Seneca e il suicidio (Lettere morali a Lucilio, De Ira e De Brevitate Vitae)

Seneca

Seneca è ritenuto per molti versi un precursore nel mondo classico di tanti ideali cristiani. Su un tema però bisogna riscontrare una sensibile differenza tra il filosofo e la dottrina cristiana: il suicidio. Seneca non solo accetta il suicidio, ma lo considera addirittura come un’autentica forma di liberazione in tutti quei casi in cui l’uomo sia turbato nella propria tranquillità da ripetuti eventi negativi. Secondo il filosofo, ci sono situazioni dove la vita diventa una prigione e l’unico modo in cui l’uomo può sciogliere le catene della schiavitù è togliersi la vita. Nell’Epistola 70 (Epistulae Morales Ad Lucilium) scrive:

Quae, ut scis, non semper retinenda est; non enim vivere bonum est, sed bene vivere.
Itaque sapiens vivet quantum debet, non quantum potest. Videbit ubi victurus sit, cum quibus, quomodo, quid acturus. Cogitat semper qualia vita, non quanta sit. [sit] Si multa occurrunt molesta et tranquillitatem turbantia, emittit se; nec hoc tantum in necessitate ultima facit, sed cum primum illi coepit suspecta esse fortuna, diligenter circumspicit numquid illic desinendum sit

Non è opportuno, lo sai, conservare la vita in ogni caso; essa infatti non è di per sé un bene; lo è, invece, vivere come si deve. Pertanto il saggio vivrà quanto a lungo gli compete, non quanto più può; osserverà dove gli toccherà di vivere, con chi, in che modo e quale sarà la sua attività. Si preoccupa sempre della qualità, e non della quantità della vita: se gli capitano molte cose spiacevoli, e tali da turbare la tranquillità del suo animo, egli si mette senz’altro in libertà. E non lo fa soltanto in casi di estrema necessità, ma appena la Fortuna cominciare a diventare sospetta, considera attentamente sotto ogni punto di vista se non sia quello il momento di porre fine all’esistenza

Se le conclusioni di Seneca sul suicidio non sono poi così originali rispetto al quadro generale offerto dalla cultura classica (specialmente dalla dottrina stoica), assumono però un certo interesse le ragioni in virtù delle quali – secondo il filosofo – si sarebbe legittimati al suicidio. In particolare per Seneca virtù e felicità coincidono: per essere felice l’uomo deve innanzitutto essere virtuoso. E dunque, laddove l’uomo non possa perseguire la virtù gli converrà lasciare la vita. Ciò che conta infatti non è vivere a lungo, ma vivere bene (altro concetto molto caro al filosofo, approfondito in particolare nel De brevitate vitae). L’uomo non deve temere la morte. Essa è un semplice exitus, un’uscita dalla vita. Secondo Seneca non solo non si deve avere paura della morte, ma è anzi opportuno avvicinarla se gli eventi della vita impediscono di trascorrere un’esistenza degna, ovvero secondo virtù. Non tutti però sono capaci di accogliere la morte:

“Vivere tota vita discendum est et, quod magis fortasse miraberis, tota vita discendum est mori”

Ci vuole tutta una vita per imparare a vivere, e, ciò che forse ti stupirà di più, ci vuole tutta una vita per imparare a morire” (De brevitate vitae, VII, 3-4).

Per questo Seneca dimostra di apprezzare chi – persa ormai ogni speranza di una vita degna  – decide di uccidersi. Si tratta di persone al contempo coraggiose e consapevoli dell’autentica valenza della morte. Un exitus appunto, nulla più. Nell’Epistola 70 scrive:

“Nuper in ludo bestiariorum unus e Germanis, cum ad matutina spectacula pararetur, secessit ad exonerandum corpus – nullum aliud illi dabatur sine custode secretum; ibi lignum id quod ad emundanda obscena adhaerente spongia positum est totum in gulam farsit et interclusis faucibus spiritum elisit. […] O virum fortem, o dignum cui fati daretur electio! Quam fortiter ille gladio usus esset, quam animose in profundam se altitudinem maris aut abscisae rupis immisisset!”

