo atto della resistenza di un’Italia libera contro il fascismo”. Da allora le pubblicazioni su questa vicenda si sono moltiplicate, ma molti dei suoi aspetti sono rimasti oscuri e controversi. Infatti, se da un lato le fonti concordano in modo pressoché unanime nel riconoscere il valore dimostrato in battaglia dalla Divisione Acqui e l’estrema dignità con cui gli ufficiali italiani si presentarono davanti al plotone di esecuzione, dall’altro lato il ruolo di alcuni dei principali protagonisti della vicenda e la grave crisi disciplinare che investì la divisione davanti alla scelta di combattere sono stati al centro di accesi dibattiti tra gli stessi superstiti dell’eccidio.

Fin dall’immediato dopoguerra, infatti, le vicende di Cefalonia si sono prestate ad interpretazioni divergenti. Per alcuni furono un eroico episodio di resistenza, generato da uno spontaneo moto anti-nazista delle truppe. Per altri, invece, si trattò di una strage da imputare all’irresponsabilità di alcuni ufficiali italiani (che incitarono la divisione a una battaglia persa in partenza) e al colpevole abbandono della divisione da parte dello Stato italiano.

Elena Aga Rossi, una delle più affermate storiografe italiane, ha cercato recentemente di gettare luce su questi avvenimenti nel suo libro Cefalonia – La resistenza, l’eccidio, il mito, edito dal Mulino nel 2016.

Con l’ausilio di nuove fonti, il saggio ripercorre giorno per giorno gli eventi che si svolsero sull’isola greca dalla fatidica data dell’8 settembre a quella del 24 settembre, giorno dell’eccidio. Nell’esposizione dei fatti Elena Aga Rossi mantiene un equilibrio encomiabile, reso ancora più complesso da un quadro delle fonti estremamente variegato e contraddittorio.

L’operato di Antonio Gandin (comandante della divisione), l’attività sobillatrice degli ufficiali Apollonio e Pampaloni, il discusso numero delle vittime e le motivazioni che spinsero le truppe italiane a battersi contro quelle tedesche sono tutti elementi a cui l’autrice cerca di dare un’esatta collocazione al fine di “por fine alle polemiche e recuperare una memoria per quanto possibile unitaria di una delle prime iniziative della resistenza, e di certo di quella che ebbe l’esito più drammatico”.

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“La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox

coxNegli ultimi giorni dell’aprile del 1945, mentre la guerra contro la Germania nazista era ad un passo dalla conclusione, una colonna di mezzi militari alleati sfrecciava per le strade del Veneto e del Friuli, gettata in avanti a capofitto verso la città di Trieste.

Si trattava della Seconda divisione di fanteria neozelandese, guidata dal generale Bernard Freyberg e “venuta in Italia dagli antipodi del mondo” dopo aver calcato le polverose strade della Grecia e le ardenti sabbie di El Alamein. Essa costituiva in quell’angolo d’Italia l’avanguardia dell’esercito anglo-americano che risalendo le valli del Po aveva sbaragliato le ultime difese dei soldati della Wermacht.

Una volta giunta in Friuli, la divisione neozelandese non ebbe più come obiettivo quello di sconfiggere le truppe tedesche, ormai in pieno disfacimento, bensì arrivare il prima possibile a Trieste, dove si stava precipitando anche la Quarta Armata Jugoslava, determinata ad occupare la città per incorporarla nella Repubblica Jugoslava del Maresciallo Tito.

La Venezia Giulia, assieme alla Boemia, era l’unica zona d’Europa in cui gli Alleati non avevano stabilito in anticipo una netta linea di demarcazione. Gli Jugoslavi puntavano quindi a prendere il possesso della regione per mettere il mondo davanti al fatto compiuto.

La marcia a ritmi serrati dei soldati “kiwi” (così chiamati per il nome di uno strano uccello senza ali che vive solo in Nuova Zelanda) e la delicatissima situazione politico-militare che essi si trovarono ad affrontare una volta arrivati nel capoluogo giuliano formano l’oggetto de La corsa per Trieste (titolo originale: The race for Trieste), un interessantissimo reportage di Sir Geoffrey Cox, all’epoca Capo del Servizio Informazioni della sua divisione e, in quanto tale, testimone oculare privilegiato di quegli eventi.

Da buon anglosassone, Cox ci ha lasciato una descrizione dei fatti lineare, asciutta ed equilibrata. Il suo libro, pubblicato per la prima volta nel 1977, rappresenta tutt’oggi una delle principali fonti storiche sull’inquieto dopoguerra triestino.

La corsa per Trieste non è un diario militare, ma una rivisitazione ragionata degli episodi che videro per protagonisti i soldati neozelandesi, alla luce dei successivi sviluppi della politica internazionale e del contenuto di alcune significative comunicazioni tra il primo ministro inglese Winston Churchill, il presidente statunitense Harry Truman e il feldmaresciallo Harold Alexander, comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo.

Lo sfondamento delle linee tedesche

La narrazione di Cox parte da lontano, dalle ultime battaglie combattute sugli argini dei fiumi della Romagna contro le truppe tedesche nei primi giorni dell’aprile 1945. Per un centinaio di pagine Trieste non viene neppure nominata. Del resto, la città giuliana non è ancora nel mirino dei comandi militari alleati. Si tratta senza dubbio della parte meno coinvolgente del libro: la fatidica “corsa” non è ancora iniziata e le vicende descritte sono quelle di una guerra di posizione che ricorda da vicino le battaglie della Grande Guerra. Nonostante ciò, anche in queste pagine è possibile rinvenire qualche informazione interessante, come il morale delle truppe alleate impegnate sul fronte italiano e la loro concezione del nemico, ormai prossimo alla capitolazione. Gli esiti del conflitto erano ormai evidenti a tutti, ma i soldati erano ancora costretti a combattere. Lo spreco di tante vite umane è alla radice di un sentimento di colpa che l’autore affida a queste parole:

Bisognava farsi forza e cercare nella propria memoria il ricordo dei campi di concentramento e delle camere a gas, e soprattutto dire a se stessi che se non fosse capitato ai Tedeschi, sarebbe toccato a noi, per soffocare nella propria coscienza la consapevolezza di star deturpando con un orrendo delitto quelle assolate distese verdi in quel pomeriggio d’aprile”

Simili considerazioni si trovano anche in un altro passaggio, dove Cox racconta di un mattina in cui gli fu chiesto un parere sull’opportunità di bombardare il paese di Budrio per ostacolare la ritirata dei Tedeschi:

Davanti a noi, nelle loro case e nelle cantine, stavano nascosti e sgomenti gli Italiani di questa cittadina anonima, che non fu mai protagonista di grandi eventi storici né nel passato, né nel presente. Ebbene, noi in quel momento dovevamo decidere se la distruzione delle loro case rientrava nel nostro piano di distruzione del nemico. Laggiù, sui campi d’aviazione, i bombardieri medi erano gravidi di bombe, pronti a partire. Aspettavano solo che un nostro segnale indicasse loro l’obiettivo. Avevamo cinque minuti di tempo

Il bombardamento non ebbe luogo, ma il dilemma davanti al quale si trovò Cox la dice lunga sul genere di guerra che venne ingaggiato in quegli anni e spiega perché nel 1945 l’Europa fosse ridotta a un cumulo di macerie.
A seguito di un pesante attacco sferrato sulle rive del fiume Senio, le truppe alleate riuscirono a sfondare la linea difesa dai Tedeschi. Proseguirono quindi verso il Po, attraverso la pianura romagnola. Lungo il cammino trovarono ancora degli ostacoli, ma la breccia ormai era stata aperta:
a quel punto la marcia alleata poteva essere solo rallentata, non fermata.

Il rapporto con i partigiani italiani

A partire da questo momento l‘azione degli anglo-americani si intrecciò con quella di alcuni gruppi partigiani, che nel frattempo erano insorti contro i Tedeschi e avevano preso il controllo di diversi centri cittadini. Stando al racconto di Geoffrey Cox, il rapporto che i suoi connazionali strinsero con i partigiani fu inizialmente improntato a una certa diffidenza. Fino ad allora, infatti, la divisione neozelandese aveva avuto scarse opportunità di contatto con il movimento partigiano in Italia e si era pertanto abbandonata ai tipici pregiudizi anti-italiani:

La maggioranza dei nostri soldati non aveva motivo di aspettarsi che questi Italiani fossero molto diversi da quelli conosciuti nel deserto: spacconi, esibizionisti, talvolta coraggiosi, ma tal l’altra addirittura riluttanti a sostenere una battaglia pro-forma. Con la tipica mentalità semplicistica che si tende ad assumere in guerra, i soldati neozelandesi generalizzavano ritenendo quell’atteggiamento un difetto nazionale degli Italiani, senza prendere in considerazione alcun’altra spiegazione. Non pensavano, per esempio, che gli Italiani non ci mettevano il cuore in quella guerra, e non avevano alcun incentivo a combattere a fianco dei Tedeschi – che detestavano – contro gli Inglesi, cui si sentivano, invece, legati da tradizionale amicizia

A tali pregiudizi si aggiungeva la constatazione che nel il tipo di guerra condotto fin a quel momento i partigiani italiani non avevano potuto offrire alcun valido aiuto. Essi, infatti, operando come meri sabotatori dietro le linee nemiche, non erano certo nelle condizioni di collaborare alla distruzione dei settori più fortificati dei Tedeschi. Tutto questo portava i Neozelandesi a considerare la loro azione come quella di “bande di ragazzi esaltati, spesso più dannosi che utili”. Solo gli eventi successivi mutarono questo atteggiamento di riluttanza. Negli ultimi giorni della guerra, infatti, la macchina messa in moto dai partigiani si rivelò decisamente efficace, tanto che i soldati “kiwi” dovettero ricredersi: “Senza l’aiuto dei partigiani che conquistarono i ponti sui vari fiumi e canali, impedendone la distruzione, ogni nostro passo in avanti sarebbe stato molto più lento e faticoso”. E ancora: “I partigiani nella zona di Padova catturarono più di 15.000 prigionieri tedeschi, e ne uccisero 497, nel corso di poche ma intense battaglie […] Non si può certo negare che l’opera svolta dai partigiani fosse imponente”. Man mano che risalivano la pianura padana, gli anglo-americani si imbattevano sempre più frequentemente in paesi e villaggi già liberati dai partigiani. Ancora prima di arrivare a Padova, essi si resero conto di avere ottime possibilità di giungere velocemente a Trieste, addirittura prima degli Jugoslavi: “Da quel momento la nostra avanzata attraverso Padova e verso il Piave rientrava in una nuova direttiva: l’obiettivo non era più semplicemente sconfiggere i Tedeschi, ma possibilmente prevenire gli Jugoslavi nella presa di Trieste. Si iniziava la corsa per Trieste”.

Abbiamo infilato il piede nella porta”

La questione di Trieste stava molto a cuore a Winston Churchill, il quale vedeva in questo angolo nord-orientale dell’Adriatico l’accesso ad una più ampia influenza su parte dell’Europa centrale. Egli riteneva inoltre che nella futura contesa tra l’Italia e la Jugoslavia per il possesso della città sarebbe stato più saggio sostenere gli Italiani, al fine di creare una frattura tra loro e i comunisti e favorire amichevoli rapporti con gli Stati Uniti e l’Inghilterra. In un messaggio inviato il 27 aprile al presidente Harry Truman, il primo ministro inglese ricordava che il suo predecessore alla Casa Bianca “attribuì sempre enorme importanza a Trieste, che, egli pensava, sarebbe dovuta divenire un porto internazionale, uno sbocco sull’Adriatico per l’intera regione danubiana”. Infine concludeva: “Ciò che conta è arrivare a Trieste prima che la occupino i guerriglieri di Tito. Penso pertanto che non si debba attendere un sol minuto di più. Lo status definitivo di Trieste potrà essere deciso con comodo. Il possesso rappresenta i nove-decimi del diritto”.
Quando il generale Freyberg ricevette l’ordine di raggiungere Trieste non era ancora consapevole delle traversie che vi avrebbe incontrato; intuiva soltanto che “
la situazione era piuttosto imbarazzante, perché il Maresciallo Tito voleva portare la sua Armata Jugoslava a Trieste”. Anche i soldati neozelandesi erano all’oscuro di quello che li attendeva nella città giuliana. Un’anticipazione la ebbero tuttavia a Monfalcone, quando invece di trovare una folla esultante per il loro arrivo (come era accaduto a Mestre, a Padova e in molti paesi del Friuli) furono inghiottiti dall‘indifferenza generale di una città piena di bandiere jugoslave e di scritte inneggianti a Tito:

“Repentinamente l’atmosfera era cambiata del tutto. C’era una differenza, difficile da definirsi, ma palpabile, fra questa gente e queste strade, e quelle che avevamo incontrato allontanandoci dal Piave […] Ci sentivamo stranieri in un paese strano, come se passando l’Isonzo avessimo valicato una frontiera invisibile, ma tangibile. Ed in effetti era proprio così. Eravamo passati dall’Italia a quella che sarebbe diventata una “Terra di nessuno” fra l’Europa Occidentale e l’Europa Orientale. E come ogni Terra di nessuno era estremamente inospitale

Trieste era sempre più vicina. Qui, a differenza che altrove, i Tedeschi non si erano ancora arresi. Con la Quarta Armata Jugoslava del generale Drapŝin in rapido avvicinamento e le forze partigiane del IX Corpo sloveno pronte a scendere dalla foresta di Tarnova al primo segnale, la fazione filo-italiana della resistenza triestina rappresentata dal CLN decise di prendere l’iniziativa. Alle quattro del mattino del 30 aprile i partigiani italiani diedero dunque il via all’insurrezione e i loro comandanti riuscirono ad insediarsi nella Prefettura, imponendosi come governo provvisorio della città. Il giorno successivo gli Jugoslavi fecero il loro ingresso a Trieste, anticipando i Neozelandesi e scalzando il CLN dalle precarie posizioni di potere raggiunte. La lotta però non era finita: i Tedeschi infatti si difendevano ancora in alcune roccaforti, come il Castello e il Palazzo di Giustizia. Il pomeriggio del 2 maggio, mentre gli Jugoslavi erano impegnati ad affrontare le ultime resistenze tedesche, la divisione neozelandese entrò in città, accolta da folle eccitate ed esultanti: “Erano soprattutto Italiani che sventolavano il tricolore e ci salutavano in italiano. Si sentivano evidentemente sollevati dal nostro arrivo”. I Neozelandesi avevano perso la corsa per Trieste, ma possedevano ancora una carta importantissima da giocare: contribuire a scacciare definitivamente il tedesco e guadagnarsi così almeno una parte del merito per la liberazione della città. In effetti, sotto lo sguardo furibondo degli Jugoslavi, il grosso della guarnigione tedesca preferì arrendersi proprio alla divisione neozelandese. Con il loro scatto finale i soldati “kiwi” arrivarono giusto in tempo per raccogliere la resa germanica. Come commentò successivamente Churchill, si era riusciti ad infilare il piede nella porta proprio all’ultimo momento”.

