“Il segreto”, Anonimo Triestino

il segreto
a Bianca,
nel cui costante pensiero le ho scritte,
dedico queste pagine, perché si meravigli,
e sorrida di tante fanciullaggini,
e provi forse un po’ di rimpianto

Il segreto dell’Anonimo Triestino (1961) è il racconto lucido e sofferto di un amore non confessato, che brucia nel profondo dell’animo senza mai venire alla superficie. Il protagonista della storia è Mino Zevi, un ragazzo timido, introverso e taciturno, abituato a nascondere i propri sentimenti e a vivere in disparte, limitandosi ad osservare e incamerare ogni movimento attorno a sé. Nulla sembra sfuggire al suo occhio, che riesce a cogliere anche il più lieve dei particolari, per trarne sempre qualche insegnamento. “Gran teorico della vita pratica”, come ama definirsi, Mino non è tuttavia in grado di tradurre in azione l’enorme mole di pensieri che affollano la sua mente, rimanendo un eterno incompiuto. Una volta iscritto al liceo conosce Bianca Sorani, se ne innamora perdutamente e trascorre lunghi anni ad ammirarla in segreto, logorandosi in un sentimento tanto acceso quanto inconfessabile. Ostaggio delle sue fantasie amorose, alle quali non sa dare né sfogo né spiegazione, Mino finisce per schiacciarsi da solo, cadendo vittima delle sue tortuosità psicologiche. Il suo scarso amor proprio, una costante paura del ridicolo e un’avvilente mancanza di coraggio gli impediscono il minimo avvicinamento alla ragazza, che resta penosamente lontana e inaccessibile.
L’elemento fondamentale attorno al quale ruota la narrazione è l’inettitudine del protagonista, la sua incorreggibile debolezza di carattere che lo porta a riflettere a lungo, troppo a lungo, senza mai essere conseguente, restando inerte, trincerato nel suo silenzio. Come se ciò non bastasse, Mino pare talvolta illudersi che il suo immobilismo sia l’espressione di una rara ed encomiabile forza interiore: sono molti i passaggi del libro in cui l’incapacità di vivere viene trasfigurata in cosciente volontà di rinuncia e la rassegnazione alzata al rango di virtù.
Sullo sfondo, frettolosamente accennata, emerge la Trieste della prima metà del Novecento, che fa da ambientazione a quasi tutta la vicenda, con ruolo quasi di comparsa. Il capoluogo giuliano viene descritto semplicemente come una città di mare, al punto da sembrare una scatola vuota, perfettamente interscambiabile con altre realtà ai fini della storia. La cosa tuttavia non deve stupire: l’Anonimo, lungi dall’essere un narratore sbadato e superficiale, sceglie come luogo privilegiato del suo discorso la mente del protagonista. La vera cifra triestina del romanzo sta invece nell’ispirazione palesemente sveviana delle sue pagine, che troviamo sia nella caratterizzazione della figura dell’inetto sia nell’indagine interiore svolta di continuo da Mino Zevi nella forma dell’autobiografia.
Il taglio profondamente introspettivo dell’opera, assieme all’impronta di mistero conferita dal titolo e dall’anonimato dell’autore (da molti identificato nel triestino Giorgio Voghera), fanno di questo libro una lettura singolare, a tratti dolorosa, sicuramente segnante. 

“Le famiglie che hanno ‘fatto’ Trieste: i Livaditi”, articolo di Marco Pozzetto

L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).
Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Nella parte finale dell’articolo, seppur con qualche imprecisione, viene tratteggiata la figura dello scrittore Demetrio (1833-1897), ultimo grande esponente della famiglia.

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Trieste, Via Mazzini (già Via Nuova) nella prima metà del Novecento.

