
L’Alhambra (dall’arabo al-qalah al-hambra, il “castello rosso”) è un magnifico complesso di costruzione musulmana, famoso per essere stato l’ultima fortezza dei Mori a cadere sotto i colpi della Reconquista spagnola, sul finire del Quattrocento. Arroccato su una collina della città andalusa di Granada, questo capolavoro dell’arte araba, dall’aspetto imponente e sfarzoso, era la residenza del sultano, oltre che una cittadella fortificata, munita di caserma e di alloggio per i soldati. Dopo la conquista spagnola e un’indubbia valorizzazione sotto l’imperatore Carlo V, il complesso conobbe un lento e progressivo degrado. All’inizio dell’Ottocento si presentava al visitatore come una gigantesca rovina, in alcuni angoli utilizzata perfino come alloggio di fortuna da poveri e umili lavoratori della città.
A ridarle lustro fu l’opera letteraria di un diplomatico statunitense, Washington Irving (1783-1859), che vi soggiornò nel 1829 e raccontò in un libro di ricordi il suo fascino per quel luogo maestoso e decadente. The Alhambra, pubblicato nel 1832 e noto in Italia come Racconti dell’Alhambra (o Storie dell’Alhambra), è un testo dal sapore tipicamente romantico, che intreccia memorie di viaggio e racconti dall’impronta fiabesca, presentati dall’autore come il frutto della tradizione orale locale.

All’epoca, il libro ebbe una vasta eco internazionale e favorì la riscoperta di una meraviglia del passato che, nonostante l’incuria e il passare del tempo, aveva conservato intatta la sua anima, grazie ai muri decorati da arabeschi e trafori di pietra e alle fontane che abbellivano i cortili. Il rinnovato interesse generale per questo edificio e il crescente afflusso di visitatori da ogni dove spinsero nel 1862 la regina di Spagna Isabella II ad ordinare il restauro del complesso, permettendoci oggi di ammirare l’Alhambra in uno stato molto vicino al suo antico splendore.
Nel suo libro, Irving racconta di aver avvertito il richiamo dell’Alhambra fin dall’infanzia, quando sulle rive dello Hudson si dedicò alla lettura di un vecchio volume sulla guerra di Granada. Alcuni decenni più tardi, divenuto ormai uomo, il destino lo condusse proprio in Spagna, nelle vesti di diplomatico. Giunto in Andalusia, si immerse in una realtà che lo conquistò fin da subito e che presentava un insolito contrasto tra una natura severa e brulla, tipica della Spagna meridionale, e un’atmosfera ancora impregnata dei colori e delle spezie d’Arabia.
Irving, definito dallo scrittore inglese William Thackeray come “il primo ambasciatore che i letterati del Nuovo Mondo inviarono a quelli del Vecchio Mondo”, era un viaggiatore curioso, avido di storie, usi e leggende locali, sempre alla ricerca della vena autentica del Paese in cui si trovava. Questo sentimento di genuina apertura lo condusse spesso a rinunciare agli agi che gli sarebbero stati tributati come diplomatico straniero, per vivere da vicino la “vecchia, romantica Spagna”, tra salite e cammini faticosi, pranzi al sacco, incontri casuali con viandanti delle più diverse specie, brevi soste in festose locande di qualche remota cittadina di provincia. Attraverso il contatto con questo mondo semplice, dalle maniere un poco ruvide ma sempre ospitali, Irving apprese la passione tutta locale per i canti, le ballate e i racconti, i cui soggetti più popolari erano le avventure di viaggio, le imprese dei banditi, i santi e ovviamente i Mori. Infatti, nonostante fossero trascorsi più di tre secoli dalla cacciata dei Mori, il popolino amava ancora fantasticare sui suoi antichi dominatori e soprattutto sugli immensi tesori che questi avrebbero lasciato qua e là, sepolti nel cuore della montagna o nascosti in qualche camera segreta, dal passaggio rimasto ignoto.

La maggior parte delle leggende locali avevano come fulcro l’Alhambra, dove Irving ricevette ospitalità dalle autorità spagnole, che gli assegnarono un appartamento nel cuore del palazzo moresco. Per l’autore iniziava così una “deliziosa prigionia”, trascorsa soltanto in parte a cullarsi tra le bellezze del complesso, in quanto preponderante rimaneva la tensione a conoscere l’umanità del luogo, i cosiddetti “hijos de la Alhambra”, i figli dell’Alhambra, gente umile, pittoresca, che da generazioni aveva trovato riparo fra le mura e le torri del palazzo. I “figli dell’Alhambra” non mancarono di ricambiare l’interesse di Irving con viva cordialità, offrendo al diplomatico americano quello che essi probabilmente consideravano il loro capitale più prezioso, ovvero il repertorio di storie sull’antico palazzo.
Inizia così il secondo “capitolo” del libro, quello dedicato appunto alle leggende locali sui Mori. La parte precedente, dedicata agli appunti di viaggio, alle meraviglie architettoniche dell’Alhambra e ai coloriti personaggi incontrati cammin facendo, sfuma in una narrazione di marca fantastica, sulla falsa riga delle più celebri Mille e una notte, delle quali i racconti di Irving condividono l’atmosfera orientaleggiante e i caratteri propri della favola. In queste storie di tesori perduti, di principesse contese tra nobili cavalieri, di sultani saggi o dispotici, di magie, sortilegi, tappeti volanti, gufi parlanti e altro ancora, più del contenuto – obiettivamente poco originale – spicca il gusto dell’autore per l’affabulazione, che pare tolto direttamente dalle sue fonti spagnole, così prodighe di dettagli mirabolanti e fantastici. Irving, va detto, non si limita a riscrivere i racconti così come gli vengono proposti. Aggiunge parecchio del suo ed è lui stesso a confermarlo, quando, concluso il ciclo di storie, afferma espressamente di aver “liberamente trattato delle meravigliose leggende dell’Alhambra”. Lo fa con una prosa che a giusta ragione è stata definita serena e accattivante1e che, pur riprendendo il gusto romantico dell’epoca, si mantiene su un registro fresco e giocondo, privo di turbamenti e goticismi.2
Nei libro di Irving il trapasso dalla dimensione reale a quella fantastica non appare affatto brusco o forzato, sia perché l’autore, nella prima parte, ci ha lungamente preparati ai luoghi e ai tipi umani che popoleranno i suoi racconti, sia perché le eredità tangibili dei Mori, con il loro carattere esotico e insieme ammaliante, sono terreno fertilissimo per viaggi di fantasia e congetture da favola.
Si può discutere sui pregi e sulla qualità dell’opera letteraria di Washington Irving, concludendo magari che il suo stile risente ancora della tradizione europea del secolo precedente, dalla quale i suoi connazionali si sarebbero staccati soltanto con la generazione successiva. Certamente, però, pensando ai Racconti dell’Alhambra, si deve riconoscere al diplomatico il merito di aver restituito la dovuta fama a un patrimonio artistico inestimabile. A Granada lo sanno bene: sulla strada che conduce al monumento campeggia una statua dello scrittore con l’amorevole scritta “Washington Irving. Hijo de la Alhambra”.
Note
1 Guido Fink, Mario Maffi, Franco Minganti, Bianca Tarozzi, Storia della letteratura americana. Dai canti dei pellerossa a Philip Roth, BUR, Milano, 2013
2 Vittore Gastiglione, Prefazione a Racconti dell’Alhambra di Washington Irving, Ediciones Miguel Sanchez, Granada, 2001.