Una pace ben strana”

Con la cacciata dei Tedeschi, la guerra a Trieste poteva dirsi conclusa. Essa, tuttavia, come annotò Cox, “aveva lasciato dietro di sé una pace ben strana”. Due eserciti stavano occupando la stessa città e se da un lato i Neozelandesi ammiravano sinceramente l’Armata partigiana di Tito, dall’altro lato non si poteva certo dire che il sentimento fosse ricambiato: il generale jugoslavo Arso Jovanovic, ad esempio, si disse decisamente adirato per l’improvvisa comparsa della seconda divisione neozelandese oltre l’Isonzo. I soldati jugoslavi non mostrarono un atteggiamento molto diverso, preferendo trincerarsi dietro “una barriera di riservatezza che scoraggiava qualsiasi tentativo di rapporto individuale nella Venezia Giulia”. Nel frattempo in città si era diffuso il terrore tra la popolazione italiana. L’amministrazione civile di Trieste era stata temporaneamente attribuita agli Jugoslavi, i quali praticarono fin da subito un massiccio numero di arresti e deportazioni. Presso il quartier generale dei Neozelandesi, fissato al Grand Hotel di Trieste, cominciò presto ad affluire una marea di delegazioni, fra cui i partigiani italiani del CLN, che protestavano “perché gli Jugoslavi non aggredivano e deportavano nell’interno della Jugoslavia solo gli ex-fascisti, ma arrestavano anche gli Italiani antifascisti che non volevano che la città diventasse jugoslava”.
Il 12 maggio furono esposti dei manifesti che preparavano il terreno per l’annessione di Trieste alla Jugoslavia, con lo status di città autonoma. Ogni altra soluzione, affermava il manifesto, “era semplicemente un piano manifesto od occulto, di coloro che erano di fatto fascisti”. Un’ordinanza della settimana precedente vietava ogni dimostrazione di sentimenti nazionali, di qualunque origine essi fossero, ma il divieto era inevitabilmente unilaterale. Infatti, mentre i tricolori italiani (privi di stella rossa al centro) erano possibile bersaglio del fuoco jugoslavo, la città era tranquillamente tappezzata di bandiere blu, bianche e rosse della Jugoslavia.
Non furono questi provvedimenti, comunque, a suscitare l’indignazione delle truppe alleate. Ciò che offendeva più di ogni altra cosa, secondo Cox, era la politica di spietata repressione di ogni forma di opposizione. Gli arresti su larga scala e le deportazioni indiscriminate raggiunsero un livello intollerabile: basti pensare che quando gli Alleati assunsero il controllo della città un mese più tardi c’erano ben duemila nomi nella lista delle persone scomparse nella sola Trieste. È vero, come ricorda l’autore, che gli Jugoslavi stavano uscendo da uno dei conflitti più cruenti della loro storia e che ricordandosi come erano stati trattati dagli Italiani ora li ripagavano con ugual moneta. Allo stesso tempo, però, in quel periodo di pace, per i soldati neozelandesi era evidente un fatto:

Gli Jugoslavi stavano facendo passare agli Italiani dei momenti davvero terribili, ed una nazione stava brutalmente calpestando un’altra. Di certo non tutti coloro che, piangendo, venivano al nostro campo parlando di mariti arrestati, erano fascisti […]. Molti erano, o si sentivano, Italiani, presi di mira solo perché volevano che la loro città, di sentimenti italiani, rimanesse all’Italia

A seguito di questi fatti i soldati alleati presero in simpatia la popolazione italiana e divennero invece fortemente ostili agli Jugoslavi. “Il Neozelandese” scrive Cox “si limitava a constatare che a Trieste c’era una maggioranza italiana e che c’erano Italiani in tutta la zona. Da ciò traeva la conclusione che gli Jugoslavi non avevano diritto di governare in quella terra. Il suo senso di giustizia subiva continuamente l’affronto di arresti arbitrari e di un’atmosfera raggelata dalla paura”.

Ci ricordano Hitler, Mussolini e il Giappone”

Su sollecitazione personale di Winston Churchill gli Americani decisero di entrare con forza nella questione triestina. Entrambe le parti avvertivano il rischio di un’espansione territoriale incontrollata da parte degli Jugoslavi, i quali non paghi di aver occupato l’Istria e Trieste erano sconfinati perfino in Carinzia, territorio già attribuito alla zona d’influenza occidentale con gli accordi di Yalta. Il presidente Truman esponeva così il suo pensiero:

Secondo me, non si tratta di schierarci da una parte o dall’altra in una controversia tra Italia e Jugoslavia […] Si tratta fondamentalmente di decidere se i nostri due Paesi intendono permettere ai nostri alleati di intraprendere un’incontrollata espansione territoriale o di perseguire tattiche che ci ricordano troppo da vicino quelle di Hitler e del Giappone. L’occupazione jugoslava di Trieste, punto chiave di quel territorio e sbocco vitale di buona parte dell’Europa centrale, avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre le aree direttamente interessate

Inglesi ed Americani ritenevano che il destino della Venezia Giulia andasse discusso al tavolo della pace. Nell’immediato si rendeva però necessario instaurare un Governo Militare Alleato sulla regione, che da un lato avrebbe assicurato alle truppe anglo-americane un collegamento ferroviario con l’Austria e dall’altro avrebbe posto un freno alle mire espansionistiche di Tito. Le trattative furono affidate al generale Morgan, ma la risposta jugoslava fu inizialmente un secco rifiuto: Tito infatti riteneva di aver conquistato sul campo quel territorio e si sentiva legittimato a rivendicarlo come parte integrante della Jugoslavia. Egli probabilmente pensava che Stalin sarebbe intervenuto in suo soccorso e anche per questo non esitò nel fare la voce grossa. Tuttavia commise un errore, poiché il dittatore sovietico mantenne sempre un prudente silenzio sulla questione triestina, non ritenendo opportuno creare motivi d’attrito con Americani ed Inglesi per il possesso una striscia di terra nell’alto Adriatico.
La situazione rischiava di divenire incandescente. Churchill scriveva al feldmaresciallo Alexander che se Tito persisteva nel suo rifiuto di porre le truppe jugoslave sotto il comando alleato o di ritirarsi dalla zona, ne sarebbe conseguito inevitabilmente un conflitto armato. I soldati neozelandesi a Trieste sapevano di questa eventualità e sul punto Cox annota: “Se fossero stati chiamati a combattere lo avrebbero fatto con sufficiente prontezza, non fosse altro per porre fine alle continue tensioni e alle incessanti persecuzioni che colpivano i civili intorno a loro”. Il 19 maggio il feldmaresciallo Alexander trasmetteva alle proprie truppe un comunicato durissimo contro gli Jugoslavi:

La nostra politica, enunciata pubblicamente, prevede che ogni cambiamento territoriale abbia luogo solo dopo approfondito esame e dopo esaurienti consultazioni e delibere dei vari Governi interessati. È comunque intenzione apparente del Maresciallo Tito imporre le sue pretese sulla Venezia Giulia e sul territorio intorno a Villaco e Klagenfurt con l’uso delle armi e con l’occupazione militare. Azioni del genere ci ricordano fin troppo da vicino Hitler, Mussolini e il Giappone. È per impedire azioni di questo tipo che noi abbiamo combattuto questa guerra… È nostro dovere tenere questi territori in amministrazione fiduciaria, finché la Conferenza della Pace non disporrà definitivamente il loro destino

Privo del sostegno sovietico ed esposto al pericolo di un conflitto armato contro le truppe alleate, Tito fu costretto a rivedere la propria posizione. Con gli accordi siglati a Belgrado il 9 giugno, la Venezia Giulia venne divisa in due distinte aree lungo la cosiddetta “linea Morgan”: Trieste, Gorizia, Monfalcone e Pola passarono sotto il controllo di un’amministrazione militare alleata, mentre il resto della regione (quasi tutta l’Istria e Fiume) rimaneva in mano alla Jugoslavia, in attesa delle determinazioni della Conferenza della Pace.
Così finì la lotta per Triestescrive Cox, ultimo campo di battaglia della Seconda guerra mondiale sul Fronte Mediterraneo, e primo capo di battaglia della Guerra Fredda”.

Il giornalismo triestino e la Conferenza di pace di Parigi del 1946

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Tra i pochi documenti accolti negli atti della Conferenza di pace di Parigi del 1946 a sostegno del diritto italiano sulla Venezia Giulia figura un opuscolo sulla storia del giornalismo triestino dal titolo Giornali e periodici di Trieste dal 1781 al 1946, edito a cura dell’Associazione della Stampa Giuliana. Si tratta di un libretto bibliografico contenente l’elenco di tutte le pubblicazioni periodiche che hanno visto la luce a Trieste dalla fine del Settecento al termine della Seconda Guerra Mondiale. L’introduzione, scritta in italiano, è stata tradotta in due lingue: inglese e francese. Destinatarie di questa “memoria” erano infatti le potenze vincitrici, prime fra tutte Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
L’intento dichiarato era
quello di dimostrare l’italianità della città, contro le pretese annessionistiche jugoslave. Con la forza dei numeri, l’Associazione della Stampa Giuliana argomentava che Trieste “è sempre stata, com’è oggi, una città squisitamente italiana, nella vita degli affari come in quella della cultura”. Infatti, stando a un prospetto statistico inserito nell’opera, delle 691 testate pubblicate a Trieste, 618 erano in lingua italiana. Seguivano i giornali in lingua slovena o serbo-croata (43), tedesca (19), greca (5), francese (5) e inglese (1).
Politica e storiografia formano un inestricabile groviglio nelle rivendicazioni territoriali sulla regione giuliana, sia da parte italiana che da parte slava. Questo documento, stampato in un numero limitatissimo di copie, ne è una lampante dimostrazione.

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Ecco il testo (in inglese) dell’appello rivolto dall’Associazione della Stampa Giuliana alle potenze vincitrici:

With the aim of offering a useful contribution to an ethnical enquiry of said territory, on the basis of solid elements, the Associazione della Stampa Giuliana (Julian Press Association) has compiled the following test of all periodical publications, issued in Trieste as from the beginning of eighteenth century up to date.
Such documentation speaks the clear language of facts and incontrovertible testimonials. It is not the result of a propagandistic improvisation, nor can it be denied or falsified. It has the consistence and the limpidity of facts that time has consacrated to history. As far as the past is concerned it can be checked by anyone, for its sources are freely available; and as for the present there is hardly any need for special enquiries.
In other words a documented reality, leaving no space to doubts on what, from an ethnical point of view, is the fundamental if not the sole element: the language proves that if the geographical position of Trieste and the importance of its harbour have made of this city a place open to any current of traffic and of thought, Trieste itself has always been, as it is at present, a purely Italian city both as regards business and culture.
In said publication are mentioned all papers and magazines which have been issued in Trieste and not merely those of a centenary age, but also those that have lasted for a few months, for they are likewise representative of life and character of a region that looks upon Trieste as its moral capital.
The following conspectus shows a statistical synopsis of publications issued in different languages, as well as the particular results during the period from their origins up to 1915, which period is generally regarded as the most fit and serene to base one’s considerations on the nationalities now under contestation. The sweeping majority of newspapers and magazines issued in the Italian language would of course appear even more strikingly if one could mention the consistency of their issues, which are, proportionally, far more considerable.

CONSPECTUS OF PERIODICAL PUBLICATIONS ISSUED IN TRIESTE FROM 1781 TO MARCH 1946

Language

Beginning of issuing year

Up to 1915 N.

Total N.

Italian

1784

451

618

Slav

1866

29

43

German

1781

16

19

Greek

1855

5

5

French

1866

5

5

English

1855

1

1

Bibliografia:

Giornali e periodici di Trieste dal 1781 al 1946, edito a cura dell’Associazione della Stampa Giuliana (due copie di questo opuscolo sono conservate presso la Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste);

– Bruno Astori, Funzione storica del giornalismo a Trieste, nella Rassegna storica del Risorgimento, luglio dicembre 1951, p. 226-234.

