“La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox

coxNegli ultimi giorni dell’aprile del 1945, mentre la guerra contro la Germania nazista era ad un passo dalla conclusione, una colonna di mezzi militari alleati sfrecciava per le strade del Veneto e del Friuli, gettata in avanti a capofitto verso la città di Trieste.

Si trattava della Seconda divisione di fanteria neozelandese, guidata dal generale Bernard Freyberg e “venuta in Italia dagli antipodi del mondo” dopo aver calcato le polverose strade della Grecia e le ardenti sabbie di El Alamein. Essa costituiva in quell’angolo d’Italia l’avanguardia dell’esercito anglo-americano che risalendo le valli del Po aveva sbaragliato le ultime difese dei soldati della Wermacht. Continua a leggere ““La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox”

“Moby Dick”, Herman Melville

mobydickNon molto tempo fa qualcuno annotò che il romanzo “è una macchina per generare interpretazioni” (Umberto Eco, Postille a “Il nome della rosa”, 1983). Osservazione nient’affatto nuova, se vogliamo, ma che calza alla perfezione per un testo come Moby Dick, che nonostante i lineamenti del romanzo d’avventura e la dimensione conseguentemente realistica (accentuata dalle frequenti digressioni sulla baleneria) si presenta come un’opera dall’alto valore allegorico, tale da appassionare generazioni di letterati e lettori nella ricerca del suo significato più autentico. Moby Dick è entrato nell’immaginario collettivo non solo grazie alle ancestrali fantasie suscitate dalla lotta tra il mostro marino e il temerario capitano Achab, ma anche per la natura intrinsecamente simbolica di questa lotta. Il mito della balena bianca deve molto all’affascinante enigma interpretativo sotteso all’intera trama, la cui soluzione diventa la principale motivazione nella corsa all’ultima pagina.

Trama

La voce narrante di Moby Dick è Ismaele, un giovane maestro di scuola che vive nell’America del Nord della prima metà dell’ottocento e che non avendo nulla di particolarmente caro a terra decide di darsi alla navigazione dell’oceano. Ismaele compie i suoi primi viaggi da marinaio sulle navi mercantili e in breve tempo scopre nella vita di mare la migliore via di fuga contro le avversità dell’esistenza: “è un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso […], allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto”. Desideroso di avventure sempre più coinvolgenti, abbandona il commercio marittimo per cimentarsi nella rischiosa caccia alle balene. Si dirige dunque verso l’isola di Nantucket, il più famoso porto di baleniere degli Stati Uniti. Inconsapevole di ciò che lo attende, salpa sul Pequod, la nave del capitano Achab, il quale ha giurato vendetta contro Moby Dick, un gigantesco capodoglio bianco che nella precedente caccia gli ha mozzato una gamba. Il Pequod e tutto il suo equipaggio sono dunque lanciati all’inseguimento della balena, in una ricerca che, fin dall’inizio, sembra gravata da un’ombra di maledizione e che, per essere ispirata unicamente a un cieco desiderio di vendetta, appare folle e destinata a un esito drammatico.

Achab e la balena

I due capitoli più belli di Moby Dick sono Il cassero e La sinfonia. Entrambi descrivono con grande efficacia l’irrazionale ossessione del capitano Achab, che sceglie deliberatamente di sacrificare quanto resta della sua vita e delle proprie energie all’uccisione della balena, rinunciando a tutto il resto, a partire dalla famiglia e dai legami umani a lui più cari, senza curarsi delle tragiche conseguenze a cui rischia di andare incontro. Il tormento della vendetta consuma interamente Achab, il quale abbandona tutte le sue doti di raziocinio in preda a un delirio di onnipotenza. La balena da lui inseguita con tanta tenacia è descritta da Melville come un animale dalla forza terrificante e dall’intelligenza malvagia. Per questo motivo più di qualcuno ha pensato di interpretare la balena come l’emblema delle forze oscure della natura, se non come l’incarnazione del male stesso.

