Storia e social network

Sintesi: I social network sono ormai diventati dei fondamentali attori nel mondo contemporaneo. La loro influenza, sempre più profonda, non riguarda soltanto il campo dell’informazione, ma si estende anche ad altre discipline, come la storia. Purtroppo, per loro natura, i social costituiscono un terreno fertile per complottismi e revisionismi vari. È dunque fondamentale, anche per gli storici di professione, non sottovalutare la questione e cercare di predisporre gli adeguati rimedi.

1. Premessa

Negli ultimi anni, si è discusso parecchio dell’impatto travolgente dei social media nel campo dell’informazione e della politica, soprattutto a seguito di alcune votazioni il cui esito è stato sensibilmente alterato dalla diffusione online di slogan e notizie false. Da fenomeno di costume apparentemente innocuo e frivolo, queste piattaforme virtuali si sono presto affermate quali rilevanti attori del mondo contemporaneo, come testimoniato dalla nota vicenda dell’ex presidente statunitense Donald Trump, il cui profilo Twitter è stato rimosso dopo il controverso assalto a Capitol Hill nel gennaio 2021. Le polemiche sorte sull’opportunità di una simile censura, così come l’idea stessa che un profilo Twitter potesse fungere da canale “insurrezionalista” in una nazione come gli Stati Uniti d’America, sono tutte prove eloquenti dell’importanza conquistata nel tempo da questi mezzi di comunicazione.
Con specifico riferimento al nostro Paese, i dati di un recentissimo rapporto Censis sull’informazione, datato 26 luglio 2023, hanno evidenziato che il 64,3 % degli italiani utilizza un mix di fonti informative, tradizionali e online, mentre il 19,2 %, ovvero poco meno di 10 milioni di nostri connazionali in valore assoluto, si affida esclusivamente alle fonti online. Sommando le due percentuali, si raggiunge l’83,5 % di italiani che usano il web per tenersi aggiornati su politica e attualità, contro un 9,9% (circa 5 milioni di persone) che si affida esclusivamente a televisione e riviste e un 6,7% che dichiara di non informarsi affatto. Numeri imponenti che, ovviamente, crescono di anno in anno.

2. L’impatto dei social sulla storia

Tuttavia, l’influenza di Twitter (ora X), Facebook e affini non si ferma certo alla politica o all’informazione sui fatti d’attualità, ma è ben più vasta, includendo diversi settori e discipline, con effetti spesso distorsivi. Uno degli ambiti disciplinari più colpiti è senza dubbio la storia. Miriadi di persone, infatti, in modo più o meno disinteressato, pubblicano e condividono sui social contenuti a tema storico. Negli ultimi quindici anni, la cosiddetta public history, ovvero l’attività di ricerca e divulgazione storica svolta fuori dall’ambito accademico, ha visto allargarsi notevolmente la propria platea, con rilevanti conseguenze sulla percezione di eventi e personaggi storici da parte del grande pubblico. Il potenziale raggiungimento di un elevato numero di persone, se a prima vista può apparire come un traguardo auspicabile per una materia spesso ritenuta appannaggio di pochi addetti, presta però anche il fianco a teorie complottiste e revisioniste, che trovano facile preda in migliaia, per non dire milioni, di soggetti sprovvisti dei necessari “anticorpi”.

A favorire questo rischio è la natura stessa dei social e il modo in cui essi veicolano i loro contenuti. Tanto per cominciare, questi spazi virtuali non sono adatti ad accogliere la complessità. I post pubblicati, infatti, per non perire dinanzi all’enorme concorrenza, devono essere accattivanti, semplici e immediati. Meglio ancora se suggestionano il destinatario, solleticandone la fantasia, o se confermano i suoi stereotipi e le sue idee. Con riferimento ai contenuti a carattere storico, tutto ciò si traduce nella divulgazione di verità superficiali, per non dire di veri e propri falsi, presentati senza l’adeguata contestualizzazione, e naturalmente, senza l’indicazione della fonte di riferimento, che spesso è travisata, se non inesistente o inventata di sana pianta. Si configura così una dimensione comunicativa sterile, ingannevole e aproblematica, dove proliferano falsi e discutibili interpretazioni del passato, il cui fine più ricorrente, anche se non dichiarato, è quello di avvalorare una visione politica a scapito di un’altra. La distorsione che si produce in questi casi è duplice: la prima, evidente, colpisce la veridicità di quanto rappresentato. La seconda riguarda i canoni di giudizio utilizzati, in quanto, il più delle volte, si pretende di giudicare la storia con i criteri del presente. È il cosiddetto “presentismo” (malattia tipica della nostra epoca), lo stesso che nel 2020, sulla scia del movimento Black Lives Matter, portò all’abbattimento di decine di statue tra Stati Uniti e Regno Unito. In generale, la superficialità dei contenuti e la loro natura prettamente funzionale rispetto a questa o quella idea politica minano la spazio per la riflessione e il dibattito, quando invece la cultura umanistica ha sempre chiesto tempi lenti e basi solide, necessari per la comprensione di un concetto o di un evento.