“La ciociara”, Alberto Moravia

CiociaraIl romanzo è una cronaca della guerra, un libro sugli orrori della guerra

(Alberto Moravia al suo editore, Valentino Bompiani)

La guerra chiude gli uomini in una “tomba di indifferenza e di malvagità, li deturpa nell’animo, rendendoli apatici, duri di cuore e privi di pietà verso le disgrazie altrui. Questa è l’idea principale che attraversa le pagine della Ciociara di Moravia, dove la triste storia di Cesira e di sua figlia Rosetta è l’emblema di un’Italia dilaniata e sfigurata dalle tragedie del secondo conflitto mondiale. Le disavventure delle due protagoniste – costrette ad abbandonare Roma nell’estate del 1943 per la paura dei bombardamenti e a rifugiarsi tra i monti della Ciociaria – fanno da tessuto narrativo ad una più ampia meditazione su un imbruttimento morale che non risparmia quasi nessuno. La carestia, i prezzi folli della borsa nera, la mancanza di un tetto dove trovare riparo e l‘imperscrutabile malignità degli occupanti mettono a durissima prova i malcapitati del tempo, costringendoli a una lotta per la sopravvivenza dove non c’è spazio per “le leggi e il rispetto degli altri e il timor di Dio” e i valori dell’epoca di pace sono irrimediabilmente capovolti.
Le uniche luci a brillare nello scenario cupo e miserevole descritto da Moravia sono quelle di due giovani ragazzi: Rosetta e Michele (uno studente sfollato con cui le protagoniste instaurano presto un rapporto di amicizia). Pur animati da opposti ideali – Rosetta è estremamente religiosa, mentre Michele crede ferventemente nel socialismo – questi due personaggi appaiono puri, genuini e sorprendentemente saldi in un mondo che continua a precipitare. Tuttavia, seppur in maniera diversa, la guerra non tarderà ad allungare le sue mani anche su di loro. La ciociara, per buona parte, è la storia di queste gioventù spezzate, di due promettenti vite che in un contesto differente avrebbero ottenuto ben altra sorte.
Dopo La romana, pubblicato nel 1947, questo romanzo conferma una volta di più l’estrema sensibilità di Alberto Moravia nella descrizione dei personaggi femminili, una sensibilità che trova pochi pari nella letteratura italiana contemporanea.
Tutta la vicenda è filtrata attraverso gli occhi di Cesira, una donna semplice e di umili origini. Il racconto è pertanto improntato a una semplicità di espressione che rende la lettura fluida e agevole. Chiunque può tranquillamente avvicinarsi a questo libro, senza quella sorta di timore reverenziale che tante volte rende titubanti davanti alla lettura di un classico.

 

“Anime baltiche”, Jan Brokken

animeAi nostri occhi, le regioni del Baltico appaiono come un’entità misteriosa e lontana dalla vicende storiche che ci riguardano. “Macchioline su una carta”: così il generale inglese H. H. Wilson definì Lituania, Lettonia ed Estonia durante la conferenza di pace di Parigi del 1919. Eppure, basterebbe una breve ricerca per scoprire che si tratta delle stesse terre che hanno dato i natali a uomini come Immanuel Kant, Hannah Arendt, Mark Rothko, Romain Gary ed altri ancora. Dietro ai paesi baltici esiste quindi una storia più interessante di quella che possiamo pensare: è questo il messaggio principale che lo scrittore olandese Jan Brokken ha voluto trasmettere ai suoi lettori con Anime baltiche (pubblicato in Italia da Iperborea nel 2014), un libro che non è solo un viaggio in questo remoto e semisconosciuto angolo d’Europa, ma anche tra arte, letteratura, cinema e musica, i segni più tangibili di una vicinanza culturale da molti nemmeno immaginata.

Attraverso la vita di alcuni celebri personaggi, l’autore racconta le vicissitudini di queste terre di confine, dove la convivenza di tedeschi, ebrei, russi, lituani, lettoni ed estoni ha prodotto nell’ultimo secolo violenti e drammatici conflitti, che hanno cambiato per sempre un mosaico etnico che aveva pochi pari in Europa per varietà e complessità. Che dire, ad esempio, della città prussiana di Königsberg, dove nel Settecento nacque il filosofo tedesco Kant? Oggi si chiama Kaliningrad, in onore a un bolscevico sovietico, e si trova in territorio russo. E Vilnius, l’attuale capitale della Lituania? All’inizio del Novecento era abitata da circa 100.000 ebrei, che costituivano il 40% della popolazione locale. Oggi, dopo l’Olocausto, non ne restano che poche centinaia. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Le storie che Brokken ci descrive sono per lo più spaccati di vite sradicate, che hanno usato l’arte per reagire alle brutture della storia, nella speranza di un nuovo inizio. Lo scrittore Roman Gary esorcizzò nei suoi romanzi un passato triste e per lui inconfessabile. La filosofa ebrea Hannah Arendt parlò di quella “banalità del male” che tante vittime aveva mietuto in Europa negli anni dell’ultima guerra. Lo scultore lituano Jacques Lipchitz raffigurò nelle sue opere quell’angoscia che provò da bambino quando riuscì a sopravvivere fortunosamente a un pogrom. Il compositore estone Arvo Pärt espresse magistralmente nei suoi concerti quella spiritualità a lungo repressa durante il dominio sovietico.
In queste terre di dolorosi sconvolgimenti, solo la natura sembra essere rimasta identica a prima, con le sue fitte selve incontaminate, il mare gelido, le strade ghiacciate e i venti del nord che si abbattono su castelli in rovina e palazzi decadenti. Una natura a tratti maligna e in triste armonia con i tanti drammi umani del secolo passato.
Quello che emerge dalle pagine di Anime baltiche è un piccolo mondo perduto e dimenticato, che meriterebbe tuttavia di essere conosciuto più da vicino. La sua storia, in fondo, è anche quella della nostra Europa.

“La condanna dell’Italia nel trattato di pace”, Attilio Tamaro

DSCN3100.JPGCirca un anno fa, frugando tra i libri usati di una bancarella alla ricerca di qualcosa che attirasse la mia attenzione, mi sono imbattuto in un volume di inizio anni ’50, con una copertina rigida rossa e circa trecento facciate ingiallite. Titolo: La condanna dell’Italia nel trattato di pace. Autore: Attilio Tamaro (bisnonno della più celebre scrittrice Susanna Tamaro). Di cosa parlava?
È storia nota che l’Italia, dopo aver perso la seconda guerra mondiale, abbandonò la monarchia per la repubblica e adottò una nuova costituzione: si tratta di eventi epocali nella vicenda della nostra nazione sui quali, com’è normale che sia, esiste una bibliografia sterminata. Invece, ben poco è stato scritto e quasi nulla sappiamo del trattato di pace che l’Italia sottoscrisse da Paese sconfitto il 10 febbraio 1947 a Parigi, o meglio, ricordiamo soltanto la perdita dell’Istria e delle colonie in Africa, e qualcuno forse rammenterà pure la frase con cui Alcide De Gasperi aprì il proprio discorso alla Conferenza di Parigi: “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Eppure negli anni immediatamente successivi alla guerra il trattato di pace e il suo contenuto interessarono parecchio l’opinione pubblica italiana, soprattutto per la questione di Trieste, città dall’altissimo valore simbolico dopo la guerra ‘15-‘18 e il cui destino appariva più che mai incerto. In generale, diversi nostri illustri rappresentanti spesero parole dalle quali traspariva una forte delusione per un trattato che per come andava formandosi appariva vendicativo, oltremodo lesivo degli interessi nazionali italiani ed ingiustamente umiliante, dal momento che sembrava non tenere in minimo conto la cobelligeranza iniziata nell’autunno del 1943 e l’apporto del movimento partigiano alla causa alleata. A tal proposito, il socialista ed antifascista Gaetano Salvemini scrisse: “Non vedo che cosa i vincitori avrebbero potuto fare di peggio se gli Italiani avessero continuato a battersi disperatamente fino all’ultimo momento ai servizi di Hitler […] Le clausole territoriali del Trattato di pace sono ripugnanti ad ogni senso di giustizia […]. Il Trattato di pace è terribile per le infinite servitù economiche con cui aggrava in permanenza il popolo italiano”.
1946.08.10 - dg a parigiLo stesso De Gasperi, allora capo del governo, in un telegramma inviato il primo agosto 1946 a Pietro Nenni, ministro degli Esteri in pectore, espresse tutto il suo rammarico con queste parole: “Ieri sera al Consiglio dei Ministri il trattato è stato considerato come puramente punitivo e tale che, se non modificato, ritiensi inaccettabile” (entrambe le citazioni, sia di Salvemini che di De Gasperi, sono riportate da Ernesto Galli della Loggia nel suo interessante saggio La morte della patria). Parole di dura condanna furono pronunciate un anno più tardi anche dal filosofo antifascista Benedetto Croce davanti all’Assemblea Costituente in sede di ratifica del trattato (qui potete leggere il testo integrale del suo intervento).
Tuttavia, nonostante la disapprovazione di ampie frange della politica e dell’opinione pubblica nazionale, l’Italia – convinta di non avere alternative e soprattutto ansiosa di chiudere una pagina buia della propria storia – ratificò il trattato di pace, il quale già a partire dagli anni immediatamente successivi scivolò pian piano nel dimenticatoio. Per quale motivo? Semplice: le mutate condizioni internazionali – con la sopravvenuta necessità per gli Usa di avere nel nostro Paese una valida difesa a ridosso del blocco sovietico – avrebbero condotto alla revisione di molte clausole originariamente previste, col risultato di ridurre significativamente la complessiva portata sanzionatoria del testo, specialmente sotto il profilo economico-militare, mentre sul piano territoriale si registrava il ritorno nei confini italiani della città di Trieste (ottobre 1954).

Ho dovuto dilungarmi su questi aspetti perché diversamente non si sarebbe compresa la mia curiosità per un libro simile: La condanna dell’Italia nel trattato di pace è forse l’unica opera dell’epoca interamente dedicata al tema, in un quadro storiografico generale che si è disinteressato della questione, ritenendola poco rilevante alla luce degli sviluppi successivi.
Il piglio polemico dell’autore, facilmente riconoscibile dal titolo, riporta al diffuso e trasversale clima di recriminazioni che precedettero la firma del documento. Il taglio dell’opera è decisamente di tipo nazionalista: Attilio Tamaro, diplomatico e storiografo triestino, era stato infatti prima un irredentista e poi un sostenitore del regime di Mussolini, almeno fino al 1943, anno in cui venne espulso dal partito fascista per la sua contrarietà alle leggi razziali.
La sua vasta conoscenza del diritto internazionale e le affermate competenze nel campo storiografico ne fanno comunque un commentatore qualificato, dalla cui opera (con i dovuti distinguo e le necessarie cautele) è possibile comprendere molte delle criticità del trattato di pace per come venne prima formulato e poi ratificato.Antonio Meli Lupi
Volendo sintetizzare al massimo il contenuto del libro, che sostanzialmente è un vigoroso attacco al trattato, descritto come un ingiusto diktat delle potenze vincitrici contro il nostro Paese, Tamaro se la prende in particolare con la miopia degli Alleati, i quali, nulla opponendo alle mutilazioni territoriali alla frontiera orientale italiana richieste da jugoslavi e russi, non solo avrebbero commesso un torto alla storia delle popolazioni di quelle regioni, ma avrebbero anche colpevolmente ignorato l’importanza strategica della Venezia Giulia in un ipotetico conflitto armato contro il blocco sovietico. L’effettiva smilitarizzazione dell’Italia e le pesanti clausole economiche, oltre ad umiliare ingiustamente un Paese che a partire dal 1943 aveva collaborato con gli eserciti alleati, esponevano la penisola al rischio di un’invasione da Oriente dalle conseguenze imprevedibili per tutto il blocco democratico-occidentale. In quanto triestino, Tamaro dedica buona parte del suo saggio alla critica di quelle disposizioni che privano l’Italia della sovranità sul capoluogo giuliano e accusa le potenze vincitrici di aver indebitamente avvantaggiato la Jugoslavia, nonostante la sua popolazione si fosse dimostrata tutt’altro che anti-tedesca nel corso del conflitto.

Il diario di Etty Hillesum (1941-1943)

diarioettyTrovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore”

Mentre tutto si fa buio attorno a lei, una giovane donna ebrea di ventisette anni conserva ed alimenta una luce nel proprio animo, cercando continuamente nel prossimo “quel nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile, in mezzo alla rovina delle sue azioni insensate”.
Questa giovane donna è Etty Hillesum, che col proprio diario ci ha donato non solo la testimonianza degli ultimi due anni della sua vita, ma anche e soprattutto un ricco affresco interiore, carico di profonde riflessioni personali che a differenza di quanto si può immaginare non vengono da uno spirito tormentato e afflitto, ma da un cuore costantemente pronto ad irraggiare amore e volontà di vivere in ogni situazione, anche la più drammatica.
Etty Hillesum muore ad Auschwitz nel novembre del 1943, ma prima di essere deportata in Polonia, consapevole che il cerchio attorno a lei e alla sua famiglia va sempre più stringendosi, riesce a consegnare i propri scritti all’amica Maria Tuinzing. Al termine della guerra i suoi amici tentano in più occasioni di trovare un editore che dia alle stampe quel documento prezioso. Ci vogliono quasi quarant’anni perché questo accada, ma poi il successo del diario è vasto e immediato: dalla piccola Olanda le parole e i pensieri della Hillesum arrivano presto in tutta Europa e nel resto del mondo.