Recentemente nel corso di un addestramento di gladiatori per il combattimento di fiere, un germano, mentre si allenava per lo spettacolo del mattino, si allontanò per scaricare l’intestino – non gli era infatti consentito di ritirarsi senza sorveglianza in alcun altro luogo appartato – e si conficcò per intero nella gola quel legno che con una spugna attaccata è posto in quel luogo per la pulizia delle parti intime. Così, ostruitosi l’esofago, esalò l’ultimo respiro[…] Che uomo coraggioso! Come meritava che gli fosse data la possibilità di scegliere il proprio destino! Con quanta forza d’animo si sarebbe servito della spada, con quanta audacia si sarebbe gettato in un punto profondo del mare o nella scarpata di una rupe a picco!

Sempre nell’Epistola 70, Seneca definisce come senza coraggio coloro i quali, gettati in condizioni disumane, non scelgono la strada del suicidio.

“Itaque effeminatissimam vocem illius Rhodii existimo, qui cum in caveam coniectus esset a tyranno et tamquam ferum aliquod animal aleretur, suadenti cuidam ut abstineret cibo, ‘omnia’ inquit ‘homini, dum vivit, speranda sunt’.Ut sit hoc verum, non omni pretio vita emenda est. Quaedam licet magna, licet certa sint, tamen ad illa turpi infirmitatis confessione non veniam: ego cogitem in eo qui vivit omnia posse fortunam, potius quam cogitem in eo qui scit mori nil posse fortunam?”

“Pertanto considero prive di ogni nerbo le parole pronunciate da quel rodiese che, gettato in una gabbia per ordine del suo signore e nutrito come un animale selvatico, così disse a uno che gli consigliava di astenersi dal cibo: “Un uomo ha il dovere di sperare tutto, finché è vivo”. Ammesso che ciò sia vero, non per questo la vita deve essere riscattata a qualsiasi prezzo. Alcune ricompense possono essere grandi, sicure, tuttavia non mi accosterò a esse per il tramite di una vergognosa ammissione di debolezza: dovrei pensare che su una persona ancora in vita la Fortuna ha ogni potere invece di pensare che nulla essa può nei confronti di chi sa morire?”

Esistono però alcuni brani di Seneca meno radicali sull’argomento. Ad esempio in un passo del De Ira  – pur descrivendo sempre il suicidio come una via verso la libertà –   il filosofo sembra giustificare la pratica solo come extrema ratio di fronte a situazioni tragiche.

“Is aeger animo et suo vitio miser est, cui miserias finire secum licet. 4. Dicam et illi qui in regem incidit sagittis pectora amicorum petentem et illi cuius dominus liberorum uisceribus patres saturat: ‘quid gemis, demens? Quid expectas ut te aut hostis aliquis per exitium gentis tuae uindicet aut rex a longinquo potens aduolet? quocumque respexeris, ibi malorum finis est. Vides illum praecipitem locum? illac ad libertatem descenditur. Vides illud mare, illud flumen, illum puteum? libertas illic in imo sedet. Vides illam arborem breuem retorridam infelicem? pendet inde libertas. Vides iugulum tuum, guttur tuum, cor tuum? effugia seruitutis sunt. Nimis tibi operosos exitus monstro et multum animi ac roboris exigentes? Quaeris quod sit ad libertatem iter? quaelibet in corpore tuo vena”