Si potrebbe obiettare che spetta al singolo individuo scegliere quali contenuti visualizzare e che figurarsi l’utente medio del web come uno sprovveduto in preda a fabbricatori di menzogne è tutto sommato ingeneroso. Le modalità di funzionamento dei social e alcune statistiche recentemente raccolte ci suggeriscono però i contorni di una realtà differente.

Con riferimento ai contenuti e alla loro visualizzazione, occorre specificare che sui social network un utente non seleziona sempre gli articoli e le immagini che gli appaiono sul dispositivo, anzi, la maggior parte di essi gli capitano davanti agli occhi oltre la sua volontà. Il caso più comune è quello dei post condivisi da un contatto. Facciamo un esempio: Tizio, ogni volta che accede al suo profilo facebook, viene bombardato di post del suo amico Caio sulla pretesa origine aliena delle piramidi di Giza e sulla cosiddetta “teoria degli antichi astronauti” (resa celebre dal film di fantascienza Stargate del 1994).

Altra casistica, non trascurabile, è quella dell’“algoritmo”, ovvero di quel meccanismo in forza del quale il social network suggerisce all’utente pagine, gruppi e notizie per affinità. In altri termini, sulla base delle ricerche e delle visualizzazioni più frequenti del navigatore, la piattaforma propone una serie di contenuti ulteriori che potrebbero interessarlo. Non è ben chiara la modalità di funzionamento dell’algoritmo, i cui esiti, talvolta, possono essere paradossali. Resta il fatto, comunque, che anche per questa via l’attenzione dell’utente è indirizzata su articoli e immagini da lui non scelti. Ad esempio: Tizio è un grande tifoso del Napoli, e Facebook, quindi, per associazione, comincia a suggerirgli post della pagina Identità partenopea, dove si parla di “invasione nordista del Sud” e di “genocidio del popolo meridionale” perpetrato dai Savoia.

Entrambi gli esempi delineati mettono in luce il rischio che il nostro utente “Tizio” – il quale, con tutta probabilità, non si sarebbe mai sognato di informarsi su certe questioni – cominci a credere a quanto legge sui social su quegli stessi argomenti, figurandosi invasioni aliene nella preistoria, di cui non esistono prove, o pretese pulizie etniche, in realtà mai avvenute.

Purtroppo non ho rinvenuto sondaggi sulle bufale in campo storico, in particolare su quanto esse siano frequenti e sul numero di soggetti sui quali possano fare presa. Si tratta, dopo tutto, di un terreno poco esplorato e che attende un maggior approfondimento. Dobbiamo pertanto accontentarci, per analogia, delle statistiche raccolte in materia di fake news, con la dovuta premessa che le percentuali che andremmo a esporre, pur non potendo essere trasposte tout court ai falsi storici che girano online, appaiono comunque utili in quanto offrono un ottimo indicatore e un interessante metro di paragone.
Ebbene, stando al già citato rapporto Censis del 26 luglio 2023, il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più sofisticate e difficili da scoprire, il 20,2% crede di non avere le competenze necessarie per riconoscerle e il 61,1% pensa di averle solo in parte. Soltanto una minoranza del 18,7% ritiene con certezza di essere in grado di riconoscere immediatamente una notizia falsa.
Volendo semplificare al massimo, vi sono più di tre italiani su quattro che si dichiarano in difficoltà davanti a una notizia, o perché non hanno alcun mezzo per comprendere se si tratti una bufala o perché si ritengono almeno in parte sprovvisti delle conoscenze necessarie per stanare un falso.
In ambito storico, è ragionevole pensare che le percentuali siano simili, se non più alte, considerata la scarsa abitudine del cittadino medio con il metodo storico e le sue regole.

D’altro canto, le teorie revisioniste e complottiste sono molto affascinanti e possono catturare nelle loro maglie anche persone con un buon livello di cultura. Sia ben chiaro: non si vuole qui negare che la storia abbia conosciuto dei complotti, o affermare che il revisionismo sia necessariamente un male da rifuggire. È anzi vero il contrario: è innegabile che nei secoli ci sono state diverse congiure, così come è evidente che rivisitare un fatto storico, scoprendone nuovi particolari e fornendone interpretazioni alternative, è forse il succo stesso della storiografia, che altrimenti rimarrebbe fossilizzata nelle sue conclusioni e chiusa a ogni nuovo studio o ricerca. I fenomeni rispetto ai quali occorre stare in guardia sono una stortura, un’estremizzazione delle due tendenze sopra descritte.
Nel caso del complottismo, l’eccesso consiste nel partire sempre dal presupposto che la versione “ufficiale” sia falsa e costruita ad arte per ingannare le masse. “La storia è scritta dai vincitori” diventa un vero e proprio mantra, una sorta di credo che porta chi lo professa a negare a priori affidabilità alle tesi più affermate in seno alla comunità accademica, descritta come pigra o asservita al governante di turno. Tratti tipici del complottismo sono il vittimismo (i complottisti si ritengono infatti vittime dei cospiratori o quanto meno solidali con chi, in passato, ne avrebbe subito gli abusi) e l’immunità di fronte a qualsiasi prova fattuale contraria (la convinzione ideologica dei complottisti è talmente forte da non ammettere dimostrazioni di segno opposto e da non richiedere prove).
Il revisionismo, dal canto suo, presenta delle forti analogie con il complottismo. Potremmo dire che una tesi revisionista non è necessariamente complottista, ma il più delle volte una teoria del complotto è revisionista. Lo storico Luca Falsini ha individuato due caratteri ricorrenti di quella che lui definisce la “degenerazione revisionista”, distinguendola dal revisionismo “sano”, che nasce da ricerche originali e documentate: la prima è il continuo ripetersi di storie negate e rimosse, la seconda è il rifiuto pregiudiziale della complessità.
Tanto il complottismo, che pretende di spiegare i mali odierni con presunte congiure del passato, quanto la “degenerazione revisionista”, fatta di asserite verità taciute o nascoste, infestano i social network, e ciò sia per il loro alto grado di suggestione, sia per la loro immediatezza e semplicità, contro la complessità e la varietà della realtà storica.
È provato, inoltre, che le teorie revisioniste ottengono molti più clic di quelle “ufficiali”, e come sappiamo, sui social si vive di visualizzazioni e condivisioni. La verità storica finisce così, suo malgrado, per inchinarsi al clickbait, con buona pace delle fonti e di chi cerca di valorizzarle adeguatamente.