Avanti, allora! È un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe”. Eshter Hillesum (per tutti Etty) vive in Olanda, nei pressi di Amsterdam. Ha una laurea in legge e una tenace passione per la letteratura, in particolare quella russa. Si iscrive infatti alla facoltà di lingue slave e quando può offre ripetizioni di russo. Vive a casa dei suoi, in una famiglia benestante, e frequenta alcuni personaggi in vista della borghesia ebraica della sua città. Non è insomma quella che si direbbe una ragazza del popolo, anche se nel corso della sua esistenza – specialmente nei suoi ultimi tragici atti – darà sempre prova di un forte senso di appartenenza alla sua gente.
Una “personalità luminosa”, una ragazza dal temperamento solare e vivace, con molti amori alle spalle e due sogni nel cassetto: viaggiare in oriente e diventare una scrittrice. Etty comincia a scrivere il suo diario su consiglio del proprio psicologo, Julius Spier, un uomo di cinquant’anni famoso per essere stato allievo di Jung e per aver sviluppato un particolare talento nel leggere la psiche dei suoi pazienti dalle loro mani. Spier diventa un punto di riferimento fondamentale per Etty, che se ne innamora e raccoglie il suo stimolo a intraprendere un lungo ed intenso percorso di introspezione attraverso la scrittura. Nato dunque con finalità “terapeutiche”, il diario della Hillesum non è un resoconto della guerra e neppure un racconto dettagliato della persecuzione degli ebrei d’Olanda. Certo, i due temi affiorano spesso nelle annotazioni dell’autrice, soprattutto nell’ultimo anno della sua vita, e sono indiscutibilmente alla base di svariate riflessioni, tanto di carattere generale quanto di natura intima e personale. Ma l’architrave del diario, decisamente scarno in termini di cronaca, è l’incessante, ostinata e talvolta dolorosa ricerca di sé, esposta nella forma di un intenso dialogo interiore, a tratti fortemente spirituale.
ettyNei propri scritti Etty mostra una spiccata inclinazione a vivere la propria esistenza dall’interno verso l’esterno, e non viceversa. Il 12 giugno del 1942 annota: “Non sono mai le circostanze esteriori, è sempre il sentimento interiore – depressione, insicurezza, o altro – che dà a queste circostanze un’apparenza triste o minacciosa”. Ed è a partire da questa convinzione che Etty cerca costantemente un’armonia dell’anima, resa tanto più utile e necessaria in un periodo tragico per le sorti del suo popolo. Individua così due modi per raggiungere la propria pace interiore e contrastare quegli innumerevoli nemici che la minacciano dall’esterno. Il primo, ovviamente, è la scrittura: “Il peggio verrà quando non mi sarà più concesso di tenere matita e carta per schiarirmi le idee di tanto in tanto. Senza questa possibilità, che per me è di un’importanza essenziale, potrei anche scoppiare e distruggermi dentro”. Il secondo è la preghiera. Etty intraprende un cammino spirituale molto impegnato, dove alterna letture della Bibbia a momenti di raccoglimento e preghiera che definisce nel proprio diario come la sua “cura” e “l’unico atto degno di un uomo rimasto di questi tempi”. Il 10 ottobre del 1942 scrive: “Com’è strana la mia storia – la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato a pregare. È il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che ho per un uomo. Non si può certo riversare tutto il proprio amore su una persona sola”.
Sono molte le pagine in cui Etty si rivolge direttamente a Dio, e ciò non già per disperazione (sentimento del tutto assente nei suoi scritti), bensì per una fede incrollabile che non cede neppure di fronte ad eventi gravi come quelli che sconvolgono l’Europa del suo tempo. Etty colloca Dio nel cuore degli uomini e sostiene che “non è responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi!”. Aggiunge inoltre: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini”.
Ma quello che lascia piu stupiti nel diario di Etty Hillesum è il suo continuo insistere sulla bellezza della vita e sulla sua pienezza di significato. Sono parecchie le pagine dove troviamo pensieri di questo tenore: “Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto”. L’amore che Etty prova per la propria esistenza in un momento per lei così difficile può a prima vista apparire forzato od innaturale, quando in realtà è del tutto coerente con la sua visione del mondo e la sua concezione degli uomini: “Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero”.
Qualcuno ha scritto che “se Etty continua a ripeterci che tutto è bello, è perché un’ebraica volontà di vivere fondo in fondo vuole questo in lei” (Sergio Quinzio). Può darsi, ma forse si può formulare anche un’altra spiegazione: in Etty infatti trova splendida manifestazione quella capacità tipicamente femminile di superare le avversità della vita con grazia e semplicità.

“La morte della patria”, Ernesto Galli Della Loggia

morte patria

L’espressione “morte della patria”, dal sapore tragico e dalle implicazioni radicali, si legge per la prima volta nel De profundis di Salvatore Satta del 1948: “La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo“. A questa citazione è ispirato il titolo del pamphlet di Ernesto Galli Della Loggia, secondo il quale la crisi dell’idea di nazione in Italia ha avuto inizio con l’umiliante sconfitta militare patita nell’ultima guerra mondiale: l’armistizio dell’8 settembre – seguito dal crollo dell’intero apparato statale italiano e dall’occupazione del suolo patrio da parte di eserciti stranieri – avrebbe infatti rappresentato un durissimo colpo ad ogni successiva costruzione politica incentrata sull’ideale di patria, qualunque essa fosse. Quel concetto di nazione che risaliva ai tempi del Risorgimento ed aveva segnato la vita pubblica dello Stato unitario fin dalla sua creazione risentì grandemente degli eventi del ’43-’45, che furono da molti vissuti come la dolorosa rivelazione di una fino ad allora inconfessabile debolezza morale del popolo italiano. A livello politico, questo scoramento collettivo non poteva non tradursi nell’affermazione di schemi e dottrine che prescindessero dal concetto di nazione o che quanto meno non ne facessero un proprio punto centrale. Non a caso le due principali ideologie del dopoguerra italiano furono di ispirazione internazionalista: il cattolicesimo politico della Dc e il marxismo del Pci. L’idea di patria restava in entrambi i casi ai margini.

Strettamente legate alla “morte della patria” sono inoltre alcune rilevanti questioni storiche mai sufficientemente indagate, che riguardano da vicino le origini della nostra Repubblica. In particolare, l’autore dedica un’approfondita riflessione sulle difficoltà incontrate fin dal dopoguerra dalla nostra Resistenza a fungere da matrice di una nuova identità nazionale che potesse in qualche modo cancellare l’onta della sconfitta militare e ricostruire su basi democratiche un sentimento comunitario e civile, oltre che una memoria storica accettata e condivisa. Nonostante i molti sforzi compiuti dalla storiografia tradizionale per raffigurare la Resistenza come un evento di riscossa patriottica, i fatti testimonierebbero in realtà un movimento resistenziale fortemente diviso al suo interno per divergenza di valori politici e di obiettivi, privo di un leader carismatico in cui tutti potessero riconoscersi (un De Gaulle italiano, per intenderci) e soprattutto limitato pesantemente dal proprio ruolo subalterno rispetto allo straniero (l’Urss nel caso del Pci, gli Alleati per tutte le altre forze del CLN). Le forze della Resistenza erano unite sul versante dell’antifascismo, ma non possedevano una comune idea di nazione e di patria, essendo troppo divaricate, anzi contrapposte, le loro rispettive ideologie. Risultava poi particolarmente problematica ai fini della definizione di una nuova identità nazionale l’ideologia del Pci, che con particolare riferimento al confine orientale (Trieste, Istria) mostrò a più riprese un’inquietante inclinazione anti-nazionale, piegata agli interessi “di una presunta patria socialista diversa dalla propria”.

Per quanto la Resistenza abbia conosciuto in molti casi anche un’ispirazione patriottica (come testimoniano quelle “innumerevoli lettere dei condannati a morte antifascisti, che terminano con le parole ‘viva l’Italia’ o altre analoghe”) secondo Galli Della Loggia l’esistenza di un conflitto ideologico al suo interno e di un insanabile scontro all’esterno coi fascisti (scontro di per sé “incompatibile con qualsivoglia cultura politica ispirata al concetto di nazione”, in quanto basato sull’idea di una lotta tra due Italie opposte ed acerrime nemiche) non le hanno consentito purtroppo di svolgere quel ruolo di momento fondativo di una rinnovata identità nazionale che molti nel corso dei decenni hanno voluto attribuirle.

Il trattato di pace del 1947 avrebbe comportato per l’Italia una consistente perdita di sovranità, che tuttavia negli anni successivi venne generalmente accettata dalla popolazione come naturale ed inevitabile, a testimonianza di una ormai erosa concezione di indipendenza ed interesse nazionale. Ad acuire tale processo contribuì inoltre una progressiva ed incalzante americanizzazione dei costumi e delle forme di intrattenimento, dalla musica ai film. L’Italia si avviava così alla propria modernizzazione in una “condizione di assoluta debolezza politica del dato nazionale”.

Secondo Galli Della Loggia negli ultimi anni si starebbe assistendo tuttavia ad un risveglio del sentimento nazionale, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Con riferimento al caso italiano, questa inversione di rotta sarebbe giustificata dalla “crescente consapevolezza di un prezzo particolare che l’Italia ha pagato […] a causa dell’assenza dell’idea di nazione, e dell’espulsione del sentimento di patria dallo spirito pubblico”. La crisi morale imperante in tutti i settori della politica e dell’amministrazione sarebbe infatti una diretta conseguenza della mancanza di una base di solidarietà e di un sentimento di comune appartenenza, che sono invece necessari al buon funzionamento di qualsiasi Stato.

Il saggio di Galli Della Loggia è ampiamente condivisibile in diverse sue coraggiose ed amare constatazioni, anche se a mio parere avrebbe meritato un maggior approfondimento su questioni di assoluta centralità che invece vengono appena accennate, come la diffusione capillare a livello internazionale di orientamenti ostili al concetto di patria e favorevoli piuttosto ad una progressiva integrazione culturale e politica tra Stati differenti (specialmente qui in Europa).  Una più esaustiva e convincente analisi della “morte della patria” in Italia avrebbe richiesto un raffronto tra il caso del nostro Paese e quello degli altri Stati europei, per definire meglio quanto vi sia di specificamente italiano in questo fenomeno e quanto esso invece sia stato determinato da una mutata coscienza internazionale sul concetto di patria.

“Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale”, curato da Tommaso Piffer

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…essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente” – Pier Paolo Pasolini

Il 7 febbraio del 1945, quando la guerra era ormai prossima alla conclusione, si consumò in Friuli quello che può considerarsi l’episodio più doloroso e controverso della Resistenza italiana: la strage alle malghe di Porzûs di venti partigiani della Brigata Osoppo, avvenuta non per mano delle autorità tedesche, ma di altri partigiani, un commando di GAP comunisti guidati da Mario Toffanin, detto “Giacca”. La vicenda, ancora oggi poco studiata ma oggetto di aspri dibattiti, storici e non, si colloca nel più ampio contesto del confine orientale italiano e più precisamente della contesa sulle terre del Friuli e della Venezia Giulia: dovevano rimanere italiane o diventare jugoslave? Le formazioni comuniste italiane – passate sotto il comando del IX Corpus sloveno – avevano sposato incondizionatamente le mire annessionistiche del nazionalismo jugoslavo, cosicché nel campo antifascista le formazioni Osoppo (di ispirazione cattolica e liberale) rimasero le uniche a difendere l’italianità di quelle terre, divenendo dunque un ostacolo sempre più ingombrante per il movimento partigiano facente capo a Tito, risoluto ad annettere quei territori alla nuova Jugoslavia comunista.
Il libro Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale, curato da Tommaso Piffer ed edito da Il Mulino, approfondisce un tema scottante e a lungo tempo minimizzato dalla storiografia, perché capace più di ogni altro di compromettere l’immagine unitaria ed oleografica della nostra Resistenza. L’intento dell’opera, redatta con l’ausilio delle più recenti acquisizioni documentali in materia, non è quello di screditare un intero periodo storico, ma di dare attraverso un esame distaccato ed imparziale delle fonti il giusto risalto storico alla strage, costituendo essa la massima espressione della conflittualità interna al movimento partigiano italiano, in special modo al confine orientale, dove le frizioni ideologiche endogene all’antifascismo finirono per sovrapporsi con esiti tragici ad antiche rivendicazioni territoriali straniere, da taluni appoggiate per mera opportunità politica, oltre che per affinità ideologica.
Ad un tradizionale lettura storica che mette in luce unicamente il contrasto tra fascismo ed antifascismo, il saggio di Piffer oppone un’analisi più complessa, secondo la quale il predetto conflitto, di per sé evidente ed innegabile, si intrecciava con quello trilaterale tra fascismo, democrazia e comunismo, che in alcune zone ebbe “un’intensità non dissimile da quella tra le stesse forze antifasciste e il nazismo” e che nonostante ciò fu negletto dall’indagine storiografica del dopoguerra in quanto “la ricostruzione dell’identità democratica dell’Europa occidentale attorno al valore dell’antifascismo richiedeva inevitabilmente di mettere da parte la natura ambivalente del fronte che aveva sconfitto il nazismo”.
L’opera ha un respiro ampio, perché non circoscrive l’attenzione alla sola strage di Porzûs ma spazia dedicando diversi capitoli a temi di ordine più generale, propedeutici ad una corretta contestualizzazione dell’eccidio, come il rapporto tra il PCI di Togliatti e il maresciallo Tito, il fascino esercitato dal comunismo jugoslavo su quello italiano, le strategie adottate normalmente dalle formazioni partigiane comuniste italiane e le modalità adottate dal movimento partigiano jugoslavo per la presa del potere nel proprio Paese. Una trattazione a vasto raggio dunque che demolisce interamente la tesi per tanto tempo invalsa della strage “incidente”, isolata od opera di poche teste calde del mondo partigiano. Le responsabilità del PCI e della sua politica sul confine orientale (anti-nazionale o come minimo rinunciataria rispetto alle bramosie annessionistiche jugoslave) appaiono infatti evidenti, e dopo essere state a lungo oscurate emergono oggi come un nervo ancora scoperto per molti, non solo nel campo politico ma anche in quello storiografico, col risultato che la strada per chi intende gettare luce su quegli avvenimenti resta purtroppo impervia e in salita. Il libro di Piffer è senz’altro un eccellente punto di partenza in questo senso, un saggio obiettivo ed equilibrato che evitando abilmente le trappole del dibattito politico aiuta a comprendere con maggior chiarezza una delle più tristi ed oscure pagine della storia d’Italia.

