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La naturalezza e la spontaneità non appartengono a tutti. Molti infatti danno troppa importanza al pensiero altrui e assumono dei comportamenti forzati, che hanno come unico fine quello di mettersi al riparo da critiche esterne. Ma questo modo di vivere, portato avanti quotidianamente, finisce per sfinire la persona: non esiste infatti momento di pace per chi teme sempre di dire o fare qualcosa che non piaccia agli altri, chiunque essi siano. “Non è piacevole nè rilassante la vita di chi indossa perennemente una maschera”, dice Seneca. Qui ho voluto riportare il passo del De tranquillitate animi (Sulla serenità dell’animo) che sviluppa proprio questo argomento: l’inquietudine generata dalla mancanza di spontaneità.

maschera

Est et illa sollicitudinum non mediocris materia, si te anxie componas nec ullis simpliciter ostendas, qualis multorum vita est, ficta, ostentationi parata: torquet enim assidua observatio sui et deprehendi aliter ac solet metuit. Nec umquam cura solvimur, ubi totiens nos aestimari putamus quotiens aspici. Nam et multa incidunt quae invitos denudant, et, ut bene cedat tanta sui diligentia, non tamen iucunda vita aut secura est semper sub persona viventium.
At illa quantum habet voluptatis sincera et per se inornata simplicitas, nihil obtendens moribus suis! Subit tamen et haec vita contemptus periculum, si omnia omnibus patent: sunt enim qui fastidiant quicquid propius adierunt. Sed nec virtuti periculum est ne admota oculis revilescat, et satius est simplicitate contemni quam perpetua simulatione torqueri. Modum tamen rei adhibeamus: multum interest, simpliciter vivas an neglegenter.
Multum et in se recedendum est: conversatio enim dissimilium bene composita disturbat et renovat affectus et quicquid imbecillum in animo nec percuratum est exulcerat. Miscenda tamen ista et alternanda sunt, solitudo et frequentia. Illa nobis faciet hominum desiderium, haec nostri, et erit altera alterius remedium: odium turbae sanabit solitudo, taedium solitudinis turba.

Traduzione

Un’altra cosa che ci dà motivo non lieve di inquietudine è la mancanza di spontaneità e naturalezza.

Si è costretti troppo spesso ad assumere pose forzate, a non mostrarsi al prossimo per quello che si è. La vita di molte persone è condizionata dall’ostentazione. Eppure è un tormento doversi sempre controllare e stare perennemente in guardia, col timore di essere sorpresi in un atteggiamento diverso da quello consueto. Come ci si può sentire sereni, liberi dall’angoscia, se si vive nel perenne timore di essere osservati e giudicati?

Sono parecchie le situazioni che ci disarmano mettendo a nudo il nostro vero io, e, anche ammettendo che possa essere utile l’atto di controllarsi in sé, non è piacevole né rilassante la vita di chi indossa perennemente una maschera. Quant’è serena invece la semplicità schietta e spontanea, non priva di grazia, di un comportamento senza veli! E’ vero che un siffatto modo di vivere spesso attira critiche, se non disprezzo, come accade inevitabilmente quando tutto è sotto gli occhi di tutti: c’è infatti chi disprezza facilmente ciò che ha sotto gli occhi. Ma la virtù non teme alcuna perdita di valore agli occhi di nessuno, ed è preferibile essere disprezzati per la propria spontaneità che tormentati da una continua, soffocante finzione. Anche della spontaneità, comunque, si faccia un uso equilibrato: c’è differenza tra il vivere in modo autenticamente spontaneo e in modo trasandato e volgare.

E’ importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.

tratto dal De tranquillitate animi, Caput XVII, Seneca; la traduzione in italiano è di Silvio Ruffo

Il mandato del popolo

Mandato popolare. Espressione magniloquente, vero? Ha un suo significato comunque, ma è spiacevole ed irritante notare come questo significato sia stato manipolato e violentato dall’attuale maggioranza parlamentare. Ora mi spiegherò meglio. Avere il mandato del popolo non significa essere padroni e signori dello Stato in virtù della preferenza popolare, quasi come se i cittadini col voto avessero rimesso incondizionatamente e supinamente tutto, diritti compresi, nelle mani di chi dovrà governare il Paese. “Mandato popolare” non significa: “Gli italiani mi hanno eletto e ora faccio quello che voglio, rispettando la Costituzione quando non pone problemi alla mia illuminata azione di governo, calpestandola quando mi è d’ostacolo”. Avere il mandato del popolo significa piuttosto esercitare la propria funzione di governo, in virtù della preferenza degli elettori, ma nel rispetto scrupoloso dei principi fissati dalla Carta (come quello d’eguaglianza, ad esempio). Non a caso il primo articolo della nostra Costituzione, al secondo comma, recita:

“La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”

Fatta questa premessa, intendo esprimere qualche considerazione sull’attuale dibattito politico sorto in seguito alla sentenza della Corte costituzionale, che ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano. I principali leader della maggioranza hanno voluto affermare come questo governo porterà a termine la legislatura, forte del mandato del popolo, e che nulla impedirà loro di rimanere dove ora siedono.