“Se l’animo è malato e miserabile, a causa della sua sofferenza, gli è possibile farla finita con se stesso e il suo dolore. Dirò, sia a colui che si è imbattuto in un re che prendeva di mira con le sue frecce i petti degli amici, sia a colui il cui padrone sazia i padri con i visceri dei suoi figli: ‘Di che gemi, pazzo? Perché aspetti che qualche nemico venga a liberarti, distruggendo il tuo popolo, o che un re potente accorra da terre lontane? Da qualunque parte guardi, c’è la fine dei tuoi mali. Vedi quel precipizio? Da quello, si scende alla libertà. Vedi quel mare, quel fiume, quel pozzo? La libertà siede là, sul fondo. Vedi quell’albero basso, rinsecchito, malaugurato? La libertà è appesa a quello. Vedi il tuo collo, la tua gola, il tuo cuore? Sono vie di scampo alla servitù. Ti mostro forse uscite troppo laboriose e che richiedono molto coraggio e molta forza fisica? Chiedi qual è il sentiero della libertà? Qualunque vena del tuo corpo”.

In altri scritti Seneca mostra addirittura un orientamento contrario al suicidio, e contraddice palesemente quanto affermato in precedenza. Secondo il filosofo, in alcuni casi sarebbe necessario rimanere in vita – nonostante i dolori e le sofferenze – per amore delle persone a noi più care. In un altro passo, Seneca arriva a definire l’atto di chi rinuncia al suicidio addirittura un gesto di coraggio.

” […] et interdum, etiam si premunt causae, spiritus in honorem suorum vel cum tormento revocandus et in ipso ore retinendus est, cum bono viro vivendum sit  non quamdiu iuvat sed quamdiu oportet: ille qui non uxorem, non amicum tanti putat ut diutius in vita commoretur, qui perseverabit mori, delicatus est […]. Ingentis animi est aliena causa ad vitam reverti”

“[…] talora, anche se ci assillano vari motivi di segno negativo, è necessario, per riguardo dei propri cari, richiamare, sia pure a prezzo di sofferenze, il soffio vitale e trattenerlo, per così dire, in bocca, dal momento che l’uomo dabbene deve vivere non quanto a lungo gli piace, ma finché ne valga la pena. Chi non apprezza la propria moglie, un amico, tanto da indugiare un poco più a lungo nella vita, chi persisterà nell’idea di voler morire, è un uomo tutt’altro che forte […]. E’ indice di grande levatura d’animo tornare alla vita per amore degli altri” (Epistola 104)

E ancora:

“Saepe impetum cepi abrumpendae vitae: patris me indulgentissimi senectus retinuit […]. Aliquando enim et vivere fortifer facere est”

Più volte presi di slancio la decisione di spezzare la mia vita, ma ne fui distolto dal pensiero della vecchiezza del mio tenerissimo padre […]. Talvolta anche il vivere è un atto di coraggio” (Epistola 78)

Come conciliare questi ultimi scritti con quelli precedenti dove il suicidio viene addirittura descritto come un’autentica via libertatis, contrapposta alla schiavitù della vita? Che Seneca fosse favorevole al suicidio è piuttosto chiaro, ma nelle sue opere oscilla tra posizioni estreme e posizioni molto più caute se non addirittura di segno opposto. Probabilmente questa parziale (ma innegabile) incoerenza è lo specchio di una lotta interiore e tutta interna al filosofo, il quale del resto non dimostrò una grande fedeltà ai principi affermati nei propri scritti.

Seneca fu sì un uomo ricchissimo ma attraversò comunque molti travagli, dalla salute cagionevole all’esilio. Eppure, di fronte a questi tristi eventi non decise di mai di togliersi la vita. E’ vero che Seneca morì suicida, ma si trattò di una suicidio “imposto”: fu Nerone a intimarglielo, ritenendolo coinvolto in una congiura a suo danno. Un privilegio concesso in virtù della lunga conoscenza tra i due personaggi (Seneca fu precettore di Nerone). Evidentemente se Seneca avesse rifiutato sarebbe stato comunque ucciso, quindi preferì semplicemente darsi la morte per conto proprio, prevenendo la brutalità di un’uccisione. E anche qui non dimostrò coerenza col proprio pensiero. Nell’Epistola 70 scriveva:

“Stultitia est timore mortis mori: venit qui occidat, exspecta. Quid occupas? Quare suscipis alienae crudelitatis procurationem? Utrum invides carnifici tuo an parcis?”