Per me la Balena Bianca è questo muro, che mi è stato spinto accanto. Talvolta penso che di là non ci sia nulla. Ma mi basta. Essa mi occupa, mi sovraccarica: io vedo in lei una forza atroce innerbata da una malizia imperscrutabile. Questa cosa imperscrutabile è ciò che odio soprattutto: e sia la Balena Bianca il dipendente o sia il principale, io sfogherò su di lei questo mio odio. Non parlarmi di empietà, marinaio: io colpirei il sole, se mi facesse offesa”.

È questo probabilmente il passaggio più esplicito del romanzo, ma ancora non ci dice molto su cosa rappresenti il duello tra il monomaniaco Achab e l’inafferrabile Moby Dick. Molti hanno paragonato Achab all’Ulisse di Dante e in effetti le somiglianze sono parecchie: entrambi i personaggi sono dominati da un unico pensiero e terminano ingloriosamente la propria parabola, inghiottiti dal mare: tuttavia, se nella vicenda dell’eroe omerico cantata dal Poeta è la sete di conoscenza a determinare la tragedia, nel personaggio di Melville non pare riscontrarsi una simile tensione. Non è la brama di conoscenza a trascinare Achab nell’abisso, ma l’insensata presunzione di poter condurre la propria azione oltre ogni limite umano. Il desiderio di vendetta è la passione che brucia lentamente Achab e che lo priva sciaguratamente della capacità di discernere tra bene e male, tra ragionevolezza e follia. Per questa ragione, nonostante i tantissimi riferimenti più o meno espliciti all’Antico Testamento, Moby Dick mi è sembrata un’epopea più greca che cristiana: a dannare Achab non è tanto un’offesa recata a Dio, ma il suo pertinace rifiuto a riconoscere l’esistenza di un confine che l’uomo non dovrebbe mai superare e di cui invece dovrebbe essere sempre consapevole e riverente.

Stile

Una delle caratteristiche più singolari del capolavoro di Melville è la mescolanza di stili che si alternano tra un capitolo e l’altro, come se l’autore avesse voluto cantarci le meraviglie della balena nel maggior numero di forme letterarie possibili. Si succedono così la narrativa tipica del romanzo d’avventura, il tono lirico del poema, la descrizione asettica del trattato scientifico e l’ispirazione manifestamente teatrale di molti dialoghi. Allo stesso tempo, non è raro che l’autore tragga spunto da una nozione di cetologia o di caccia alle balene per una riflessione a sfondo filosofico o spirituale. Una simile operazione letteraria può apparire nei suoi esiti confusionaria e disorientante, e a tratti obiettivamente lo è. Essa risponde tuttavia a una precisa scelta contenutistica ancor prima che stilistica, perché Melville, attraverso la balena, nutre l’ambiziosa pretesa di raccontarci per disteso il mondo e le leggi universali che lo governano, e non trova modo migliore di farlo se non mescolando scienze, filosofia, epica, avventura, religione e gli stili che di volta in volta meglio si addicono a queste materie. La prosa dello scrittore americano è ricca e sovrabbondante, e sacrificando spesso la mera narrazione alla pretesa poc’anzi descritta non c’è da stupirsi del fatto che pecchi in linearità e scorrevolezza. Le pagine richiedono una costante attenzione al lettore, il quale, non senza fatica, riceve in cambio una notevole quantità di spunti di riflessione. Per questo Moby Dick è uno di quei libri che alla fine restano e lasciano il segno.