“La Corte – dice Gasparrri – non privera’ il Paese della guida che gli elettori hanno scelto”. “Andiamo avanti, non ci piegano”, afferma Bossi. Infine, Bonaiuti: “Il presidente Berlusconi, il governo e la maggioranza continueranno a governare come, in tutte le occasioni dall’aprile del 2008, hanno richiesto gli italiani con il loro voto”.

parlamento

Ecco, ho trovato queste precisazioni prive di senso. Anche nel caso in cui Berlusconi dovesse trovarsi costretto alle dimissioni a seguito di qualche condanna giudiziaria, il Paese non sarebbe privato della maggioranza che ha scelto nell’aprile del 2008. Voglio ricordare che gli italiani non sono chiamati alle urne per scegliere un Presidente del Consiglio (mica siamo una repubblica presidenziale), ma per eleggere un Parlamento. I cittadini di conseguenza votano la coalizione o il partito che ritengono più adatto a rappresentare i loro interessi. La coalizione che nel 2008 (PDL-Lega Nord-MPA) ha ottenuto la maggioranza dei voti gode in Parlamento di un vantaggio sull’opposizione – in termini numerici – decisamente ragguardevole. Cosa significa tutto ciò? Significa semplicemente che nel caso in cui l’attuale Capo del Governo dovesse dimettersi per vicende personali, si impiegherebbero dieci minuti a trovare un nuovo Governo dello stesso colore di quello attuale. Il Presidente della Repubblica nominerebbe un nuovo Presidente del Consiglio – poniamo Fini – il quale avrebbe il compito di formulare una nuova lista di ministri, senza che questo interrompa la legislatura e richieda il ricorso alle urne.

Mi sembra logico, oltreché scontato.

Due parole infine sulla “governabilità” che il Lodo Alfano si proponeva di preservare. Io credo sia giusto garantire alla maggioranza eletta dal popolo quello spazio necessario a intervenire tempestivamente e con efficacia sulle questioni più importanti che riguardano il Paese. Del resto si è visto con l’ultimo governo Prodi quanto sia dannoso per i cittadini avere un Parlamento che non riesce a legiferare. Tuttavia credo pure che i cittadini abbiano il diritto di sapere se chi li governa abbia la qualità morale per svolgere il proprio mandato: chi corrompe testimoni o giudici non possiede certamente la suddetta qualità. Per concludere: qualora in sede giudiziale dovesse essere affermata in via definitiva la colpevolezza di Silvio Berlusconi in uno dei tanti processi che lo coinvolgono, etica vorrebbe che si dimettesse. Ne verrebbe meno la governabilità? Per Dio, chi ha votato Silvio Berlusconi non era stupido, era perfettamente a conoscenza dei suoi problemi con la giustizia, e di conseguenza era pure consapevole dei rischi che tali problemi avrebbero comportato sulla conduzione della cosa pubblica. Se Berlusconi spenderà il suo tempo per difendersi in tribunale piuttosto che a governare il Paese, gli italiani non dovranno puntare il dito contro fantomatiche toghe rosse, ma piuttosto contro se stessi, perché hanno voluto un Capo del governo con palesi problemi giudiziari.

Citazioni di Seneca 4

Non est beatus, esse se qui non putat.

Quid enim refert qualis status tuus sit, si tibi videtur malus?

Non è felice chi non crede di esserlo.

Che importa quale sia la tua situazione, se ti sembra cattiva?