3. Opportunità e soluzioni

Considerato l’impatto dei social sulla visione storica generale, è evidente che il fenomeno nel suo complesso non può essere snobbato né tanto meno ignorato. In altri termini, per gli storici sarebbe un errore imperdonabile chiudersi nella proverbiale torre d’avorio e continuare ad operare come se il mondo non fosse cambiato rispetto a trent’anni fa. Un simile agire, infatti, significherebbe lasciare strada libera a bufale e menzogne, con il rischio che le stesse si facciano senso comune, divenendo impermeabili anche alle ricerche più serie. Le modalità tradizionali di pubblicazione e diffusione non devono essere abbandonate. I saggi storiografici, con le loro note, sono uno strumento imprescindibile per offrire una corretta informazione sugli eventi passati. A tali modalità, tuttavia, vanno necessariamente affiancati nuovi strumenti, che consentano una divulgazione efficace anche sul web e in particolare sui canali social. Come sottolinea lo studioso Francesco Filippi nel suo recente lavoro Guida semiseria per aspiranti storici social (Bollati Boringhieri, 2022), il nuovo storico deve saper stare online e in particolare “comprendere dove e come nascono i dibatti social, saperne misurare l’ampiezza e l’impatto, comprendere i modi e i luoghi di rilascio di una fonte online, saper comunicare con un linguaggio adeguato ricerche, interpretazioni, opinioni. A conclusioni simili giunge anche lo storico Luca Falsini, nel suo saggio La Storia contesa. L’uso politico del passato nell’Italia contemporanea (Donzelli Editore, 2020), laddove afferma che gli addetti ai lavori devono lavorare “sul linguaggio, sullo stile e sulla struttura dei testi”, imparando “l’uso di fonti meno consolidate , come la fotografia, le fonti orali e le immagini.

Chiaramente, tale compito non può essere demandato ai soli storici di professione, che costituiscono una sparuta minoranza della popolazione. Chiunque coltivi una sincera passione per la storia dovrebbe impegnarsi nel tentativo di abbattere narrazioni fuorvianti, basate esclusivamente sul sensazionalismo e sulla suggestione, opponendo ad esse, con modalità comunicative efficaci, i risultati di serie attività di ricerca, preoccupandosi anche della loro citazione. Lo stesso web, peraltro, può venire in soccorso, con i suoi immensi archivi digitali a portata di mouse e la moltitudine di articoli e ricerche facilmente consultabili. Occorre, dunque, che si instauri una sorta di fact checking anche in ambito storiografico, con la puntuale smentita online di falsi storici virali.

Una soluzione da portare avanti parallelamente consiste nella sensibilizzazione all’interno delle scuole. Durante l’insegnamento della storia, i ragazzi dovrebbe essere allertati contro la disinformazione e le teorie del complotto. Il metodo più efficace per limitare l’espandersi di teorie false consiste infatti nell’insegnare a riconoscerle. Dopo tutto, gli schemi narrativi e i meccanismi tipici di certe teorie tendono a ripetersi. Agire d’anticipo, in via preventiva, è dunque fondamentale per formare nuovi adulti più resistenti alle favole e alle falsità che abbondano sui social network.

Bibliografia e sitografia

– Censis, Disinformazione e fake news in Italia, rapporto del 26 luglio 2023
– Marco Brando, Parlare di storia nell’arena del web, 24 febbraio 2023
– Luca Falsini, La Storia contesa. L’uso politico del passato nell’Italia contemporanea, Donzelli Editore, Roma, 2020
– Francesco Filippi, Guida semiseria per aspiranti storici social, Bollati Boringhieri, Torino, 2022
– Daria Grimaldi, Social media e teorie del complotto: perché si diffondono e come vaccinarsi, 14 marzo 2021