“E’ una follia morire per la paura della morte. Ecco, sta per venire chi ha l’incarico di ucciderti: aspettalo. Perché prevenirlo? Perché ti assumi la curatela di un atto crudele che spetta a un altro? Sei geloso del tuo carnefice o provi compassione per lui?” 

Insomma, Seneca considerava saggio uccidersi in casi di rovesci della fortuna, ma nonostante le tante difficoltà attraversate in vita preferì sempre rimanere vivo. Considerava sciocco uccidersi se si era già certi che qualcun altro avrebbe assolto a questo compito, ma proprio in una situazione come questa decise di suicidarsi. C’era evidentemente in lui un profondo solco tra parole e azioni.

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Natura mostruosa

Viviamo con la convinzione che la natura sia “buona”, e che il suo peggior nemico sia l’Uomo, ovvero noi stessi. Pensiamo che vada protetta, che le sue sorti dipendano unicamente dal nostro operato, quasi come se avessimo il controllo totale su di essa. La natura: un gigante buono, vulnerabile, e verso il quale proviamo un’enorme senso di colpa. Basta guardare alcuni film recenti (per ultimo, Avatar) per rendersi conto di come tale concezione sia ormai ben radicata nella morale comune e nell’opinione pubblica.

Poi però ci stupiamo quando sentiamo la notizia di centinaia di morti causati da un sisma. Non riusciamo a capire perché un’entità tanto benevola e bisognosa d’aiuto e di attenzioni ci provochi una simile sofferenza. La verità è che la natura è un mostro. Terremoti, inondazioni, alluvioni, tsunami, senza contare la ferocia di molte specie animali.

Non sono contrario al messaggio ambientalista: del resto, distruggere la natura equivale a mettere in serio pericolo l’umanità stessa, che da essa ricava il sostentamento. Quello che non mi piace è il mito della natura buona, benevola e pacifica: è una falsità.

Una vita eccezionale

Sono della convinzione che ciascuna persona possa realizzare qualcosa di eccezionale nella propria vita. Eppure quelli che non realizzano nulla di eccezionale sono la maggioranza. Si tratta di persone normali, che verranno ricordate dai propri figli e forse dai nipoti, ma non da altre generazioni. Chi esce dalla normalità (mi pare giusto chiamarla così, perché trovo che mediocrità suoni ingiusto e offensivo) è chi ha trovato veramente ciò che doveva fare nella propria vita.

Secondo me, ognuno di noi nasce con una e una sola attività nella quale può eccellere. Quando non si è in grado di individuarla (e succede quasi sempre, vista l’infinità delle opzioni) si rimane persone normali.

Statue

Tra le tante forme d’arte che esistono, le statue hanno una particolarità: vengono realizzate solo per i morti o per le divinità.

Una persona può essere raffigurata in tanti modi (un tempo c’erano dipinti e ritratti, da un secolo e mezzo a questa parte esiste anche la fotografia) ma se fate attenzione, nessuno prima di morire è ritenuto degno di una statua. Sarebbe visto come un oltraggio al buon gusto, o come una forma di megalomania. Gli imperatori e i dittatori si facevano costruire delle statue, ma questo per attribuirsi un carattere divino.

Generalmente vale questa regola: come non si può far santo un vivo, non si può nemmeno alzare una statua in onore di una persona che non è ancora morta.

Citazioni di Seneca 2

In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet.

Sbagliamo infatti in questo: ravvisiamo la morte innanzi a noi; ebbene: una gran parte della morte appartiene già al passato. Tutto ciò che della nostra esistenza è dietro di noi, la morte lo tiene saldamente.