Andrea Palladio “padre dell’architettura statunitense”

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La notizia non è recente perché risale al 2010, ma l’ho appresa solo in questi giorni e ho pensato che meritasse una menzione, anche perché qui in Italia se n’è parlato davvero poco. A seguito del cinquecentesimo anniversario dalla nascita dell’architetto Andrea Palladio, il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato all’unanimità la concurrent resolution n. 259 del 6 dicembre 2010 con la quale ha riconosciuto ufficialmente il celebre artista italiano come il padre all’architettura statunitense. Sono diversi infatti i monumenti americani ispirati allo stile dell’architetto nato nel 1508 a Padova: il più celebre è indubbiamente la Casa Bianca, ma si possono citare anche Monticello, il Campidoglio statunitense e il Jefferson Memorial. La risoluzione afferma che “gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione […] riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio” e arriva addirittura a definire i Quattro Libri dell’Architettura (il trattato di Palladio) “la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta” che “ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale”.
Di seguito pubblico la traduzione in italiano del testo ufficiale della risoluzione. Per visualizzare invece il testo originale in inglese potete cliccare qui.

111° Congresso degli Stati Uniti d’America

Risoluzione concertata

Considerato che nel 2008 ricorreva il 500° anniversario della nascita dell’architetto italiano Andrea Palladio;

Considerato che Andrea Palladio nacque a Padova come Andrea di Pietro il 30 novembre 1508;

Considerato che Palladio, nato di umili origini, fece pratica da scalpellino nei primi anni della sua vita;

Considerato che sotto la protezione del conte Giangiorgio Trissino (1478-1550), Palladio studiò architettura, ingegneria, topografia e scienze militari quando aveva circa venticinque anni;

Considerato che nel 1540 il conte Trissino lo ribattezzò “Palladio”, un riferimento alla sapienza di Pallade Atena così come alla forma italiana del nome dello scrittore romano del IV secolo, Rutilius Taurus Aemilianus Palladius;

Considerato che i progetti di Palladio per opere pubbliche, chiese, palazzi e ville sono reputati fra gli esiti architettonici più rilevanti del Rinascimento italiano;

Considerato che l’insieme degli edifici tuttora esistenti di Palladio è inserito nella World Heritage List dell’UNESCO;

Considerato che il trattato di Palladio, “I Quattro Libri dell’Architettura”, è la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta e ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale;

Considerato che “I Quattro Libri dell’Architettura” hanno costituito una fonte primaria della progettazione classica per molti architetti e costruttori negli Stati Uniti dall’epoca coloniale a oggi;

Considerato che Thomas Jefferson chiamò “I Quattro Libri dell’Architettura” di Palladio la “Bibbia” della pratica architettonica e adoperò i principi di Palladio fissando standard duraturi per l’architettura pubblica negli Stati Uniti e costruendo il proprio capolavoro, Monticello;

Considerato che gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione, compresi il Campidoglio degli Stati Uniti e la Casa Bianca, riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio attraverso il movimento anglo-palladiano che fiorì nel XVIII secolo;

Considerato che i pioneristici disegni di Palladio di ricostruzione e restituzione di antichi templi romani ne “I Quattro Libri dell’Architettura” fornirono ispirazione per molti dei grandi edifici classici americani dei secoli XIX e XX, nel periodo noto come il Rinascimento Americano;

Considerato che il Rinascimento Americano segnò l’apice della tradizione classica e arricchì gli Stati Uniti da una costa all’altra di innumerevoli opere architettoniche di dignità e bellezza intramontabili, incluso il John A. Wilson Building, sede governativa del District of Columbia;

Considerato che i monumenti architettonici americani ispirati sia direttamente sia indirettamente dagli scritti, dalle illustrazioni e dai progetti di Palladio formano una grande e inestimabile parte dell’eredità culturale della nostra Nazione;

Considerato che organizzazioni culturali, istituzioni educative, agenzie governative e molte altre realtà stanno celebrando questo speciale 500° anniversario, compresi il Comitato Nazionale Italiano Andrea Palladio 500, il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, Palladium Musicum, Inc., l’Istituto Italiano di Cultura e lo Institute of Classical Architecture and Classical America, come pure altre organizzazioni culturali italiane e italo-americane, come la Italian Heritage and Culture Committee of New York, Inc., e la Italian Cultural Society of Washington, DC, Inc., con un’ampia varietà di eventi diretti al grande pubblico, pubblicazioni, simposi, cerimonie di proclamazione e tributi al genio e all’eredità di Palladio;