“Katyń”, un film di Andrzej Wajda

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“Indietro! Tornate indietro! Da questa parte ci sono i tedeschi!” grida con impeto un uomo dall’estremità di un ponte a dei fuggiaschi provenienti dalla direzione opposta, i quali, incuranti del monito, con altrettanta forza gli rispondono: “I russi! Di qua ci sono i russi!“. Il film Katyn (candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2008) inizia con una scena che in pochi attimi descrive alla perfezione l’essenza del dramma abbattutosi sulla Polonia nel settembre del 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale. Dopo il patto di non aggressione tra Germania ed Unione Sovietica siglato in agosto, il Paese si ritrova stritolato fra due colossi, scomparendo dalla carte geografiche nel giro di poche settimane. Nazisti e sovietici se lo spartiscono, dando vita nei relativi territori di occupazione a dure politiche di repressione per soggiogare la popolazione e spegnerne ogni tentativo di ribellione. In questo contesto, durante la primavera del 1940, si consuma uno dei crimini più efferati del regime comunista di Stalin: il massacro nella foresta di Katyn di 22.000 soldati ed ufficiali dell’esercito polacco, con lo scopo di privare la Polonia di ogni possibile difesa e resistenza e dominarla dunque senza difficoltà. Così, con un semplice colpo di pistola alla nuca, vengono brutalmente eliminati migliaia di uomini, i cui corpi vengono gettati in gigantesche fosse comuni, in mezzo ai boschi, lontani da scomodi testimoni.

Al regista polacco Andrzej Wajda, figlio di una delle vittime della strage, va il merito di aver raccontato con fedeltà e pathos una delle pagine più buie e dimenticate della storia dell’ultimo conflitto mondiale, nascosta per decenni da una delle potenze vincitrici, l’Unione Sovietica, che ne ha falsamente attribuito la responsabilità ai tedeschi, ammettendo le proprie colpe solo nel 1990. Il film è il giusto tributo alla memoria storica di un popolo, quello polacco, che più di altri ebbe a soffrire gli orrori della guerra, senza peraltro poter conoscere al suo termine l’agognata libertà, rimanendo privato per lunghissimo tempo del diritto di gridare al mondo la verità sul suo triste destino.

“Il cielo è rosso”, Giuseppe Berto

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Anno 1944. Le bombe riducono a un cumulo di macerie la città di Treviso, che per interi giorni continua a crollare e bruciare, alzando colonne di fumo e tingendo il cielo di rosso fuoco.

Chi legge Il cielo è rosso di Giuseppe Berto ne rimane segnato. E’ un romanzo che scava a fondo nell’anima e che col suo stile asciutto ma carico di sentimento si legge tutto d’un fiato. La durezza della miseria, raccontata con crudo realismo, fa da sfondo alla storia di quattro ragazzi (Daniele, Tullio, Carla e Giulia) che dopo il bombardamento della loro città si trovano senza famiglia a dover affrontare un mondo cupo e miserabile, dove “la gente non aveva altro scopo di vivere che quello di procurarsi il cibo per non morire”.

Daniele, timido ed introverso, fugge dal collegio dopo la morte dei suoi genitori e vagando smarrito tra le macerie della città trova Tullio, un ragazzo disinvolto che ruba per vivere. Assieme a quest’ultimo, in un’abitazione di fortuna nascosta in mezzo alle rovine, ci sono Carla e Giulia, cugine, ma così diverse tra loro. Carla è esuberante, spesso irriverente. Giulia a suo confronto appare così ingenua ed insicura. Daniele viene accolto nella loro dimora e la sua vita non sarà più come prima.

Una storia di amicizia e d’amore, dove i caratteri e le emozioni dei quattro personaggi sono tratteggiati dalla penna dell’autore con mirabile sensibilità. Il destino di questi ragazzi, la loro esistenza semplice ma non banale, l’intreccio dei sentimenti che li lega fin dal principio della loro convivenza non possono in alcun modo lasciare indifferente il lettore, che è anzi spinto a sperare, assieme ai giovani protagonisti, nell’arrivo “del grande giorno in cui il bene sarebbe venuto sulla terra per tutti gli uomini”, cancellando ingiustizie e miseria. Ma arriverà mai questo “grande giorno”? Si può davvero avere fede nell’umanità?

Il cielo è rosso è un libro drammatico che scombussola, lasciando nell’animo un senso di vuoto e una grande amarezza.

“Nata in Istria”, Anna Maria Mori

istriaCos’è oggi l’Istria? Probabilmente un semplice nome sulla cartina geografica oppure, come ancora accade, una fiamma di discordia tra opposte fazioni politiche. Dici “Istria” e a seconda del credo politico dell’interlocutore ti senti rispondere “fascismo, fascisti” oppure “foibe, esodo, comunismo”. Nient’altro. Sembra del tutto smarrita la curiosità per questo triangolo di terra, per la sua storia millenaria, il suo splendido mare, le sue cittadine, la sua struggente bellezza.
La scrittrice Anna Maria Mori, esule istriana nata a Pola, ci accompagna nella terra della sua infanzia, questa meravigliosa penisola dell’Adriatico, un tempo Italia, oggi divisa tra Croazia e Slovenia, per raccontarcene non solo le dolorose vicende dei tempi più recenti, ma anche il fascino, la natura, i luoghi e le tradizioni.
“Volevo ritrovare la mia bellezza di nata in Istria” afferma l’autrice, che aggiunge: “non sarà meglio dirsi e dire: ‘io vengo da una grande bellezza’, che non ‘io vengo da una grande tragedia’?” Ed è così che piano piano, in un viaggio di ricordi lontani ma nitidissimi, l’Istria viene restituita a se stessa, ai suoi boschi, al suo mare, ai suoi odori, ai suoi colori, ai suoi sapori, alle sue ricette e al suo dialetto, così simile a quello veneziano. Perché il ricordo non può essere solo quello orrendo e straziante delle foibe, ma deve abbracciare tutto quel piccolo mondo perduto, fatto di vita quotidiana, di natura e di pietre, che in quelle terre sembrano parlare più degli uomini.
“Nata in Istria” (vincitore del Premio Recanati 2006) ha il merito di recuperare l’umanità frammentata e dispersa dopo il doloroso esodo del dopoguerra. Lo fa dando voce anche ai protagonisti di quella storia, esuli e rimasti, tutti uniti dalla stessa malinconia e dallo stesso amore per il loro paese.
Come lettore, sento di dover ringraziare l’autrice: il suo è un ritratto delicato e insieme appassionato che rinfranca lo spirito.

Il massacro della divisione Acqui a Cefalonia – parte 2

<< Parte 1

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“La congiura del silenzio”

Nonostante l’elevato numero di vittime e l’alto valore morale che caratterizzò la scelta dell’Acqui di non piegarsi ai tedeschi, il massacro di Cefalonia è stato per lungo tempo un tabù nella memoria della Resistenza. Solo negli ultimi anni la storia di questi soldati è stata portata alla conoscenza dell’opinione pubblica. Per quali ragioni?

1. La politica

Si può affermare tranquillamente che tutti i partiti della Prima Repubblica sono stati complici di un oblio motivato da ragioni ideologiche o di stretta opportunità politica.

La sinistra ha sempre vantato fin dai tempi del PCI una sorta di “primogenitura” del movimento resistenziale. In accordo con tale visione, l’unica forma di resistenza meritevole di memoria era quella delle brigate partigiane, preferibilmente di stampo socialista.
A Cefalonia invece – così come in tutti gli altri episodi di resistenza al tedesco da parte di truppe del Regio Esercito – sono morti militari che fino a pochi giorni prima avevano combattuto una guerra fascista. I soldati della Acqui inoltre hanno sacrificato la propria vita per preservare l’onore militare e per un sentimento di fedeltà alla monarchia sabauda: tutti ideali estranei alle ideologie di stampo marxista. Si capisce dunque per quale ragione questi uomini morti al grido di “Viva il Re, viva l’Italia!” non abbiano trovato adeguato spazio nella storiografia, nella stampa e perfino nel ricordo istituzionale di quella parte politica che, complice la DC, ha di fatto monopolizzato la memoria della Resistenza (l’unica voce autorevole che si levò a sinistra contro la “congiura del silenzio” su Cefalonia fu quella di Sandro Pertini, primo Presidente della repubblica a visitare quei luoghi in una visita del 1980).

La stessa DC, che conobbe la propria ascesa al potere con la nuova forma repubblicana, non aveva particolari ragioni per ricordare una divisione fedele al re. A questo si deve aggiungere la necessità di mantenere buoni rapporti col partito alto-atesino SVP, fedele alleato in Parlamento dei democristiani. Non è più un mistero infatti che buona parte degli autori delle stragi furono proprio sud-tirolesi arruolati da poco tempo nell’esercito del Terzo Reich con l’intento di sfruttarne il risentimento anti-italiano montato dopo il 1918.

Per ragioni diverse infine anche la destra missina non ha  voluto conservare il ricordo della divisione Acqui, diversamente da altri episodi dimenticati della seconda guerra mondiale, come la battaglia di El Alamein o il massacro delle foibe. Il motivo è fin troppo evidente: per l’ideologia fascista i soldati di Cefalonia erano vili traditori dell’alleato tedesco.

2. L’esercito e le opposte interpretazioni sul comportamento degli ufficiali

Nell’esercito (e non solo) molti hanno puntato il dito contro il comportamento “sedizioso” e indisciplinato delle truppe rispetto ai comandi nei giorni immediatamente precedenti allo scontro con la Wermacht. Il generale Gandin, da molti ritenuto in procinto di accordarsi coi tedeschi, fu addirittura oggetto di un attentato da parte del carabiniere Nicola Tirino che gli lanciò contro una bomba a mano. Vi era dunque indubbiamente un clima turbolento nella divisione, che non si addiceva certo al rispetto delle gerarchie militari e che secondo alcune accuse infamanti sarebbe stato creato ad arte da alcuni ufficiali “carrieristi” (su tutti Apollonio e Pampaloni) i quali avrebbero manovrato i soldati contro il generale Gandin per costringerlo a combattere. Non sono mancati coloro i quali hanno sostenuto che la strage di Cefalonia fosse da addebitare più a questi ufficiali italiani che ai soldati della Wermacht, stravolgendo così i fatti e togliendo qualsiasi valore ai motivi della lotta e alla grande capacità di sacrificio mostrato dalla divisione durante i combattimenti. Vi sono state inoltre purtroppo delle polemiche tra alcuni superstiti eccellenti, con accuse e denigrazioni reciproche volte a mettere in cattiva luce l’avversario per il comportamento tenuto dopo la strage.
Il generale Gandin poi fu accusato anche da morto di tradimento, nonostante avesse condotto fino alla fine e con ogni sforzo la resistenza contro l’esercito tedesco una volta deciso di combattere (per un’analisi più completa di questi aspetti controversi della vicenda si rimanda al testo di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando, pagg. 178-9, oltreché a “Italiani dovete morire” di Alfio Caruso, pagg. 267-279).

Il massacro della divisione Acqui a Cefalonia – parte 1

“Tanti anni fa, quando ero ancora bambino, ogni volta che scoppiava un incendio e s’alzava del fumo, mio padre diceva che la Acqui stava salendo in cielo”

Anziano abitante dell’isola greca di Cefalonia

italiani_dovete_morireItaliani dovete morire” dello scrittore Alfio Caruso (edito da TEA) racconta l’eccidio della divisione Acqui per mano della Wermacht  sull’isola greca di Cefalonia nel settembre del 1943, durante la seconda guerra mondiale. Una vicenda tragica e per certi versi controversa, che costituisce una delle pagine più nobili della storia del nostro tanto vituperato esercito. Nonostante ciò, non sono molti purtroppo gli italiani che conoscono quello che successe a Cefalonia in quei giorni. A loro discolpa bisogna tuttavia ricordare come che del massacro della Acqui da parte dei tedeschi si sia sempre parlato pochissimo, se non addirittura taciuto.
Solo negli ultimi anni la storia di questi sfortunati soldati ha cominciato ad essere divulgata e a conoscere finalmente quella dignità istituzionale che fino a prima le era stata quasi negata. Ma cosa accadde a Cefalonia nel settembre del ’43 perché la memoria di quei fatti conoscesse una strada così tormentata, a differenza delle altri stragi naziste di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine?

L’opera di Alfio Caruso – priva di note – ricostruisce gli eventi di quelle settimane attraverso una forma letteraria che si situa a mezza via tra il romanzo e il saggio storico: del primo troviamo una narrazione protesa all’introspezione psicologica dei personaggi, alla descrizione dei loro sentimenti e dell’atmosfera di morte e di coraggio in cui vissero; del secondo abbiamo invece un’attenzione minuziosa per dati storici oggettivi come la composizione della divisione, il suo armamento, i suoi spostamenti, unita ad un’analisi della sequenza dei fatti che portarono alla tragedia dell’eccidio basata principalmente sulla memoria di alcuni superstiti. A conclusione abbiamo poi una riflessione dell’autore sulla portata della strage presso stampa, politica ed opinione pubblica.

I fatti

Tutto inizia nell’ottobre del ’40, con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia (“Spezzeremo le reni alla Grecia” proclamò Mussolini). Quella che doveva una breve e rapida conquista si trasforma subito in un incubo per le nostre truppe: l’accanita resistenza greca non permette agli italiani di avanzare, anzi, li fa addirittura retrocedere da dove erano partiti, in Albania. Serve l’intervento tedesco per sbloccare la situazione: nella primavera del ’41 le forze dell’Asse occupano interamente il territorio greco. All’Italia vanno quasi tutta la Grecia continentale e le Isole Ionie, tra le quali Cefalonia spicca per importanza strategica: a breve distanza dal fondamentale porto di Patrasso, l’isola costituisce di fatto la porta d’ingresso al Mar Egeo. Il suo controllo è dunque necessario per tenere in mano la Grecia.
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Sbarcati a Cefalonia nell’aprile del ’41 come invasori, gli italiani della divisione Acqui ottengono in breve tempo il rispetto e la stima della popolazione locale. Non si verifica alcun episodio di violenza o di ricorso alle armi, al punto tale che il clima di quell’occupazione è stato da molti descritto come qualcosa di simile a una lunga villeggiatura. Gli italiani intrecciano anche storie d’amore con le ragazze del posto, arrivando in alcuni casi al matrimonio. Sono circa dodici mila gli uomini della Acqui, guidati dal generale Gandin. Molti hanno dimenticato ormai come si spara. Assieme a loro sull’isola ci sono anche duemila soldati tedeschi.