“L’arte di conoscere se stessi”, Arthur Schopenhauer

L’arte di conoscere se stessi  (edito da Adelphi) è una breve raccolta di pensieri di Arthur Schopenhauer che riguarda la dolorosa scelta di vita presa dal filosofo a poco più di trent’anni e mantenuta fino alla fine dei suoi giorni: la solitudine.

In questo testo Schopenhauer pone l’attenzione esclusivamente sulla sua esperienza, senza dispensar consigli al lettore, e racconta come abbia deciso di isolarsi dal mondo dopo aver conosciuto meglio se stesso ed aver preso atto della pochezza della gente che fino a prima aveva riempito la sua vita.

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Sono due i temi che caratterizzano questa raccolta di pensieri: la misantropia e l’alta stima che il filosofo dimostra di avere per se stesso. Schopenhauer parte da considerazioni di questo tipo:

‘Per tutta la vita mi sono terribilmente sentito solo, e nell’intimo ho sempre sospirato:  ‘Jetzt gieb mir einen Menschen!’ [Ora dammi un essere umano!]. Invano. Sono rimasto solo. Eppure in tutta sincerità posso dire che non è dipeso da me: non ho respinto nè rifuggito nessuno che, di mente o di cuore, fosse un essere umano: non ho trovato altro che miseri gnomi, limitati di cervello, malvagi di cuore, di vili sentimenti’

‘In un mondo in cui almeno cinque sesti degli uomini sono furfanti, folli o babbei, per ogni individuo del rimanente sesto, quanto più si distingue dagli altri, la base del suo sistema di vita deve essere l’esistenza appartata, e quanto più è tale, tanto è meglio’

‘La maggior parte della gente si accorge, quando fa la mia conoscenza che non può essere nulla per me, e io nulla per loro’

Il filosofo tedesco cerca dunque di far passare come inevitabile e giusta la sua solitudine: immerso in un mondo di persone rozze e ignoranti, lui che si concepiva un vero ‘essere umano’ non poteva che rimanere solo. Schopenhauer arricchisce questa sua convinzione con pensieri che possono sembrare presuntuosi: egli si definisce infatti un ‘missionario della verità per il genere umano’ e colui il quale ‘ha dato una soluzione al grande problema dell’esistenza’.  Afferma a più riprese che la sua vita ha il solo scopo di giovare alla conoscenza e al sapere dell’umanità e che per assolvere tale compito non si può certo vivere in mezzo alle persone. Una missione per l’umanità non può essere condotta col pensiero di una professione, di un matrimonio e di figli da mantere: una vita contemplativa richiede un distacco totale dai comuni sentimenti.

Leggere così tanto disprezzo per gli altri e una tale autocompiacenza per una situazione che nessuno sarebbe in grado di accettare, mette senza dubbio amarezza.  Ci si chiede come un uomo possa arrivare a pensare alla sua vita come a qualcosa di così distaccato dagli altri e a legare le sue possibilità di successo e affermazione proprio alla lontananza dalle persone, dai loro sentimenti, dalle loro parole e dai loro sorrisi. ‘L’enfer c’est les autres’ [L’inferno sono gli altri] avrebbe detto circa un secolo più tardi Sartre: ma è giusto pensarla così? O meglio: quanto c’è di sincero in convinzioni di questo genere? Non è forse che, chi le sostiene, faccia un po’ come la volpe con l’uva? Di sicuro c’è che se Schopenhauer avesse conosciuto l’amicizia certe riflessioni non le avrebbe mai concepite, ma in tutto questo rimane comunque qualcosa di paradossale: quest’uomo solo, emarginato e mai amato continua a far parlare di sè a 150 anni dalla sua morte. E’ stato studiato e commentato in tutte le lingue, col risultato che oggi anche i bambini quando sentono il suo nome sanno che si sta parlando di un grande filosofo. Schopenhauer ha consegnato il suo nome all’eternità.