Tutto ciò considerato ora, pertanto, è deliberato dalla Camera dei Rappresentanti, congiuntamente con il Senato, che il Congresso degli Stati Uniti d’America:

(1) riconosce il 500° anniversario della nascita di Andrea Palladio; (2) riconosce la sua immensa influenza sull’architettura degli Stati Uniti; e (3) esprime la propria gratitudine per l’arricchimento che la sua vita e la sua carriera hanno conferito all’ambiente costruito della Nazione americana.

“La morte della patria”, Ernesto Galli Della Loggia

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L’espressione “morte della patria”, dal sapore tragico e dalle implicazioni radicali, si legge per la prima volta nel De profundis di Salvatore Satta del 1948: “La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo“. A questa citazione è ispirato il titolo del pamphlet di Ernesto Galli Della Loggia, secondo il quale la crisi dell’idea di nazione in Italia ha avuto inizio con l’umiliante sconfitta militare patita nell’ultima guerra mondiale: l’armistizio dell’8 settembre – seguito dal crollo dell’intero apparato statale italiano e dall’occupazione del suolo patrio da parte di eserciti stranieri – avrebbe infatti rappresentato un durissimo colpo ad ogni successiva costruzione politica incentrata sull’ideale di patria, qualunque essa fosse. Quel concetto di nazione che risaliva ai tempi del Risorgimento ed aveva segnato la vita pubblica dello Stato unitario fin dalla sua creazione risentì grandemente degli eventi del ’43-’45, che furono da molti vissuti come la dolorosa rivelazione di una fino ad allora inconfessabile debolezza morale del popolo italiano. A livello politico, questo scoramento collettivo non poteva non tradursi nell’affermazione di schemi e dottrine che prescindessero dal concetto di nazione o che quanto meno non ne facessero un proprio punto centrale. Non a caso le due principali ideologie del dopoguerra italiano furono di ispirazione internazionalista: il cattolicesimo politico della Dc e il marxismo del Pci. L’idea di patria restava in entrambi i casi ai margini.

Strettamente legate alla “morte della patria” sono inoltre alcune rilevanti questioni storiche mai sufficientemente indagate, che riguardano da vicino le origini della nostra Repubblica. In particolare, l’autore dedica un’approfondita riflessione sulle difficoltà incontrate fin dal dopoguerra dalla nostra Resistenza a fungere da matrice di una nuova identità nazionale che potesse in qualche modo cancellare l’onta della sconfitta militare e ricostruire su basi democratiche un sentimento comunitario e civile, oltre che una memoria storica accettata e condivisa. Nonostante i molti sforzi compiuti dalla storiografia tradizionale per raffigurare la Resistenza come un evento di riscossa patriottica, i fatti testimonierebbero in realtà un movimento resistenziale fortemente diviso al suo interno per divergenza di valori politici e di obiettivi, privo di un leader carismatico in cui tutti potessero riconoscersi (un De Gaulle italiano, per intenderci) e soprattutto limitato pesantemente dal proprio ruolo subalterno rispetto allo straniero (l’Urss nel caso del Pci, gli Alleati per tutte le altre forze del CLN). Le forze della Resistenza erano unite sul versante dell’antifascismo, ma non possedevano una comune idea di nazione e di patria, essendo troppo divaricate, anzi contrapposte, le loro rispettive ideologie. Risultava poi particolarmente problematica ai fini della definizione di una nuova identità nazionale l’ideologia del Pci, che con particolare riferimento al confine orientale (Trieste, Istria) mostrò a più riprese un’inquietante inclinazione anti-nazionale, piegata agli interessi “di una presunta patria socialista diversa dalla propria”.