Con la deposizione di Mussolini nel luglio del ’43 molti sentono che la fine della guerra contro gli anglo-americani è ormai vicina e con essa il ritorno in Patria, alle proprie case. Essi sono però ignari dei preparativi tedeschi in vista della futura uscita dell’Italia dal conflitto: con l’operazione Achse la Germania intende disarmare completamente il Regio Esercito e spedire i suoi soldati in campi di internamento, al fine di evitare che costituiscano una forza di resistenza nella successiva occupazione dell’Italia.

La tragedia per la divisione Acqui inizia l’otto settembre, quando gli ufficiali e i soldati apprendono dalla radio la notizia dell’armistizio firmato dal governo di Roma. Nel giro di poche ore arrivano due ordini contrastanti che gettano la divisione nel caos. Da un lato quello di Badoglio, che dice: “Ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze armate italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“. Come si vede, non viene fatto esplicitamente il nome della Germania. Dall’altro lato un ordine dal comando di Atene del generale Vecchiarelli esorta a consegnare le armi ai tedeschi esattamente come previsto dal piano Achse : “Siano lasciati ai reparti tedeschi subentranti armi collettive e tutte artiglierie con relativo munizionamento”.

La maggioranza della divisione non vuole però saperne di farsi disarmare: si tratta infatti di un atto disonorevole per un soldato. Molti lo considerano contrario al giuramento di fedeltà prestato al Re e alla Patria. A Cefalonia poi i tedeschi sono solo duemila: le forze italiane sono sei volte tanto. Comincia dunque a farsi strada la volontà di fronteggiare le poche truppe della Wermacht presenti nell’isola, se esse non permetteranno alla divisione il ritorno in Italia con le proprie armi. I sostenitori più accesi di questa posizione sono gli ufficiali Pampaloni e Apollonio, che esercitano una forte pressione sul generale Gandin perché interrompa ogni trattativa coi tedeschi sulla cessione delle armi. Gandin vive una lacerante lotta interiore: fosse per lui probabilmente accoglierebbe le richieste della Germania, consapevole del fatto che un’eventuale resistenza avrebbe ben poche possibilità di riuscita. Se infatti i tedeschi a Cefalonia sono solo duemila, quelli in continente sono molti di più e soprattutto dispongono di una forza aerea che le truppe italiane non sarebbero assolutamente in grado di contrastare. Il generale gode fra l’altro di ottimi rapporti col Terzo Reich, quindi è sicuramente predisposto a concludere un accordo che eviti lo scontro. D’altra parte, decretando il disarmo della propria divisione, Gandin ne perderebbe completamente il controllo, perché la volontà delle truppe è palesemente contraria a una simile soluzione. La falsa promessa tedesca di un pronto ritorno in Italia dei soldati non ottiene credito nella divisione, convinta (a ragione) che vi si celi un inganno.

Gandin intavola lunghe ed estenuanti trattative col tenente-colonnello Barge, al fine di raggiungere una soluzione onorevole e soddisfacente per la Acqui. Le alternative proposte dai tedeschi sono tre: continuare la guerra con loro, contro di loro o farsi disarmare e tornare in Italia. Gandin guadagna tempo, forse sperando in un intervento da Roma. Ma in patria regna il caos e nessuno per lunghi giorni dà una solo indicazione al generale, il quale ignora che le forze armate distribuite sul suolo nazionale sono ormai allo sbaraglio. Nel frattempo la Acqui freme: l’impressione è che non obbedirebbe mai a un eventuale ordine di cessione della armi e che sarebbe anzi disposta in caso a ribellarsi contro il proprio generale, considerato ormai da molti un traditore.
Il giorno della svolta è il 13 settembre: arrivano quasi nelle stesse ore l’ultimatum tedesco del generale Lanz e un chiaro ordine del governo italiano, a firma del generale Rossi: “Considerate le truppe tedesche come nemiche”. Il generale Gandin dunque – forte anche di una consultazione da lui stesso voluta tra i membri della divisione e convinto verosimilmente che al messaggio di Rossi seguiranno degli aiuti militari, supera gli indugi e rifiuta la proposta tedesca di disarmo. La divisione si prepara dunque a combattere. Lo scontro inizia il 15 settembre e dura più di una settimana, fino al 22.

Gli italiani hanno dalla loro una presenza più capillare sul territorio, oltreché una nettissima maggioranza numerica. I partigiani greci dell’ELAS (organizzazione di matrice comunista) assicurano la propria collaborazione, previo rifornimento di armi, munizioni e viveri. Purtroppo per la Acqui non si faranno mai più rivedere. Inizialmente i tedeschi – anche se meglio armati – soffrono l’azione italiana ma con l’arrivo di nuovi battaglioni sull’isola e soprattutto grazie all’intervento dei temutissimi aerei Ju-77, più noti come Stukas, guadagnano posizioni e giorno dopo giorno fiaccano sempre di più la resistenza italiana guidata da Gandin. Il generale non si dà pace: come è possibile che dall’Italia non arrivi nessun aiuto alla Acqui? Eppure l’isola di Cefalonia non è un presidio qualsiasi, ma un punto centrale per gli equilibri nel Mediterraneo, trattandosi della porta d’accesso al Mar Egeo. Anche ammesso che il governo italiano non sia nelle condizioni di inviare rinforzi, è davvero possibile che gli anglo-americani siano così disinteressati alla sua sorte? Gandin continua a inviare richieste d’aiuto al governo di Brindisi ma ignora suo malgrado l’amara realtà: i termini dell’armistizio non permettono all’Italia di intraprendere iniziative militari senza il previo consenso degli Alleati, i quali avrebbero senz’altro interesse a conquistare Cefalonia, ma ne sono impossibilitati da logiche geopolitiche secondo le quali i Balcani sono pertinenza di Stalin. Giungere in armi in quelle terre significherebbe dunque provocare l’ira dell’Unione Sovietica. La divisione Acqui è abbandonata a se stessa.

Gli scontri con la Wermacht sono sempre più disperati. In pochi giorni sono sbarcate sull’isola forze tedesche numericamente pari a quelle italiane, meglio armate e forti della copertura degli Stukas. Il fatto più tragico però è il trattamento riservato dai tedeschi ai prigionieri della Acqui: vengono uccisi a mitragliate a seguito della cattura, contro ogni consuetudine e convenzione internazionale sul trattamento dal riservare ai prigionieri. Ma per i tedeschi gli italiani sono traditori e non meritano di essere trattati secondo gli usi e le regole della guerra.

Dopo la resa del 22 settembre la vendetta tedesca, ben lontana dal placarsi, arriva al suo apice. Al massacro di migliaia di soldati che avevano ormai alzato bandiera bianca, si aggiunge l’ordine di Hitler dalla Germania di giustiziare tutti gli ufficiali, compreso i comandi  e dunque il generale Gandin. Il 24 settembre essi vengono prima radunati presso la tristemente nota “casetta rossa” e poi fucilati a piccoli gruppi lì nelle vicinanze: muoiono così circa in 400.

I segni della strage vengono occultati con roghi e affondamento dei cadaveri in mare. Diciassette marinai italiani sono prima costretti a gettare i corpi al largo e poi uccisi.
La tragedia non si ferma qui, perché gran parte dei superstiti viene imbarcata verso il continente per essere trasferita successivamente  nei campi di concentramento in Germania, ma le navi naufragano a breve distanza dalle coste dell’isola per cause che rimangono ancora oggi incerte (si è parlato di mine poste dagli stessi italiani prima del ’43 al largo dell’isola o di bombardamenti alleati).

E’ difficile purtroppo arrivare a una stima esatta di quanti italiani siano morti in quei giorni a Cefalonia. E’ certo che a perire in combattimento furono circa 1.300 ma la maggior parte delle vittime si deve alle esecuzioni sommarie successive alla resa, tra le 4.000 e le 5.000. Più incerto invece è il computo dei morti durante il trasporto in nave. Alfio Caruso parla di 3.000 caduti, altre fonti ne riportano la metà.

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“Una nazione allo sbando”, Elena Aga Rossi

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L’otto settembre del ’43 è una data spartiacque nella storia del nostro Paese: l’armistizio con gli anglo-americani segna infatti in modo indelebile non solo il corso della guerra ma anche gli anni immediatamente a seguire, aprendo la strada al nuovo ordine politico che si sarebbe poi instaurato in Italia a conflitto concluso e che conosciamo ancora oggi. Eppure, molti testi di storia dedicano soltanto poche righe a questo evento epocale, come se non avesse alcuna importanza indagare l’intreccio di situazioni che portò alla scelta di uscire dalla guerra condotta fino a quel momento assieme alla Germania. Le modalità della resa italiana e in particolare il pessimo comportamento della dirigenza politica e militare di allora sembrano aver interessato poco i nostri storici, nonostante abbiano avuto un impatto devastante sulla società italiana del tempo.

Non si può dimenticare infatti che gli italiani nel settembre del ’43 assistettero impotenti alla dissoluzione del proprio Stato, delle sue istituzioni e del suo esercito: l’Italia cessava di essere un Paese indipendente e sovrano, poiché i suoi destini erano ormai esclusivamente nelle mani di eserciti stranieri (quello tedesco e quelli alleati) che da Nord a Sud ne occupavano il territorio. I nostri soldati venivano lasciati senza ordini precisi, finendo così alla mercé dei tedeschi, desiderosi di vendicare il “tradimento” italiano. L’ignobile fuga da Roma del re, istituzione simbolo dell’unità nazionale fin dai tempi del Risorgimento, aggravò un quadro di per sé già drammatico per una popolazione ormai priva di punti di riferimento. Come ne uscì il nostro sentimento patriottico da una simile tragedia? Benedetto Croce nel suo diario scrisse: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente“.

Il libro di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando – 8 settembre 1943” (edito da Il Mulino) descrive gli eventi e i personaggi che portarono all’armistizio con gli Alleati. La principale fonte dell’opera è costituita da documenti d’archivio inglesi, americani e italiani. Il periodo analizzato dalla scrittrice è quello dei famosi “quarantacinque giorni” che passarono dalla deposizione di Mussolini all’otto settembre, nei quali la classe politica e militare italiana cercò infruttuosamente un accordo per uscire dalla guerra con gli Alleati, inflessibili nell’applicazione del principio della resa incondizionata (‘se volete arrendervi, dovete farlo alle nostre condizioni’). Il terrore che i tedeschi potessero venire a sapere di queste trattative e il desiderio di conservare comunque l’onore nei loro confronti segnarono le mosse dei vertici italiani, i quali, nonostante stessero per firmare un armistizio con gli angloamericani, non predisposero  alcuna misura per proteggere il Paese da una prevedibilissima invasione nazista.
Emerge dunque un quadro caratterizzato dall’incapacità decisionale e dalla debolezza della nostra classe dirigente, in particolare del capo del governo Pietro Badoglio, di cui l’autrice scrive:

“Taylor pretese di parlare con Badoglio e si fece portare a casa del maresciallo, che stava tranquillamente dormendo. Apparso in pigiama davanti ai suoi ospiti, Badoglio si limitò a confermare le affermazioni di Carboni. Per due volte, nei due momenti più tragici della nostra storia recente, la notte di Caporetto e la notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943, le sorti del nostro Paese sono state affidate a Badoglio e in entrambi i casi Badoglio andò a dormire

Dopo l’annuncio dell’armistizio, la nazione fu abbandonata a se stessa: il re, il governo e molti generali preferirono salvare la propria pelle piuttosto che difendere il loro Paese dall’inevitabile reazione degli ormai ex-alleati. Ai primi momenti di felicità e commozione per l’uscita dell’Italia dalla guerra seguì quasi immediatamente la tragedia dell’invasione tedesca, a cui i militari non erano stati minimamente preparati. La maggior parte si fece disarmare senza opporre resistenza nella speranza di tornare subito a casa (cosa che non accadde: furono spediti nei campi di internamento in Germania), altri invece – spinti da un sentimento di onore militare – si rifiutarono di lasciare le armi e diedero vita ad accese lotte contro i soldati della Wermacht: la più celebre di tutte è sicuramente quella che si svolse in Grecia, a Cefalonia, e che vide come protagonista la divisione Acqui del generale Gandin. Infine, una parte decise di continuare la guerra al fianco della Germania, aderendo così alla Repubblica Sociale di Mussolini.

Seguirono due anni di lotta cruenta, che lasciarono segni incancellabili nella nostra storia nazionale. Il modo in cui quella drammatica situazione fu gestita dalla nostra classe dirigente mise l’Italia in pessima luce agli occhi di tutto il mondo. Da una parte gli Alleati si aspettavano un Paese maggiormente capace di fornire un contributo nella lotta ai tedeschi. Lo sfacelo delle istituzioni e dell’esercito italiano non esisteva neppure nelle loro peggiori previsioni. D’altra parte le forze dell’Asse (la Germania in particolare) ci consideravano ormai dei “traditori” che avevano lasciato vilmente il campo proprio nel momento della difficoltà.

Le domande principali che ci si può porre riguardo all’otto settembre sono le seguenti: l’armistizio con gli angloamericani era davvero inevitabile? I nostri vertici politici e militari potevano agire in modo diverso prima e dopo il suo annuncio? Perché mostrarono tanta incompetenza in un momento così grave della nostra storia? E ancora: quello dell’Italia fu un vero tradimento nei confronti della Germania o è possibile individuare delle scusanti? Era veramente praticabile da parte dell’Italia un capovolgimento di fronte contro i vecchi alleati?

Tutti quesiti a cui l’opera di Elena Aga Rossi cerca di dare una risposta, guardando la vicenda da diverse angolature, senza pregiudizi ideologici e con l’ausilio di una mole ragguardevole di documenti e fonti storiche.