“George Gray”, Edgar Lee Masters

Non sempre siamo capaci di vivere la nostra vita con entusiasmo, così come non sempre siamo disposti a rischiare, a metterci in gioco e a provare strade nuove. Molto spesso infatti rimaniamo in disparte, ci defiliamo e anche quando ci si prospetta la possibilità di essere felici, ci tiriamo indietro intimoriti dai rischi. La paura di vivere è il filo conduttore della vita di molte persone. Questa poesia, per me splendida, è un monito a non concludere la propria esistenza col rimpianto di non aver vissuto.

Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione,

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porte, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio –

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

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tratta dall’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters

“Alla sera”, Ugo Foscolo

Alla sera venne pubblicata da Foscolo nei primi mesi del 1803 ad apertura di una raccolta di undici sonetti, ed è certamente una delle più celebri composizioni di tutta la letteratura italiana ottocentesca.

La poesia esprime il sentimento di pace e di distacco dal presente che l’autore prova nel contemplare la sera, immagine della morte e del nulla. La morte in particolare (concepita in termini rigorosamente materialistici ed atei) porta Foscolo a riflettere circa la vanità e la relatività delle cose umane: il poeta vaga coi propri pensieri in una dimensione totalmente distaccata sia dal tempo storico, sia dalla propria esperienza personale, e di conseguenza tutto quanto gli sembra privo di una reale importanza. Questa cognizione delle cose porta la pace nel cuore del poeta, che lontano dalla preoccupazioni e dalle insoddisfazioni di tutti i giorni, può finalmente provare il piacere della spensieratezza. La pace della sera rendo muto qualsiasi rancore e qualsiasi infelicità che il poeta coltiva dentro di sé; paradossalmente il nulla, che è uno dei principali motivi di paura per l’Uomo, diventa sinonimo di quiete e tranquillità.

tramonto

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

La vita e il pensiero di Friedrich Nietzsche

Introduzione all’opera di Nietzsche “Così parlò Zarathustra”, Casa Editrice Ghelfi (Milano), terza edizione, anno 1956. 

Federico Nietzsche nacque a Röcken, in Prussia, il 15 Ottobre 1844: orfano di padre in giovanissima età, ebbe un’educazione severa; preferì fin da fanciullo i libri ai giochi, e, giovanetto, leggeva la Bibbia agli altri con accenti ispirati.

A diciott’anni perse la fede in Dio e passò il resto della vita a cercare una nuova divinità in sostituzione di quella: credette di averla trovata nel Superuomo. Divenne cinico e pessimista, ed in ciò ebbero grande influenza le opere di Schopenhauer; ma ben presto denunziò il pessimismo come una forma di decadenza, ed esaltò la tragedia come l’aspetto bello e vitale dell’umanità. A vent’anni era già un infelice cui per tutta la vita mancò la serenità del saggio e la calma di una mente equilibrata. A 25 anni fu nominato professore di filosofia classica all’Università di Basilea.

Ebbe una grande ammirazione per Bismark e per le sue sanguinarie imprese, e quando nel 1870 scoppiò il conflitto franco-tedesco, sentì quanto fosse grande la potenza della parola “Stato, che è richiamo del sangue che innalza all’eroismo”: “Sentii per la prima volta che la più forte e alta volontà di vivere non si estrinseca nella misera quotidiana lotta per la vita, ma nella volontà di fare la guerra, nella volontà di potenza e prepotenza”.

Da questa ispirazione nacque Così parlò Zarathustra. Zarathustra è il vangelo di Nietzsche ed i libri successivi ne costituirono il commento. Con Al di là del bene e del male e Genealogia della morale si ripromise di distruggere la vecchia impalcatura morale dell’umanità, preparando il terreno alla morale del Superuomo, per la quale l’onore (concetto pagano, romano, feudale, aristocratico) è forza e potenza, e coscienza (concetto ebraico, cristiano, borghese, democratico) è debolezza ed inutile pietà. Lo stesso amore non è in fondo che desiderio di possesso: corteggiare una donna assomiglia a un combattimento, col possederla la si domina.“L’uomo è l’animale più crudele” dice Zarathustra.