Per quanto la Resistenza abbia conosciuto in molti casi anche un’ispirazione patriottica (come testimoniano quelle “innumerevoli lettere dei condannati a morte antifascisti, che terminano con le parole ‘viva l’Italia’ o altre analoghe”) secondo Galli Della Loggia l’esistenza di un conflitto ideologico al suo interno e di un insanabile scontro all’esterno coi fascisti (scontro di per sé “incompatibile con qualsivoglia cultura politica ispirata al concetto di nazione”, in quanto basato sull’idea di una lotta tra due Italie opposte ed acerrime nemiche) non le hanno consentito purtroppo di svolgere quel ruolo di momento fondativo di una rinnovata identità nazionale che molti nel corso dei decenni hanno voluto attribuirle.

Il trattato di pace del 1947 avrebbe comportato per l’Italia una consistente perdita di sovranità, che tuttavia negli anni successivi venne generalmente accettata dalla popolazione come naturale ed inevitabile, a testimonianza di una ormai erosa concezione di indipendenza ed interesse nazionale. Ad acuire tale processo contribuì inoltre una progressiva ed incalzante americanizzazione dei costumi e delle forme di intrattenimento, dalla musica ai film. L’Italia si avviava così alla propria modernizzazione in una “condizione di assoluta debolezza politica del dato nazionale”.

Secondo Galli Della Loggia negli ultimi anni si starebbe assistendo tuttavia ad un risveglio del sentimento nazionale, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Con riferimento al caso italiano, questa inversione di rotta sarebbe giustificata dalla “crescente consapevolezza di un prezzo particolare che l’Italia ha pagato […] a causa dell’assenza dell’idea di nazione, e dell’espulsione del sentimento di patria dallo spirito pubblico”. La crisi morale imperante in tutti i settori della politica e dell’amministrazione sarebbe infatti una diretta conseguenza della mancanza di una base di solidarietà e di un sentimento di comune appartenenza, che sono invece necessari al buon funzionamento di qualsiasi Stato.

Il saggio di Galli Della Loggia è ampiamente condivisibile in diverse sue coraggiose ed amare constatazioni, anche se a mio parere avrebbe meritato un maggior approfondimento su questioni di assoluta centralità che invece vengono appena accennate, come la diffusione capillare a livello internazionale di orientamenti ostili al concetto di patria e favorevoli piuttosto ad una progressiva integrazione culturale e politica tra Stati differenti (specialmente qui in Europa).  Una più esaustiva e convincente analisi della “morte della patria” in Italia avrebbe richiesto un raffronto tra il caso del nostro Paese e quello degli altri Stati europei, per definire meglio quanto vi sia di specificamente italiano in questo fenomeno e quanto esso invece sia stato determinato da una mutata coscienza internazionale sul concetto di patria.

“La piccola città”, Thornton Wilder

Our-Town-moon-imageScegli un giorno senza importanza. Anzi, scegli il giorno meno importante della tua vita. Anche così, sarà importante abbastanza…

Our town di Thorton Wilder (1938) è una commedia teatrale divisa in tre atti e ambientata in una piccola città americana del New Hampshire, Grover’s Corners. Qui vivono le famiglie Webb e Gibbs, i cui figli Emily e George dopo anni di lunga amicizia si innamorano e si sposano. La loro è un’esistenza del tutto ordinaria, come quella dei concittadini. La semplicità e la ripetitività delle situazioni di vita rappresentate nei primi due atti sono infatti assolute. Sembra davvero che a Grover’s Corners non accada nulla di significativo o tale da catturare la curiosità dello spettatore: colazioni preparate la mattina presto, interrogazioni a scuola, passanti che discutono del freddo e della pioggia, prove di canto in chiesa. Anche la relazione tra i due protagonisti appare del tutto convenzionale, così come il loro matrimonio.