“L’Italia e il confine orientale”, Marina Cattaruzza

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Da qualche anno ormai si parla sempre più spesso delle complesse vicende che hanno coinvolto il confine orientale italiano, in particolar modo la città di Trieste (ma non solo). La nostra attenzione è catturata soprattutto dai fatti della Seconda guerra mondiale e al loro immediato seguito: la repressione attuata prima dal fascismo e poi dal nazismo, la lotta partigiana nella Venezia Giulia, la Risiera di San Sabba, le foibe e infine l’esodo degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia col Trattato di pace (1947).

Come spesso accade quando gli avvenimenti storici sono così vicini all’occhio di chi li guarda, non si riesce purtroppo ad analizzarli con quella serenità d’animo e con quel distacco emotivo che sarebbero invece necessari per una loro corretta comprensione. Nessuno oggi naturalmente si scalderebbe nel discutere delle guerre puniche o dello scontro tra guelfi e ghibellini nell’Italia medievale: si tratta evidentemente di vicende troppo distanti dal nostro attuale vissuto per accendere gli animi. Ma se si parla di guerre e stragi avvenute pochi decenni fa, con reduci e testimoni ancora in vita, ovviamente il discorso cambia e il confine tra attualità, politica e storia diviene terribilmente labile, anzi, in alcuni circostanze scompare del tutto. Questo è esattamente il caso delle tormentate e controverse vicende che si verificarono in Istria e nei ditorni di Trieste e Gorizia durante gli anni ’40: mi riferisco in particolare alle foibe e all’esodo, su cui attualmente il dibattito politico e storiografico è andato intensificandosi dopo quasi mezzo secolo di oblio.

Per quel che mi riguarda, ho avvicinato queste tematiche all’incirca due anni e mezzo fa, dopo aver letto per caso su internet una cronostoria dei principali avvenimenti che coinvolsero la città di Trieste dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino al 1954, anno del ritorno della città sotto la sovranità italiana. Mi accorsi subito di possedere scarse conoscenze su un argomento che però mi incuriosiva parecchio. Questo mi ha spronato a continuare la ricerca e a consultare diverse fonti, ed è così che recentemente mi sono imbattuto in quest’ottimo lavoro storiografico, L’Italia e il confine orientale della professoressa triestina Marina Cattaruzza, edito da Il Mulino nel 2007.

Il proposito dell’autrice è sicuramente ambizioso: raccontare gli ultimi centocinquant’anni di una storia controversa e non condivisa – quella della Venezia Giulia – partendo dal Risorgimento fino alla tanto discussa istituzione della Giornata del Ricordo in Italia nel 2004, passando per la due guerre mondiali, l’impresa di Fiume, il fascismo, la costituzione del TLT, etc…

Bisogna riconoscere l’assoluta difficoltà della redazione di un’opera che rendesse conto in modo esauriente ma allo stesso tempo sintetico di un periodo così lungo, travagliato, poco conosciuto e ricco di sfumature contrastanti. La professoressa Cattaruzza riesce brillantemente nel suo intento, dando senz’altro dimostrazione di equilibrio e d’imparzialità. I fatti storici sono via via esposti dall’autrice secondo il loro nudo svolgimento, senza retorica nè ideologia. Si legge tra le righe un’attenzione certosina nel rendere conto delle vicende giuliane con la maggiore moderazione possibile. Questo è indubbiamente il principale merito dell’opera, ma non l’unico. Ve ne sono almeno altri due ai miei occhi: il primo consiste nella scelta di analizzare la vicenda del confine orientale a partire dall’epoca risorgimentale. Generalmente infatti la storiografia sul tema tralascia del tutto questa fase storica, preferendo iniziare dall’immediato primo dopoguerra, vale a dire dall’annessione italiana della Venezia Giulia avvenuta nel 1920 col trattato di Rapallo. Il torto principale di queste ricostruzioni storiografiche sta essenzialmente nel sottovalutare sia il legame ideale e storico tra irredentismo italiano e Risorgimento (approfondito invece in modo davvero soddisfacente dalla Cattaruzza) sia lo scontro tra gli opposti nazionalismi, italiano e slavo, che affonda le proprie radici proprio nell’epoca tardo-risorgimentale (aspetto questo invece meno curato dall’autrice, ma comunque messo in luce).

L’altro merito che bisogna riconoscere alla professoressa Cattaruzza sta nella particolare attenzione per le trattative diplomatiche che riguardarono il confine orientale, dal Patto di Londra (1915) al più recente Trattato di Osimo (1975). I vari accordi internazionali che interessarono la Venezia Giulia nel secolo scorso sono in quest’opera quasi sviscerati, analizzati nel loro progressivo sviluppo, dando così al lettore piena contezza degli interessi (sia nazionali che di parte) di volta in volta in gioco.

Il lavoro della professoressa Cattaruzza manca forse nella trattazione dei due temi più scottanti della recente storia giuliana: le foibe e l’esodo degli italiani. Le due vicende sono analizzate per sommi capi, probabilmente per la preoccupazione dell’autrice di non esporsi eccessivamente e di tenersi il più possibile al di sopra delle parti. Va detto comunque che l’ampia trattazione della resistenza guidata dal maresciallo Tito ed in particolare delle motivazioni che la ispirarono (non solo antifasciste, ma anche annessionistiche e nazionaliste) offrono comunque al lettore un quadro esauriente per comprendere adeguatamente il contesto in cui i suddetti tragici eventi si verificarono. Molto interessante a tal proposito è senz’altro la ricostruzione della progressiva delegittimazione della resistenza italiana non comunista nella Venezia Giulia.

Spunti a mio parere illuminanti si rinvengono infine nella riflessione dell’autrice sul difficile rapporto tra la Giornata del Ricordo (10 febbraio) e il “mito” della Resistenza.

Chiunque voglia approcciare o anche solo approfondire la conoscenza di quella terra travagliata e contesa che fu la Venezia Giulia del secolo scorso troverà sicuramente in quest’opera un riferimento prezioso.

I meriti dell’esercito italiano nei Balcani raccontati da un ebreo

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Contro la storiografia dominante che dipinge solo a tinte fosche l’operato dell’esercito italiano nei Balcani durante la seconda guerra mondiale si erge l’importante testimonianza di un cittadino israelita di origini dalmate presente all’epoca dei fatti. Si tratta un professore di storia contemporanea di Gerusalemme, tale Menachem Shelah: egli – nativo della Dalmazia occupata nel ’41-’43 dall’esercito italiano – è stato salvato dalla furia genocida degli ustascia e dei nazisti assieme a migliaia di altri suoi connazionali grazie all’operato degli ufficiali e dei soldati italiani stanziati nei Balcani.

Agli inizi degli anni ’90 Shelah ha sentito la necessità di ringraziare quegli italiani con un libro: “Un debito di gratitudine: storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli ebrei in Dalmazia (1941-’43)”. L’opera racconta di come i soldati dell’esercito italiano si adoperarono per salvare migliaia di ebrei dei Balcani, che erano nel frattempo diventanti obiettivo della pulizia etnica non solo nazista ma anche ustascia (i nazionalisti croati appoggiati dalle forze dell’Asse).

“Erano circa 80 mila – scrive Shelah – gli ebrei che vivevano in Jugoslavia all’inizio della guerra. Ne restavano 13 mila 500 alla fine del conflitto. Di questi, un terzo doveva la vita agli italiani… Per più di due anni, dall’aprile del 1941 al settembre del 1943, gli italiani avevano steso una rete protettiva sugli ebrei della Croazia che erano riusciti a sfuggire ai loro carnefici ustascia e tedeschi. Li avevano salvati mentre tutto attorno infuriava la bufera della soluzione finale”

L’operato dei soldati italiani non andò tuttavia a vantaggio dei soli ebrei. A tal proposito, un noto esperto militare, lo statunitense Edward Luttwak, ha commentato:

“Non si deve credere che gli italiani proteggessero solo gli ebrei: l’esercito agì come forza d’interposizione fra croati e serbi, per meglio dire impedì alle bande croate di massacrare tanti civili appartenenti all’etnia serba. Fu uno slancio che accomunò i generali dello stato maggiore e i militari di grado inferiore, fino all’ultimo caporale. E fu dettato soprattutto da spirito umanitario”

Com’è noto, l’occupazione nazista della Jugoslavia e il conseguente sfaldamento del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni ebbero l’effetto di riaccendere le secolari e mai assopite rivalità etniche in Jugoslavia. Ustascia e cetnici (i primi croati, i secondi serbi) si resero protagonisti di una delle pagine più sanguinose della storia europea, con centinaia di migliaia di vittime civili in tutto il territorio jugoslavo. A differenza di quanto accadde più tardi negli anni ’90, dove i serbi più di altri si macchiarono di crimini atroci, nel periodo 41-45 furono i croati, forti dell’appoggio tedesco, a spargere più sangue. Costoro erano gli ustascia guidati dall’ultra-nazionalista Ante Pavelic, amico di Hitler e di Mussolini. Gli ustascia – che ottennero in quegli anni un proprio stato nazionale – perseguitarono i serbi e gli ebrei, massacrandone impunemente e senza freno a migliaia:

“Il sangue scorreva a fiumi, migliaia di donne venivano violentate, i bambini erano fatti a pezzi, i campi, i villaggi, le città erano dati alle fiamme”.

In questo terribile scenario, i soldati italiani furono gli unici a tentare di limitare questa carneficina benedetta dai nazisti, salvando non solo molti ebrei ma anche diversi serbi. Sul punto ritengo opportuno lasciar parlare Shelah:

“[prima della guerra] vivevano in promiscuità serbi di religione greco-ortodossa e croati cattolici. […] Con l’avvento al potere degli ustascia la situazione cambiò: teste calde croate, sia del posto sia venute da fuori, attaccarono gli insediamenti serbi, saccheggiando e uccidendo con una ferocia inaudita. Le case serbe furono arse, i beni saccheggiati, uomini, donne e bambini messi a morte con terribile efferatezza. Quegli stessi croati che fino a quel momento avevano salutato cortesemente, anche se freddamente, i loro vicini serbi si univano ora all’orgia di sangue. […] I pochi militari italiani restati nella zona erano esterrefatti, e l’orrore da essi provato vedendosi costretti ad assistere a scene così inumane è documentato dalle decine di strazianti rapporti inviati in quel periodo al Comando e a Roma. In uno di tali documenti un ufficiale italiano racconta che dopo che la sua unità ebbe consegnato ai croati il villaggio in cui era accampata, apparve un prete croato che disse di essere il nuovo comandante. L’italiano chiese quali ordini il «nuovo comandante» avesse ricevuto dai suoi superiori e l’ustascia rispose: «Un solo ed unico ordine: sgozzare tutti i cani serbi». L’ufficiale italiano, che in un primo momento aveva creduto che quello volesse scherzare, fu subito inorridito vedendo che i croati già avevano iniziato il macello. In breve tempo tutti i serbi del posto furono uccisi. In quel periodo, gli italiani cercarono di proteggere contro gli ustascia i serbi e gli ebrei locali e in mancanza di direttive ufficiali, i comandi delle diverse unità militari operarono di propria spontanea iniziativa

Certo, non mancarono i casi opposti di ossequio ai nazisti e alle direttive anti-ebraiche del regime, ma nel complesso Shelah fa intendere che gli italiani adottarono una linea diversa da quella degli alleati tedeschi, mostrando disprezzo e disgusto per l’inutile macelleria che si consumava sotto i loro occhi.

“Del comportamento degli italiani in Jugoslavia è lecito dire che fu il meno pesante, in confronto a quello delle altre forze ivi operanti. Gli italiani si sforzarono almeno di non colpire innocenti, cosa che non può certo essere detta riguardo al comportamento degli ustascia, dei cetnici e delle altre bande armate, compresi i partigiani di Tito”.

E’ importante sottolineare che gli italiani mantennero un comportamento analogo anche in Grecia e in Francia. Fausto Bocchetti spiega che a muovere i nostri soldati non fu solo uno spirito umanitario, ma anche un alto senso dell’onore militare:

“Credo che la motivazione dei generali fosse la difesa dell’onore militare. Era disonorevole rastrellare inermi civili e spedirli a morire in nome di un principio razziale”

I soldati italiani, se in alcune circostanze hanno eccesso anche loro nella violenza, in moltissime altre (la maggioranza dei casi, secondo Shelah) hanno dato prova di coraggio e di umanità, dimostrando di agire secondo coscienza e non solo in base agli ordini inumani spesso loro impartiti.

Shelah conclude: “Proprio come non dobbiamo mai dimenticare ciò che hanno commesso contro di noi i nostri nemici, così dobbiamo sempre ricordare l’opera compiuta dai nostri amici”.

Discorso di apertura dell’Assemblea Costituente

“L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnatoci nella storia del mondo”

viva-l-italia-foto_MarcoRuggieri@flickr

Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati alle urne non solo per scegliere tra monarchia e repubblica ma anche per eleggere i propri candidati all’Assemblea Costituente, vale a dire quell’assemblea che aveva il compito di scrivere la nuova costituzione italiana.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio circa tre settimane dopo, il 25 giugno. A presiederla provvisoriamente è il suo membro più anziano, il celebre giurista siciliano Vittorio Emanuele Orlando, nato a Palermo nel 1860, già Presidente del Consiglio tra il 1917 e il 1919.

E’ proprio lui a pronunciare il discorso di apertura dell’Assemblea, un discorso fortemente intriso di amor patrio e che inizia col ricordo commosso delle genti giuliano-dalmate, impedite a votare a differenza di tutti gli altri italiani perché soggette a dominio straniero, e destinate di lì a poco a un esodo di massa.

