“La morte della patria”, Ernesto Galli Della Loggia

morte patria

L’espressione “morte della patria”, dal sapore tragico e dalle implicazioni radicali, si legge per la prima volta nel De profundis di Salvatore Satta del 1948: “La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo“. A questa citazione è ispirato il titolo del pamphlet di Ernesto Galli Della Loggia, secondo il quale la crisi dell’idea di nazione in Italia ha avuto inizio con l’umiliante sconfitta militare patita nell’ultima guerra mondiale: l’armistizio dell’8 settembre – seguito dal crollo dell’intero apparato statale italiano e dall’occupazione del suolo patrio da parte di eserciti stranieri – avrebbe infatti rappresentato un durissimo colpo ad ogni successiva costruzione politica incentrata sull’ideale di patria, qualunque essa fosse. Quel concetto di nazione che risaliva ai tempi del Risorgimento ed aveva segnato la vita pubblica dello Stato unitario fin dalla sua creazione risentì grandemente degli eventi del ’43-’45, che furono da molti vissuti come la dolorosa rivelazione di una fino ad allora inconfessabile debolezza morale del popolo italiano. A livello politico, questo scoramento collettivo non poteva non tradursi nell’affermazione di schemi e dottrine che prescindessero dal concetto di nazione o che quanto meno non ne facessero un proprio punto centrale. Non a caso le due principali ideologie del dopoguerra italiano furono di ispirazione internazionalista: il cattolicesimo politico della Dc e il marxismo del Pci. L’idea di patria restava in entrambi i casi ai margini.

Strettamente legate alla “morte della patria” sono inoltre alcune rilevanti questioni storiche mai sufficientemente indagate, che riguardano da vicino le origini della nostra Repubblica. In particolare, l’autore dedica un’approfondita riflessione sulle difficoltà incontrate fin dal dopoguerra dalla nostra Resistenza a fungere da matrice di una nuova identità nazionale che potesse in qualche modo cancellare l’onta della sconfitta militare e ricostruire su basi democratiche un sentimento comunitario e civile, oltre che una memoria storica accettata e condivisa. Nonostante i molti sforzi compiuti dalla storiografia tradizionale per raffigurare la Resistenza come un evento di riscossa patriottica, i fatti testimonierebbero in realtà un movimento resistenziale fortemente diviso al suo interno per divergenza di valori politici e di obiettivi, privo di un leader carismatico in cui tutti potessero riconoscersi (un De Gaulle italiano, per intenderci) e soprattutto limitato pesantemente dal proprio ruolo subalterno rispetto allo straniero (l’Urss nel caso del Pci, gli Alleati per tutte le altre forze del CLN). Le forze della Resistenza erano unite sul versante dell’antifascismo, ma non possedevano una comune idea di nazione e di patria, essendo troppo divaricate, anzi contrapposte, le loro rispettive ideologie. Risultava poi particolarmente problematica ai fini della definizione di una nuova identità nazionale l’ideologia del Pci, che con particolare riferimento al confine orientale (Trieste, Istria) mostrò a più riprese un’inquietante inclinazione anti-nazionale, piegata agli interessi “di una presunta patria socialista diversa dalla propria”.

Per quanto la Resistenza abbia conosciuto in molti casi anche un’ispirazione patriottica (come testimoniano quelle “innumerevoli lettere dei condannati a morte antifascisti, che terminano con le parole ‘viva l’Italia’ o altre analoghe”) secondo Galli Della Loggia l’esistenza di un conflitto ideologico al suo interno e di un insanabile scontro all’esterno coi fascisti (scontro di per sé “incompatibile con qualsivoglia cultura politica ispirata al concetto di nazione”, in quanto basato sull’idea di una lotta tra due Italie opposte ed acerrime nemiche) non le hanno consentito purtroppo di svolgere quel ruolo di momento fondativo di una rinnovata identità nazionale che molti nel corso dei decenni hanno voluto attribuirle.

Il trattato di pace del 1947 avrebbe comportato per l’Italia una consistente perdita di sovranità, che tuttavia negli anni successivi venne generalmente accettata dalla popolazione come naturale ed inevitabile, a testimonianza di una ormai erosa concezione di indipendenza ed interesse nazionale. Ad acuire tale processo contribuì inoltre una progressiva ed incalzante americanizzazione dei costumi e delle forme di intrattenimento, dalla musica ai film. L’Italia si avviava così alla propria modernizzazione in una “condizione di assoluta debolezza politica del dato nazionale”.