Ma Our town non è la semplice storia di un paesino della provincia americana di inizio ‘900. E’ molto di più. Lo si capisce nel terzo ed ultimo atto, quando uno dei due giovani sposi muore e una volta nell’aldilà chiede e ottiene di rivivere un giorno qualunque della propria vita a Grover’s Corners. A questo punto, quella che fino a prima era parsa una commediola leggera si tinge improvvisamente di dramma, trascinando lo spettatore in uno stato di turbamento interiore e di sconforto.

Our town è un piccolo capolavoro sul valore inestimabile della quotidianità. L’autore ci invita ad apprezzare e godere la vita nelle piccole cose, nei gesti ripetuti, nelle situazioni più consuete e prevedibili, nei momenti più ordinari. Il monito finale è quello di non sciupare il proprio tempo, prima che sia troppo tardi.

“Il cielo è rosso”, Giuseppe Berto

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Anno 1944. Le bombe riducono a un cumulo di macerie la città di Treviso, che per interi giorni continua a crollare e bruciare, alzando colonne di fumo e tingendo il cielo di rosso fuoco.

Chi legge Il cielo è rosso di Giuseppe Berto ne rimane segnato. E’ un romanzo che scava a fondo nell’anima e che col suo stile asciutto ma carico di sentimento si legge tutto d’un fiato. La durezza della miseria, raccontata con crudo realismo, fa da sfondo alla storia di quattro ragazzi (Daniele, Tullio, Carla e Giulia) che dopo il bombardamento della loro città si trovano senza famiglia a dover affrontare un mondo cupo e miserabile, dove “la gente non aveva altro scopo di vivere che quello di procurarsi il cibo per non morire”.

Daniele, timido ed introverso, fugge dal collegio dopo la morte dei suoi genitori e vagando smarrito tra le macerie della città trova Tullio, un ragazzo disinvolto che ruba per vivere. Assieme a quest’ultimo, in un’abitazione di fortuna nascosta in mezzo alle rovine, ci sono Carla e Giulia, cugine, ma così diverse tra loro. Carla è esuberante, spesso irriverente. Giulia a suo confronto appare così ingenua ed insicura. Daniele viene accolto nella loro dimora e la sua vita non sarà più come prima.

Una storia di amicizia e d’amore, dove i caratteri e le emozioni dei quattro personaggi sono tratteggiati dalla penna dell’autore con mirabile sensibilità. Il destino di questi ragazzi, la loro esistenza semplice ma non banale, l’intreccio dei sentimenti che li lega fin dal principio della loro convivenza non possono in alcun modo lasciare indifferente il lettore, che è anzi spinto a sperare, assieme ai giovani protagonisti, nell’arrivo “del grande giorno in cui il bene sarebbe venuto sulla terra per tutti gli uomini”, cancellando ingiustizie e miseria. Ma arriverà mai questo “grande giorno”? Si può davvero avere fede nell’umanità?

Il cielo è rosso è un libro drammatico che scombussola, lasciando nell’animo un senso di vuoto e una grande amarezza.

“Per la pace perpetua”, Immanuel Kant

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Nel 1795 il filosofo tedesco Immanuel Kant immagina un progetto politico che possa permettere all’umanità di raggiungere definitivamente l’obiettivo della pace. Il suo saggio Per la pace perpetua risente profondamente degli sconvolgimenti internazionali del tempo – primi fra tutti la rivoluzione americana e quella francese – e dei principi liberali e repubblicani che li ispirarono. L’intero testo infatti è fortemente permeato dagli stessi ideali illuministici di libertà, uguaglianza giuridica dei cittadini e sovranità popolare che si ritrovano anche nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e nella Costituzione statunitense. Ed è proprio dal modello americano che Kant trae spunto per teorizzare una federazione universale di popoli come condizione primaria e necessaria per la fine di ogni guerra.