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“Un anno di scuola”, Giani Stuparich

Un anno di scuolaSiamo agli inizi del Novecento, fra i banchi del liceo classico “Dante” di Trieste. La giovane Edda Marty, figlia di padre austriaco e di madre slava, è la prima allieva ad ottenere il posto in una scuola maschile. Si iscrive all’ultimo anno, quello della maturità. Coraggiosa ed intelligente, anticonformista ed emancipata, la ragazza riesce a mostrare fin dall’inizio tutto il suo potenziale. Vorrebbe impostare un rapporto paritario con i nuovi compagni, ma questi, affascinati dalla sua tempra, finiscono per innamorarsene, facendola oggetto di una corte serrata e ricacciandola sempre, dunque, nella sua condizione di donna. Il turbamento per quella presenza femminile, così fiera e sensuale allo stesso tempo, non rimane senza conseguenze: oltre ad episodi di allegra spensieratezza, si verificano torbide vicende che lasciano un segno nell’animo di quei ragazzi, anticipando le preoccupazioni dell’età adulta.  Continua a leggere ““Un anno di scuola”, Giani Stuparich”

“Materada”, Fulvio Tomizza

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Dal mare veniva su un po’ di tramontana e portava con sé il profumo della terra appena arata: profumo di terra rossa, che non se ne trova un altro eguale”

Oggetto di desiderio e di privazione, la terra è la grande protagonista di Materada, un romanzo di frontiera ambientato nell’Istria del dopoguerra, da poco assegnata alla Jugoslavia. Qui, in un paesino di campagna (Materada), si consuma l’amara storia dei fratelli Coslovich, Francesco e Berto, due contadini che pur avendo trascorso l’intera vita al servizio dello zio non ricevono nulla in eredità, se non una terra appena confiscata dal nuovo regime comunista. Caduti nell’imbroglio, i due faranno il possibile per ottenere quanto gli spetta, ma dovranno chiedersi fino a quale punto sono disposti a spingersi per avere giustizia.
Sullo sfondo
di questa intricata trama familiare si staglia lo sconsolato quadro di un’Istria che giorno per giorno va svuotandosi, con le strade piene di camion traballanti di povere masserizie diretti verso Trieste. Pochi, infatti, scorgono un futuro roseo in quella terra martoriata e dimenticata dal mondo, in cui usurpazioni pubbliche e private si intrecciano e dove i torti arrivano come fendenti non solo dai nuovi dominatori, ma da tanti compaesani che in una situazione precaria e bizzarra rispetto al passato preferiscono guardare unicamente al proprio particolare. La rassegnazione raggiunge quasi tutti, compresi gli spiriti più forti, e l’Italia, anche se non tornerà mai più, è troppo vicina per non rappresentare una tentazione agli occhi di chiunque desideri trascorrere una vita diversa.
Inserita in questo contesto, la vicenda della famiglia Coslovich, con il suo carico di ingiustizie ed egoismi, è a ben vedere una parabola del più ampio dramma che attanaglia la povera gente di Materada e delle altre città dell’Istria, dove l’unico modo per non rimanere schiacciati dalle iniquità della storia è partire, lasciare alle spalle i luoghi di una vita (e con essi la terra, la casa, la giovinezza), nella speranza di trovare fortuna altrove.
Il libro contiene pagine di commovente poesia, come quando il protagonista Francesco, in fila al municipio per consegnare la domanda di espatrio, immagina come avrebbe potuto essere la vita sua e dei suoi figli a Materada, o come in uno degli episodi finali in cui gli esuli, impastata la voce di vino, esorcizzano il dolore per la partenza in canti alla città e alla gioventù ormai passata.
Se alcuni passaggi di
Materada fanno brillare gli occhi, tuttavia, non è certo per una retorica più o meno alta (di cui il romanzo appare in realtà privo), ma piuttosto per l’abilità narrativa di Tomizza nel trasmettere con realismo la tragedia dell’esule, stretto tra affetti ancestrali e necessità di vivere, e chiamato infine alla dolorosa e ineludibile scelta.

“Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato

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Illustrazione tratta dal giornale letterario triestino La Ciarla

Son Fra Cappuccio (al secolo Frontino)/Quondam buon uomo, ed ora cappuccino“. Si presenta così Arnaldo Fusinato in una poesia inviata nell’aprile 1859 al giornale la Ciarla, periodico letterario triestino diretto dallo scrittore italo-greco Demetrio Livaditi. Vestendo i panni immaginari di un frate (come aveva già fatto per il Pungolo sotto lo pseudonimo di “Fra Fusina”), il poeta veneto mette in versi con tono scherzoso il suo appello alla libertà di stampa, contro le limitazioni imposte dal regime austriaco dell’epoca.
Non mancano inoltre le allusioni di stampo patriottico. Siamo a pochi giorni dallo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza, e Fusinato scrive: “…un cuore, come a voi, m’arde nel petto/che spera, come voi, ma spera e tace…”. Impossibile poi non notare il parallelo implicito tra la resurrezione di Cristo e il risorgimento dell’Italia contenuto nei seguenti versi: “E’ ver, son giorni di mestizia questi/Ma questi dì non dureranno eterni/Verrà la Pasqua a rallegrare i mesti/Chè Dio ne’ suoi voleri alti e supremi/Ha disposto che dopo la Passione/Venga la Pasqua di Resurrezione”.
A causa del suo pronunciato colore nazionale, pochi giorni dopo il giornale la Ciarla fu costretto a cessare le proprie pubblicazioni. Continua a leggere ““Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato”

“La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox

coxNegli ultimi giorni dell’aprile del 1945, mentre la guerra contro la Germania nazista era ad un passo dalla conclusione, una colonna di mezzi militari alleati sfrecciava per le strade del Veneto e del Friuli, gettata in avanti a capofitto verso la città di Trieste.

Si trattava della Seconda divisione di fanteria neozelandese, guidata dal generale Bernard Freyberg e “venuta in Italia dagli antipodi del mondo” dopo aver calcato le polverose strade della Grecia e le ardenti sabbie di El Alamein. Essa costituiva in quell’angolo d’Italia l’avanguardia dell’esercito anglo-americano che risalendo le valli del Po aveva sbaragliato le ultime difese dei soldati della Wermacht. Continua a leggere ““La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox”

Il giornalismo triestino e la Conferenza di pace di Parigi del 1946

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Tra i pochi documenti accolti negli atti della Conferenza di pace di Parigi del 1946 a sostegno del diritto italiano sulla Venezia Giulia figura un opuscolo sulla storia del giornalismo triestino dal titolo Giornali e periodici di Trieste dal 1781 al 1946, edito a cura dell’Associazione della Stampa Giuliana. Si tratta di un libretto bibliografico contenente l’elenco di tutte le pubblicazioni periodiche che hanno visto la luce a Trieste dalla fine del Settecento al termine della Seconda Guerra Mondiale. L’introduzione, scritta in italiano, è stata tradotta in due lingue: inglese e francese. Destinatarie di questa “memoria” erano infatti le potenze vincitrici, prime fra tutte Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
L’intento dichiarato era
quello di dimostrare l’italianità della città, contro le pretese annessionistiche jugoslave. Con la forza dei numeri, l’Associazione della Stampa Giuliana argomentava che Trieste “è sempre stata, com’è oggi, una città squisitamente italiana, nella vita degli affari come in quella della cultura”. Infatti, stando a un prospetto statistico inserito nell’opera, delle 691 testate pubblicate a Trieste, 618 erano in lingua italiana. Seguivano i giornali in lingua slovena o serbo-croata (43), tedesca (19), greca (5), francese (5) e inglese (1).
Politica e storiografia formano un inestricabile groviglio nelle rivendicazioni territoriali sulla regione giuliana, sia da parte italiana che da parte slava. Questo documento, stampato in un numero limitatissimo di copie, ne è una lampante dimostrazione.
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