La via che conduce al Superuomo deve passare necessariamente attraverso un regime aristocratico; prima che sia troppo tardi la democrazia, “questa mania di contare i nasi!”, deve essere sradicata. Ed alla ricerca di questo Superuomo, Nietzsche dedicò tutto se stesso, credendo in esso come salvatore dell’umanità: lottò contro il sistema morale tradizionale: negandone la validità in nome di una nuova morale: quella dell’eroe. Zarathustra dice: “Amo colui che vuole la creazione di qualcosa oltre se stesso, e poi perisce”.

L’intensità del pensiero consumò Nietzsche, ossessionandolo fino alla follia, e nella demenza, lo spregiatore della felicità, trovò il primo attimo di pace della sua vita. E la natura ebbe forse pietà di lui il giorno in cui gli tolse la ragione. Morì, pazzo, nel 1900. Di lui Will Durant scrisse: “Giammai un uomo pagò a più caro prezzo la sua genialità”.

Dialoghi tratti da “Il settimo sigillo”, Ingmar Bergman

Il cavaliere Antonius Block, tornato in patria dalle Crociate, discorre con la Morte su Dio e sul senso della vita.

Cavaliere Block: Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare, mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura. Vi vedo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili; vi scorgo immagini d’incubo, nate dai miei sogni, dalle mie fantasie.

Morte: Non credi che sarebbe meglio morire?

Cavaliere Block: E’ vero.

Morte: Perché non smetti di lottare?

Cavaliere Block: E’ l’ignoto che m’atterrisce.

Morte: Il terrore è figlio del buio.

Cavaliere Block: Sì, è impossibile sapere…ma perché, perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde dietro mille e mille promesse e preghiere sussurrate ed incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? E cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me e sia pure in modo vergognoso e umiliante, anche se io Lo maledico e voglio strapparLo dal mio cuore? E perché nonostante tutto Egli continua ad essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi? Mi ascolti?

Morte: Certo.

Cavaliere Block: Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza, voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il Suo volto nascosto, e voglio che mi parli.

Morte: Il Suo silenzio non ti parla?

Cavaliere Block: Lo chiamo e Lo invoco e se Egli non risponde io penso che non esiste.

Morte: Forse è così, forse non esiste.

Cavaliere Block: Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine? Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno, come cadendo nel nulla, senza speranza!

Morte: Molta gente non pensa né alla morte né alla vanità delle cose.

Cavaliere Block: Ma verrà il giorno in cui si troveranno all’estremo limite della vita.

Morte: Sì, sull’orlo dell’abisso…

Cavaliere Block: Lo so, lo so ciò che dovrebbero fare. Dovrebbero intagliare nella loro paura un’immagine, alla quale poi dare il nome di Dio.

Il cavaliere Block assiste assieme allo scudiero Jons al rogo di una ragazza condannata per stregoneria. L’innocenza della giovane donna è palese agli occhi dei due personaggi, che prendono spunto dalla tragedia per discutere della morte.

Jons: Che cosa vede? Questo vorrei sapere.

Cavaliere Block: Ormai non vede più.

Jons: Non avete risposto alla mia domanda. Chi veglia su di lei? Gli angeli, o Dio, o Satana oppure…oppure il Nulla? Il Nulla, ve lo dico io.

Cavaliere Block: No, no, non può essere!

Jons: Guardate i suoi occhi. La sua torpida coscienza si sta accorgendo del Nulla, del Nulla che ormai la sommerge.

Cavaliere Block: No, no!

Jons: E noi siamo qui, incapaci di fare qualcosa, perché vediamo ciò che vede lei, e il nostro terrore è uguale al suo e nessuno la aiuta…no, non posso guardarla!