Una caratteristica fondamentale dell’opera è la pretesa da parte del suo autore dell’attuabilità del disegno politico-giuridico in essa enunciato. Non siamo dunque di fronte a un testo utopico, non almeno nelle intenzioni di Kant, che crede fermamente nella realizzazione di una pace mondiale secondo i metodi da lui indicati. A ciò contribuisce sicuramente una convinzione radicata fra gli intellettuali del suo tempo e giunta con successo fino ai giorni nostri, vale a dire quella di un’umanità in continuo progresso rispetto al passato, sotto ogni punto di vista: morale, sociale, economico e giuridico. In uno scenario simile nulla è precluso all’uomo, nemmeno la pace “perpetua”: se essa non è ancora realtà è solo perché il progresso umano non è arrivato al punto da garantirla, ma prima o poi, inevitabilmente, la conseguirà.

Gli articoli preliminari

Il progetto politico kantiano si divide in più parti: gli Articoli preliminari, gli Articoli definitivi, due Supplementi e un’Appendice. Negli Articoli preliminari troviamo enunciati sei principi internazionali che gli Stati dovrebbero far propri per evitare i conflitti. Non è erroneo ritenere che gran parte di essi siano ancora attuali:

1. “Nessun trattato di pace deve essere ritenuto tale se stipulato con la tacita riserva di argomenti per una guerra futura”

In questo caso infatti non si avrebbe una pace, che per definizione è duratura, ma una semplice tregua.

2. “Nessuno Stato indipendente deve poter essere acquistato da un altro mediante eredità, scambio, compera o donazione”

Di tutte i sei articoli preliminari è sicuramente il meno attuale, ma al tempo di Kant era frequente che interi stati fossero acquistati o ceduti come un qualsiasi oggetto. Ciò era dovuto a una concezione feudataria del potere statale, dove il territorio di un Paese era concepito come proprietà del sovrano e non invece come spazio storico, culturale e sociale di un’intera comunità nazionale.

3. “Col tempo gli eserciti permanenti devono essere aboliti”

Per Kant gli eserciti permanenti (cioè quelli armati, addestrati e spesso disposti ai confini dello Stato anche in tempo di pace) sono una minaccia continua per gli altri Stati.

4. “Non si devono contrarre debiti pubblici in vista di conflitti esterni dello Stato”

Cercare finanziamenti per eventuali guerre future non fa che aumentarne la probabilità.

5. “Nessuno Stato si deve intromettere con la forza nella costituzione di un altro Stato”

In questo articolo troviamo espresso quello che da qualche decennio a questa parte siamo soliti chiamare “principio di autodeterminazione dei popoli”. Kant pone tuttavia un’eccezione, che suona attualissima: “Non si può dire lo stesso quando uno stato, per discordie interne, fosse diviso in due parti, ognuna delle quali rappresentasse in sé un singolo stato che accampasse pretese sul tutto; dove il portare aiuto a uno di loro da parte di uno Stato esterno non può considerarsi come intromissione nella costituzione dell’altro (poiché altrimenti v’è anarchia)”.

6. “Nessuno Stato in guerra deve permettersi atti di ostilità tali da rendere impossibile la reciproca fiducia nella pace futura”

Anche la guerra deve avere le sue regole, altrimenti si risolverebbe in uno sterminio totale dove l’unica pace possibile sarebbe quella “basata sul grande cimitero del genere umano”.