Secondo Galli Della Loggia negli ultimi anni si starebbe assistendo tuttavia ad un risveglio del sentimento nazionale, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Con riferimento al caso italiano, questa inversione di rotta sarebbe giustificata dalla “crescente consapevolezza di un prezzo particolare che l’Italia ha pagato […] a causa dell’assenza dell’idea di nazione, e dell’espulsione del sentimento di patria dallo spirito pubblico”. La crisi morale imperante in tutti i settori della politica e dell’amministrazione sarebbe infatti una diretta conseguenza della mancanza di una base di solidarietà e di un sentimento di comune appartenenza, che sono invece necessari al buon funzionamento di qualsiasi Stato.

Il saggio di Galli Della Loggia è ampiamente condivisibile in diverse sue coraggiose ed amare constatazioni, anche se a mio parere avrebbe meritato un maggior approfondimento su questioni di assoluta centralità che invece vengono appena accennate, come la diffusione capillare a livello internazionale di orientamenti ostili al concetto di patria e favorevoli piuttosto ad una progressiva integrazione culturale e politica tra Stati differenti (specialmente qui in Europa).  Una più esaustiva e convincente analisi della “morte della patria” in Italia avrebbe richiesto un raffronto tra il caso del nostro Paese e quello degli altri Stati europei, per definire meglio quanto vi sia di specificamente italiano in questo fenomeno e quanto esso invece sia stato determinato da una mutata coscienza internazionale sul concetto di patria.

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10 thoughts on ““La morte della patria”, Ernesto Galli Della Loggia

  1. Non ho letto il saggio, quiondi parlo solo delle impressioni ricavate dalle teu parole. Parlare di concetto di patria in Italia è semplicemente puerile, ignorare due mila anni di storia ovvero da quando Roma e il suo impero è franato nel nulla.
    Gli italiani sono vissuti per tutto questo tempo di campanili e del tanto peggio, tanto meglio. La quantità industriale di dialetti rende chiara l’idea di patria. Parlare l’italiano è una forzatura, una menomazione della propria libertà.
    Pur con tutto il rispertto che porto verso l’autore non credo che la sua diagnosi sia molto felice.

    • L’Italia ha una storia antichissima e variegata; pertanto la sua identità non è affatto qualcosa di banale o di facile a definirsi, essendo il frutto di mille stratificazioni e mescolanze che la rendono forse un caso unico al mondo. Ad ogni modo, una patria italiana esiste, nonostante tutto. Per accorgersene, come dico sempre, basta uscire dai confini nazionali. Da dentro siamo più portati a vedere le nostre differenze, ma fuori ci considerano per ciò che effettivamente siamo: italiani (nel bene e nel male).

      • Sì, all’estero siamo noi stessi: italiani. E qualche volta è meglio fingere di non esserlo.
        Il concetto di patria si compone entro i confini nazionale e lo si sbandiera come un vessillo all’estero. Per noi, non voglio passare per disfattista, non è esattamente così. Ho girato troppo l’Italia per capire che il sisicliano si sente siciliano, il veneto veneto. Questo sia parlando che nel modo di pensare.

  2. Ma si parte solo dalla “guerra civile” del 1943-45 o Galli offre anche una panoramica dal Novecento all’indietro? Varrebbe infatti la pena ricordare che l’idea di patria è stata (re)introdotta artificialmente con l’Unità d’Italia a colpi di menzogne — vd “Il Gattopardo” — fino al ridicolo di definire padre della patria Dante, che era europeista. Se è per questo, Dante non era neanche il padre della lingua, ma la simbiosi tra lingua e nazione era un “must” dell’ideologia ottocentesca…
    Dario Rivarossa

    • Galli Della Loggia parte dalla premessa (da me condivisa solo in minima parte) secondo cui la nazione italiana, lontana dal preesistere allo Stato unitario, ne è stata piuttosto una creatura. Ciò comunque non significa negarne l’esistenza, ma semplicemente postdatarne l’origine. Difatti, GDL non mette in dubbio che vi sia una patria italiana, ma si limita a constatare la morte di ogni ideologia politica su di essa incentrata.

