“Le famiglie che hanno ‘fatto’ Trieste: i Livaditi”, articolo di Marco Pozzetto

L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).
Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Nella parte finale dell’articolo, seppur con qualche imprecisione, viene tratteggiata la figura dello scrittore Demetrio (1833-1897), ultimo grande esponente della famiglia.

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Trieste, Via Mazzini (già Via Nuova) nella prima metà del Novecento.

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“Le mie prigioni”, Silvio Pellico

Chi non ha mai sfogliato Le mie prigioni potrebbe pensare a un vecchio testo politico dalla prosa ammuffita e grondante di retorica, buono tutt’al più per chi si occupa di storia patria. Ebbene, nulla di tutto ciò. Certo, il capolavoro di Pellico è scritto in un italiano ottocentesco e la sua ambientazione non è attuale, ma dalle pagine di questo celebre libello emerge soprattutto un grande senso di umanità. Al cuore della trattazione, infatti, non stanno gli ideali politici del rivoluzionario, bensì i sentimenti del prigioniero, i suoi dolori, le sue speranze, il suo attaccamento alla vita.lemieprigioni Continua a leggere ““Le mie prigioni”, Silvio Pellico”

“Materada”, Fulvio Tomizza

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Dal mare veniva su un po’ di tramontana e portava con sé il profumo della terra appena arata: profumo di terra rossa, che non se ne trova un altro eguale”

Oggetto di desiderio e di privazione, la terra è la grande protagonista di Materada, un romanzo di frontiera ambientato nell’Istria del dopoguerra, da poco assegnata alla Jugoslavia. Qui, in un paesino di campagna (Materada), si consuma l’amara storia dei fratelli Coslovich, Francesco e Berto, due contadini che pur avendo trascorso l’intera vita al servizio dello zio non ricevono nulla in eredità, se non una terra appena confiscata dal nuovo regime comunista. Caduti nell’imbroglio, i due faranno il possibile per ottenere quanto gli spetta, ma dovranno chiedersi fino a quale punto sono disposti a spingersi per avere giustizia.
Sullo sfondo
di questa intricata trama familiare si staglia lo sconsolato quadro di un’Istria che giorno per giorno va svuotandosi, con le strade piene di camion traballanti di povere masserizie diretti verso Trieste. Pochi, infatti, scorgono un futuro roseo in quella terra martoriata e dimenticata dal mondo, in cui usurpazioni pubbliche e private si intrecciano e dove i torti arrivano come fendenti non solo dai nuovi dominatori, ma da tanti compaesani che in una situazione precaria e bizzarra rispetto al passato preferiscono guardare unicamente al proprio particolare. La rassegnazione raggiunge quasi tutti, compresi gli spiriti più forti, e l’Italia, anche se non tornerà mai più, è troppo vicina per non rappresentare una tentazione agli occhi di chiunque desideri trascorrere una vita diversa.
Inserita in questo contesto, la vicenda della famiglia Coslovich, con il suo carico di ingiustizie ed egoismi, è a ben vedere una parabola del più ampio dramma che attanaglia la povera gente di Materada e delle altre città dell’Istria, dove l’unico modo per non rimanere schiacciati dalle iniquità della storia è partire, lasciare alle spalle i luoghi di una vita (e con essi la terra, la casa, la giovinezza), nella speranza di trovare fortuna altrove.
Il libro contiene pagine di commovente poesia, come quando il protagonista Francesco, in fila al municipio per consegnare la domanda di espatrio, immagina come avrebbe potuto essere la vita sua e dei suoi figli a Materada, o come in uno degli episodi finali in cui gli esuli, impastata la voce di vino, esorcizzano il dolore per la partenza in canti alla città e alla gioventù ormai passata.
Se alcuni passaggi di
Materada fanno brillare gli occhi, tuttavia, non è certo per una retorica più o meno alta (di cui il romanzo appare in realtà privo), ma piuttosto per l’abilità narrativa di Tomizza nel trasmettere con realismo la tragedia dell’esule, stretto tra affetti ancestrali e necessità di vivere, e chiamato infine alla dolorosa e ineludibile scelta.

“Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato

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Illustrazione tratta dal giornale letterario triestino La Ciarla

Son Fra Cappuccio (al secolo Frontino)/Quondam buon uomo, ed ora cappuccino“. Si presenta così Arnaldo Fusinato in una poesia inviata nell’aprile 1859 al giornale la Ciarla, periodico letterario triestino diretto dallo scrittore italo-greco Demetrio Livaditi. Vestendo i panni immaginari di un frate (come aveva già fatto per il Pungolo sotto lo pseudonimo di “Fra Fusina”), il poeta veneto mette in versi con tono scherzoso il suo appello alla libertà di stampa, contro le limitazioni imposte dal regime austriaco dell’epoca.
Non mancano inoltre le allusioni di stampo patriottico. Siamo a pochi giorni dallo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza, e Fusinato scrive: “…un cuore, come a voi, m’arde nel petto/che spera, come voi, ma spera e tace…”. Impossibile poi non notare il parallelo implicito tra la resurrezione di Cristo e il risorgimento dell’Italia contenuto nei seguenti versi: “E’ ver, son giorni di mestizia questi/Ma questi dì non dureranno eterni/Verrà la Pasqua a rallegrare i mesti/Chè Dio ne’ suoi voleri alti e supremi/Ha disposto che dopo la Passione/Venga la Pasqua di Resurrezione”.
A causa del suo pronunciato colore nazionale, pochi giorni dopo il giornale la Ciarla fu costretto a cessare le proprie pubblicazioni. Continua a leggere ““Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato”

“Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito”, Elena Aga Rossi

CefaloniaPer lo storico, la vicenda di Cefalonia resta una delle più difficili da raccontare e da spiegare, sia per i molti interrogativi lasciati aperti dalle lacune della documentazione sia per lo stratificarsi di ricostruzioni e finanche travisamenti succedutisi negli anni

Elena Aga Rossi

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nell’isola greca di Cefalonia si consumò il più sanguinoso scontro armato nei Balcani tra l’esercito italiano e quello tedesco. I combattimenti – originati dal rifiuto della Divisione Acqui di consegnare le armi all’ormai ex alleato – si protrassero per poco più di una settimana ed ebbero il loro tragico epilogo nel criminale eccidio di centinaia di militari italiani che si erano già arresi. Continua a leggere ““Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito”, Elena Aga Rossi”

“La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox

coxNegli ultimi giorni dell’aprile del 1945, mentre la guerra contro la Germania nazista era ad un passo dalla conclusione, una colonna di mezzi militari alleati sfrecciava per le strade del Veneto e del Friuli, gettata in avanti a capofitto verso la città di Trieste.

Si trattava della Seconda divisione di fanteria neozelandese, guidata dal generale Bernard Freyberg e “venuta in Italia dagli antipodi del mondo” dopo aver calcato le polverose strade della Grecia e le ardenti sabbie di El Alamein. Essa costituiva in quell’angolo d’Italia l’avanguardia dell’esercito anglo-americano che risalendo le valli del Po aveva sbaragliato le ultime difese dei soldati della Wermacht. Continua a leggere ““La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox”

Il giornalismo triestino e la Conferenza di pace di Parigi del 1946

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Tra i pochi documenti accolti negli atti della Conferenza di pace di Parigi del 1946 a sostegno del diritto italiano sulla Venezia Giulia figura un opuscolo sulla storia del giornalismo triestino dal titolo Giornali e periodici di Trieste dal 1781 al 1946, edito a cura dell’Associazione della Stampa Giuliana. Si tratta di un libretto bibliografico contenente l’elenco di tutte le pubblicazioni periodiche che hanno visto la luce a Trieste dalla fine del Settecento al termine della Seconda Guerra Mondiale. L’introduzione, scritta in italiano, è stata tradotta in due lingue: inglese e francese. Destinatarie di questa “memoria” erano infatti le potenze vincitrici, prime fra tutte Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
L’intento dichiarato era
quello di dimostrare l’italianità della città, contro le pretese annessionistiche jugoslave. Con la forza dei numeri, l’Associazione della Stampa Giuliana argomentava che Trieste “è sempre stata, com’è oggi, una città squisitamente italiana, nella vita degli affari come in quella della cultura”. Infatti, stando a un prospetto statistico inserito nell’opera, delle 691 testate pubblicate a Trieste, 618 erano in lingua italiana. Seguivano i giornali in lingua slovena o serbo-croata (43), tedesca (19), greca (5), francese (5) e inglese (1).
Politica e storiografia formano un inestricabile groviglio nelle rivendicazioni territoriali sulla regione giuliana, sia da parte italiana che da parte slava. Questo documento, stampato in un numero limitatissimo di copie, ne è una lampante dimostrazione.
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