Si continua poi ricordando quanto sia necessario l’armonia nazionale in un momento tanto difficile e si evidenzia quanto serva soprattutto l’accettazione della nuova forma di governo, la repubblica, anche da parte di chi ha votato la monarchia (cioè la metà degli italiani); infine non si lesinano critiche alle condizioni di pace che gli Alleati intendono infliggere all’Italia (il trattato di pace verrà firmato un anno più tardi, nel 1947, e sarà pesantissimo per il nostro Paese).

Quello che più mi ha colpito nel leggere questo discorso è la ricorrenza con cui Orlando richiama la “patria”, una parola che sembra oggi bandita dal vocabolario dei nostri politici (un caso unico in tutto l’Occidente mi pare). Si parla sempre e unicamente di “Stato”, ma lo Stato è solo un freddo concetto giuridico, mentre la patria rappresenta un valore superiore: esiste anche senza lo Stato ed è fatta di storia, di cultura, di lingua, di terra e soprattutto di una comunità nazionale.
Ed è proprio da qui che bisognerebbe ripartire oggi, perché dalle difficoltà si può uscire solo se uniti e se animati da un valore più alto del proprio tornaconto, e cioè l’interesse del Paese.

Costituente_aula

Onorevoli colleghi! Una regola costantemente osservata di diritto parlamentare vuole che un’Assemblea che proviene da un’elezione non possa iniziare alcuna sua funzione se non dopo essersi costituita. Eppure, anche rifuggendo da ogni enfasi, questa adunanza ha una solennità storica che supera quella regola e consente, se non anche richiede, che chi ha il compito di procedere alla semplice formalità rituale, esprima un suo saluto inaugurale. Poiché, intanto, il vecchio, anzi il più vecchio cui il compito fu riservato, può questa volta, per il ciclo stesso degli anni della sua troppo lunga vita, oltre che per gli eventi di essa, rappresentare tutto il passato di una storia che si è chiusa, nel saluto che egli vi rivolge si comprende, nel tempo stesso, un congedo commosso e un augurio fervente. È l’augurio di quel passato verso di voi, cui è affidato l’avvenire della Patria nostra in quest’ora tragica di essa, di quest’Italia che, pur fra errori e colpe che abbiamo potuto commettere, noi abbiamo amato d’immenso amore e servito con devozione assoluta. (Vivi applausi).

Ed è, questo saluto, rivolto ad un’Assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso, né di classi, né di regioni o di genti, se anche, sotto quest’ultimo aspetto, si rinnovelli nel ricordo il dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati applausi — Grida di Viva Trieste italiana! e di Viva Trieste repubblicana!), le quali però, se non han votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia. (Vivissimi prolungali applausi).

In quest’Assemblea, dunque, il popolo italiano è sovrano, ma, anche, il solo sovrano, l’arbitro assoluto della decisione del proprio destino. Sarebbe vana la ricerca se meglio convenga per il progresso politico e civile di un popolo il processo di evoluzione o di rivoluzione. Questa indagine suppone una facoltà di scelta che, purtroppo spesso, la storia non consente ai popoli. Nel caso infatti dell’Italia, quell’ordinamento che dal 1848 aveva retto lo Stato per tre quarti di secolo, e che aveva dimostrato una flessibilità ed una capacità di progresso veramente prodigiose, era stato metodicamente distrutto con un procedimento in cui la frode si sommava con la violenza, di guisa che nell’anno che seguì il colpo di Stato del 1925 si può dire che nessuna, dico nessuna delle istituzioni dello Stato libero era più rimasta vigente. Compito formidabile, dissi, di ricostruzione ab imis cui codesta Assemblea dovrà accingersi, in un momento in cui nella eterna battaglia fra la libertà e la tirannide sembra che i popoli cerchino un ubi consistam fra il tramonto del Governo parlamentare e il delinearsi di un ordine nuovo in cui i partiti da semplici forze politiche verrebbero assumendo figura e caratteri di natura giuridica costituzionale, come organizzazioni delle masse sociali rappresentative del lavoro, considerando quest’ultimo come il fattore ormai assolutamente prevalente nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. (Approvazioni). Che questa sia la tendenza, si può affermare; ma i modelli mancano e il travaglio continua.

Questo è il compito a voi affidato, e che dovrete adempiere con piena libertà di scelta e di decisione, la quale però ha un limite che fu fissato direttamente dalla stessa volontà popolare, con un atto che può qualificarsi di democrazia diretta. E questo limite consiste in ciò: la forma di governo, per quanto riguarda la qualità del Capo dello Stato, è la Repubblica. L’istituto che vi corrisponde è dunque diventato il simbolo dell’unità dello Stato; è attraverso di esso che la Nazione d’Italia si personifica come organica unità indissolubile. Vi corrisponde una radicale trasformazione del dovere civico essenziale, che è di onorare questo simbolo, di servirlo con assoluta fedeltà e lealtà, come rappresentativo della Patria stessa, al di sopra e malgrado qualsiasi altra opinione o sentimento o ideale che si sia professato o che possa ancora essere professato. (Vivi applausi).

Questo dovere non nasce soltanto da disciplina verso una legalità formale, verso quello che si suole chiamare l’ordine costituito.

Poiché esso si confonde coi doveri verso la Patria, importa quella devozione appassionata che arriva sino al sacrificio della vita, ogni qual volta contro quel simbolo si addensi un pericolo o sovrasti una minaccia.

Bisogna con storica lealtà dichiarare che l’esempio di questa virtù di sacrificio, che supera le pregiudiziali ideologiche, è stato dato quando un’inversa situazione dell’ordine costituito pose i repubblicani di fronte all’adempimento di quel dovere: servire la Patria, anche se ordinata in una forma di governo contrastante coi propri ideali. Io personalmente ho un debito a questo riguardo, se penso quale fervida collaborazione abbiano prestato, durante l’altra guerra e specialmente dopo Caporetto, uomini politici che si chiamavano Eugenio Chiesa, Ubaldo Comandini, Leonida Bissolati, e sotto un altro aspetto, cioè come solidarietà piena nelle speranze e nell’angoscia patriottica, Filippo Turati ed i suoi compagni del partito socialista. (Vivissimi applausi). Ma in quest’aula parlamentare gioverà ancor meglio un ricordo dell’ordine puramente parlamentare. Aurelio Saffi, il più puro fratello spirituale di Giuseppe Mazzini, eletto alla Camera dei Deputati per le legislature VIII e IX, vi prese parte e prestò giuramento; eletto in due legislature successive, egli invece rifiutò di giurare e non assunse l’ufficio. L’apparente contraddizione egli giustificò con due lettere nobilissime, per ciò che, egli diceva, «sono oggi cessate le cause per le quali in altri tempi era debito di ogni Italiano di subordinare le proprie opinioni politiche alla suprema questione dell’esistenza nazionale».

Orbene, è oggi dovere di onore di seguir quest’esempio, oggi che la situazione rispettiva delle due fedi si è rovesciata. E questi ricordi di abnegazione patriottica al di sopra dei partiti hanno una gravità solenne, in quest’ora, mentre — per usare l’espressione di Saffi — una minaccia contro l’esistenza stessa della Patria appare con una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra storia, di questi ultimi anni intendo, se si concretassero e diventassero definitive le notizie che ci pervengono circa i patti e le condizioni di una pace che sarebbe orribile. Essa ci umilia con l’offesa sanguinosa ai marinai, ai soldati, agli aviatori, ai partigiani che han combattuto e son morti a decine di migliaia, trasformandoli in mercenari poiché si sarebbero battuti per uno straniero che ci considerava e continua a considerarci come nemici. (Vivissimi applausi). Essa ci mutila, separandoci da genti che sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue; ci toglie l’indipendenza mettendoci a discrezione di chiunque voglia aggredirci, disarmati entro i confini indifesi; essa ci spoglia con le riparazioni, mentre siamo nella più catastrofica indigenza; essa ci sottrae le colonie, il cui valore è tutto costituito dal nostro lavoro. Se ciò avvenisse, un’ombra resterebbe gettata nei secoli sull’onore di chi ci avrebbe chiamato a combattere per una causa, la quale ora ci si dice che non era la nostra. Qui non si tratta di fare ricerche da legulei sulla diversa portata delle formule usate; se, avuto riguardo alla qualità delle persone che parlavano o per il contenuto preciso delle parole usate, si sia trattato di impegni, o di affidamenti, o di promesse; che importano le parole, che importano le qualità ufficiali di chi le pronunziava, quando vi è il fatto, generatore del più sacro degli impegni: il fatto che ci fu chiesto e fu accettato un contributo di sangue? Non diventava per ciò solo comune la causa per cui si combatteva? Ed è possibile rinnegare quest’obbligo e imporci una pace non solo punitiva, ma crudelmente punitiva? Noi confidiamo ancora che questo scempio della giustizia sia risparmiato, ma riaffermiamo che non intendiamo cadere nell’abisso di questa pace.

L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnato a noi nella storia del mondo. (Vivi applausi). Noi aspetteremo la nostra rivincita non in forma di una guerra, che ferventemente deprechiamo in nome della civiltà in pericolo; ma poiché ci si vuole distruggere, la nostra rivincita consisterà nella nostra risurrezione, nella quale abbiamo una fede fermissima. (Vivi applausi).

Frattanto, in questo pericolo mortale che ci minaccia dall’estero, un imperativo categorico si pone verso l’interno: l’unione, la pacificazione, la concordia. Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia. Vorrei ardentemente che queste fossero le ultime mie parole, affinché esse restassero impresse con l’autorità austera dell’al di là: Viva l’Italia! (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati generali applausi).

Le etnie dell’Impero Austro-Ungarico

austria_hungary_1911

Questa carta inglese mostra le varie etnie dell’Impero Austro-Ungarico nel 1911, pochi anni prima della Grande Guerra. Per quanto riguarda gli italiani si può notare che:

1. erano predominanti nel Trentino ma non in Alto Adige;
2. abitavano le attuali province di Gorizia e di Trieste;
3. erano la maggioranza in tutta l’Istria occidentale (che era ed è tuttora la parte più densamente popolata della piccola penisola, essendo il resto del territorio per lo più montuoso). Questo fatto in particolare va sottolineato perché è convinzione di molti qui in Italia che l’Istria fosse una terra slava prima del ’18, il che evidentemente è falso.

Un dato curioso infine sono i nomi usati da questa carta inglese per talune città: mentre Venezia e Trento appaiono col loro nome anglicizzato (Venice e Trent), le grandi città della Venezia Giulia e della Dalmazia appaiono col loro nome italiano: Trieste, Fiume, Pola, Zara, Spalato, Ragusa e Cattaro. Nelle carte internazionali di oggi tutte queste città (tranne Trieste) sono indicate invece col loro nome slavo: Rijeka , Pula, Zadar, Split, Dubrovnik e Kotor.

Seconda guerra mondiale: scenari alternativi per l’Italia

L’Italia, come tutti sanno, ha perduto la seconda guerra mondiale. In questo articolo però ho voluto immaginare quali avrebbero potuto essere le modificazioni territoriali in caso di esiti differenti. Gli scenari che ho preso in considerazione sono tre: la vittoria della guerra da parte del nazifascismo nel ’41; la vittoria della Germania dopo l’armistizio italiano; la vittoria degli Alleati senza l’armistizio italiano.

Se l’Italia avesse vinto la guerra probabilmente avrebbe ottenuto la Corsica e il Nizzardo dalla Francia, Malta dall’Inghilterra, la Dalmazia e Lubjana dalla Jugoslavia e Corfù dalla Grecia. Questi del resto erano i piani di Mussolini, che con l’entrata in guerra sperava di costruire la cosiddetta ‘Grande Italia’, ampliando ulteriormente anche i possedimenti coloniali in Africa a scapito dei francesi (Tunisia) e degli Inglesi (Egitto). Credo si possa escludere invece la possibilità che l’Italia annettesse al proprio territorio anche l’Albania (già controllata dal ’39) e la Grecia o parte consistente di essa: si tratta di regioni che gli irredentisti non hanno mai considerato italiane, e che dunque tutt’al più sarebbe entrate sotto il controllo italiano, conservando una loro (parvente) autonomia.

Questo era forse lo scenario meno probabile. L’Italia nel settembre del ’43 firma l’armistizio con gli Alleati: qui ipotizziamo una vittoria tedesca della guerra. Cosa ne sarebbe stato del nostro Paese? Sicuramente sarebbe rimasto fascista e avrebbe cambiato forma di governo, da monarchia a repubblica. Ma soprattutto sarebbe diventato uno Stato satellite del Terzo Reich, e a causa della sua resa incondizionata al nemico nel ’43 avrebbe subito forti menomazioni territoriali a vantaggio della Germania. In questa ricostruzione i tedeschi annettono al Reich il Sud-Tirolo, Trento, Belluno, il Friuli e l’intera Venezia Giulia. Si tratta di territori che la Germania aveva effettivamente annesso dopo l’occupazione dell’Italia, e che dunque, in caso di sconfitta degli Alleati, sarebbero sicuramente rimasti sotto la sua sovranità.

E’ presumibile che se l’Italia non avesse chiesto l’armistizio nel ’43 (preferendo terminare la guerra al fianco dei tedeschi) avrebbe subito un trattamento più severo a conflitto concluso. Si può ipotizzare una soluzione identica a quella adottata con la Germania, e cioè: perdita di territori a favore degli Alleati e divisione in due del Paese. In questa ricostruzione, l’Italia cede alla Francia la Valle d’Aosta, Briga e Tenda e alla Jugoslavia tutta la Venezia Giulia (Gorizia e Trieste comprese). Al Nord viene costituita la Repubblica Democratica Italiana, uno Stato socialista sotto il controllo sovietico (a causa della maggiore vicinanza geografica al blocco orientale.) Al Sud invece rimane il Regno d’Italia, sotto il controllo statunitense; lo Stato non cambia forma di governo e resta una monarchia dato l’appoggio della maggior parte dei cittadini meridionali al Re, come dimostrato dal referendum del ’46.