Gli articoli definitivi

Le sei condizioni appena enunciate non sono tuttavia sufficienti a garantire la pace perpetua fra i popoli. Infatti, a tal fine è necessario che i singoli Stati assumano una determinata costituzione al loro interno, quella repubblicana, e che improntino i loro rapporti verso l’esterno seguendo non la divisione ma l’unione mediante una lega di popoli, ovvero una federazione di Stati liberi.
Riguardo al primo punto, precisando che col termine “repubblica” Kant intende non tanto un governo senza re, quanto quello che noi oggi intendiamo per “democrazia” (cioè l’opposto di una forma di governo dispotica), nel primo articolo definitivo si afferma che solo una costituzione repubblicana fondata sulla libertà dei cittadini e sulla loro eguaglianza può prevenire efficacemente interventi militari del proprio Stato: “se si richiede il consenso ai cittadini per decidere se la guerra debba o no debba essere fatta, niente di più naturale del pensare che, dovendo far ricadere su di sé tutta la calamità della guerra, essi ci penseranno sopra a lungo prima di iniziare un gioco così malvagio”. Kant aggiunge che la forma di governo deve necessariamente essere rappresentativa, perché altrimenti il regime diventerebbe dispotico e violento e non potrebbe più essere considerato repubblicano.
Il secondo articolo definitivo può probabilmente considerarsi il cuore del progetto kantiano e insieme il punto più ambizioso e di più difficile realizzazione: “il diritto internazionale deve fondarsi su una federazione di stati liberi”. Riprendendo la teoria contrattualistica di Hobbes, Kant argomenta che come gli individui, per garantire la propria sicurezza ed incolumità, sono usciti dallo stato di natura per approdare a una forma di vita civile costituendosi in Stato, così anche gli Stati per allontanare da sé il rischio della guerra devono darsi leggi comuni ed unirsi in una lega di popoli. E’ opportuno sottolineare che Kant non pensa a un gigantesco Stato unico dove tutte le peculiarità nazionali siano appiattite: il suo ideale è quello di una federazione universale, dove ciascuno stato conservi le proprie leggi, in una forma di governo possibilmente repubblicana (primo articolo definitivo). Egli tuttavia è anche consapevole del fatto che gli Stati sono restii a cedere porzioni della propria sovranità e dunque afferma che all’idea di una repubblica universale può essere sostituita “il surrogato negativo di una lega permanente e sempre più estesa che respinga la guerra e freni il torrente delle tendenze ostili e contrarie al diritto, anche se con il costante pericolo della sua rottura”.
Il terzo articolo definitivo affronta il tema dell’ospitalità dello straniero che intenda stabilirsi momentaneamente sul territorio altrui. Premesso che il commercio e il libero scambio tra i popoli riduce sensibilmente il rischio di guerre, perché due o più popoli in stretti legami economici saranno incentivati a conservare un buon rapporto e a non spezzarlo con le armi, lo straniero deve essere pacificamente accolto sul suolo nazionale: “sino a quando se ne sta pacificamente al suo posto, non va trattato da nemico”. Ciascun uomo infatti gode di un diritto “di comune possesso della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma alla fine devono rassegnarsi a coesistere”.

Accordo tra morale e politica

Dopo aver rivendicato con orgoglio il diritto dei filosofi ad essere ascoltati dagli Stati per evitare la guerra, nonostante ciò possa per questi ultimi rivelarsi umiliante, Kant affronta il difficile tema della discordanza che in molti casi può darsi tra morale e politica, con tutte le implicazioni negative che ne possono derivare per il mantenimento della pace. Il riferimento è all’operato di tutti quegli uomini politici che badando esclusivamente al proprio tornaconto o alla potenza della nazione di appartenenza attuano prevaricazioni e prepotenze su altri Stati, finendo così per far prevalere le ragioni del potere su quelle della pace. La soluzione può essere una sola: il primato della morale e del diritto sulla politica: “il diritto deve essere sacro per l’uomo, anche se questo può costare grossi sacrifici al potere dominante […] ; ogni politica deve piegare le ginocchia davanti alla morale, e solo così si può sperare di giungere, sebbene lentamente, a un grado in cui risplenderà durevolmente”. Come valutare però se una determinata politica è compatibile con la morale? Kant propone il criterio della pubblicità del diritto, ossia: quando il proposito di una determinata azione può essere confessata pubblicamente senza che da ciò ne derivi alcun rischio per la pace, allora tale azione può sicuramente considerarsi priva di qualsiasi marchio di immoralità.