      “Menzogne” non credo proprio sia il termine adatto per definire i convincimenti dei patrioti del Risorgimento. Si può parlare tutt’al più – con riferimento ad alcuni casi – di forzature o di mitizzazioni del passato, come accaduto ad esempio con l’idealizzazione dell’antica Roma.

      Dante europeista? Non l’avevo mai sentita. Certamente non sognava lo Stato unitario italiano, al quale avrebbe senza dubbio preferito la Res Publica Christiana, ma da qui a considerarlo un De Gasperi o uno Spinelli ante-litteram credo ne passi sinceramente.
      Sarò ottocentesco, ma anch’io considero indissolubile il legame lingua-nazione e comprendo benissimo dunque il ruolo di icona nazionale che durante il Risorgimento è stato attribuito a Dante.

      • La cosa è più forte. Dante NON accettava il concetto stesso di “nazione”. Per lui (diciamolo pure: con una buona dose di miopia) il fenomeno più aberrante dell’epoca era l’emergere indipendentista della Francia. Per lui, tutti i regnanti locali europei dovevano obbedienza diretta all’Imperatore tedesco… alla Merkel, diciamo 😉
        Quanto alla lingua italiana ufficiale, il padre ne è stato Petrarca, con le ‘rifiniture’ del Bembo e le pennellate finali di Manzoni. Prima dell’Ottocento, nessuno aveva mai attribuito a Dante quel ruolo. L’Alighieri era “una tra” le fonti, questo sì, ovviamente.
        dr

      • Va detto però, come saprai anche tu, che il concetto di nazione come lo conosciamo oggi nasce a cavallo tra ‘700 e ‘800. Prima di allora, l’idea che ad una nazione dovesse corrispondere uno Stato (e che uno Stato dovesse rappresentare una nazione) era quanto di più distante potesse esserci dalla mentalità politica dell’epoca.

  3. Non ho letto il libro, ma la tua recensione, che è molto esauriente; io penso che l’8 settembre siano venuti al pettine tutti i nodi preesistenti, legati alla formazione del Regno d’Italia e alla sua gestione troppo centralistica da parte del Piemonte; l’elenco sarebbe lungo. Credo però che bisogna distinguere fra il crollo della classe dirigente, tragicamente inadeguata soprattutto ai livelli più alti, e le reazioni degli altri, che furono molto varie e difficilmente catalogabili. Sulla classe dirigente bisognerebbe rileggere Salvemini… Se si esamina comunque a fondo il sorgere di qualsiasi nazione viene fuori un certo grado di artificialità, non solo per l’Italia, che però è di costruzione più recente rispetto ad altre come la Francia. Io penso che una nazione italiana esista, ma con differenze marcate che non ho visto girando per gli altri stati europei: istintivamente mi penso italiana nonostante le mie origini etniche molto varie, o forse proprio per quello capisco il valore di avere una cittadinanza, un posto dove stare di diritto, un’appartenenza. Chi non ha mai avuto problemi di identità nazionale non ha mai capito a fondo il valore di averne una. Poi mi accorgo che per me sarebbe più difficile vivere e lavorare in certe zone d’Italia piuttosto che, per esempio, in Francia, se penso alle abitudini di vita e al modo di comunicare.

  4. Ho finalmente letto il libro e, anche se non condivido molte delle sue affermazioni principali sulla morte della patria, mi ha chiarito le idee su conflitti che ho vissuto negli anni 70 e 80 senza piena coscienza, ma appunto con il disagio di chi sente che gli continua a sfuggire qualcosa di essenziale. Mi riferisco soprattutto alla nostra “doppia sovranità limitata” per dirla con S. Vertone, che tutt’ora non viene ammessa in pieno per trarne le necessarie conseguenze sulla politica italiana e ancora di più sulla mentalità degli italiani. Ogni parte politica ammette apertamente le limitazioni di sovranità dovute agli “altri” e ne denuncia le gravi conseguenze, ma tace in modo assordante su quelle dei “suoi”. Il risultato è una grave ignoranza e un dialogo fra sordi anche fra i cosiddetti cittadini consapevoli e riflessivi, che leggono comunque sempre gli stessi giornali con orientamento simile al loro. Mi ha stimolato parecchio, grazie di averlo segnalato. Ciao

  5. Pingback: “La condanna dell’Italia nel trattato di pace”, Attilio Tamaro | La Ciarla

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