Il filosofo francese Benjamin Constant (diciottesimo secolo) affronta il tema della menzogna: assodato che dire la verità è un dovere, è lecito mentire in talune circostanze?

salvator rosaL'allegoria della menzogna

Constant parla di principi fondamentali, ovvero regole etiche e sociali assolutamente giuste e imprescindibili (come il principio d’eguaglianza, ad esempio) e afferma quanto segue: “Tutti hanno in odio i principi: gli uni perchè li considerano portatori dei mali del passato, gli altri perché vi scorgono le cause del moltiplicarsi delle difficoltà attuali”. Molto spesso infatti i principi risultano inapplicabili alle circostanze, ma ciò non significa che siano ingiusti. Constant sostiene che ogni principio necessita di un principio intermedio che lo renda adatto alla situazione. Ecco un esempio:

Che nessun uomo possa essere vincolato da leggi che egli stesso non abbia contribuito a istituire, costituisce un principio universale ugualmente vero in tutte le epoche e in ogni circostanza. In una società molto ristretta questo principio può trovare immediata applicazione e non necessita di principi intermedi per entrare nella consuetudine. Ma in una combinazione diversa, in una società molto numerosa, al principio che abbiamo appena citato occorre aggiungerne un altro, un principio intermedio. Questo principio intermedio è che gli individui possono concorrere alla formazione delle leggi sia in prima persona, sia attraverso i propri rappresentanti. Chiunque volesse applicare il primo principio a una società numerosa, senza rifarsi al principio intermedio, finirebbe inevitabilmente per sovvertirla: e tuttavia tale sovvertimento, pur attenstando l’ignoranza e l’inettitudine del legislatore, non proverebbe nulla contro il principio”.

Dopo questa argomentazione sulla necessità di scoprire i principi intermedi che rendano applicabili quelli fondamentali, Constant affronta il tema della menzogna in questi termini: la verità è un principio fondamentale, ma assunto in modo incondizionato e isolato renderebbe impossibile ogni forma di società.

“La prova a riguardo ci è fornita dalle immediate conseguenze che un filosofo tedesco [Immanuel Kant] ha tratto da questo principio, arrivando a sostenere che la menzogna detta a un assassino che ci chiedesse se un nostro amico, che egli sta seguendo, non sia rifugiato in casa nostra, sarebbe un crimine”.

Constant cita polemicamente Kant: dire la verità è un dovere, ma rispettarlo sempre, senza mediazioni, è assurdo. Qual è dunque il principio intermedio che rende applicabile quello fondamentale della verità?

“Dire la verità è un dovere, ma solo nei confronti di chi ha diritto alla verità. Ora, nessuno ha diritto a una verità che nuoce ad altri. Ecco, a mio avviso, come il principio sia divenuto applicabile”.

kkk

Non ho apprezzato il modo in cui i nostri media hanno dato risalto alla morte dei sei soldati della Folgore. Sia i giornali che le tv non si sono limitati alla commiserazione del tragico destino di questi uomini, ma sono andati oltre: hanno cercato infatti di dare un’aurea epica e gloriosa a tutta la faccenda. Sono state usate troppe parole a sproposito: patria, democrazia, libertà, pace, ma quella che mi è sembrata decisamente più inappropriata è stata “eroi”.

I sei soldati italiani morti a Kabul sono poveri uomini che hanno incontrato un destino infelice, ma non sono eroi, a meno che non si ritenga giusto riservare questo appellativo a qualsiasi persona che muore con una divisa addosso. Ma io non sono di questo parere: per me eroe è chi salva la vita del prossimo sacrificando la sua, o chi muore in virtù di un ideale giusto e imprescindibile.

Questi soldati non sono meno eroi di chi finisce vittima di un incidente stradale, o di chi muore sul lavoro, come succede a circa 1200 italiani all’anno.

Onoriamo i sei parà morti a Kabul: i funerali di Stato mi sembrano appropriati, perchè dopo tutto questi uomini sono morti coi nostri colori indosso. Ma non parliamo di eroismo: quello è tutt’altra cosa.

Malumore

“Lei ha detto che il cattivo umore è un vizio. Mi pare esagerato.”

“Niente affato” risposi “se quello che nuoce a noi stessi e agli altri merita il nome di vizio. Non è già abbastanza che ci manchi il potere di renderci a vicenda felici? e dobbiamo per giunta rubarci l’uno all’altro quel tanto di piacere che ogni cuore qualche volta può procurare a se stesso?

qwq

Lei mi nomini uno che sia di cattivo umore e che in pari tempo sia tanto bravo da dissimularlo, da tenersi per sé la tetraggine senza sciupare tutt’intorno la gioia degli altri. O forse in fin dei conti il malumore non è altro che un’intima insoddisfazione della nostra inferiorità, un malcontento di noi stessi, il quale è poi sempre collegato a un sentimento d’invidia, e questo a sua volta è aizzato da una sciocca vanità? Vediamo persone felici che non debbono a noi la loro felicità; e questo è intollerabile.”

tratto da I dolori del giovane Werther, Johann Wolfang Goethe

E’ un pensiero comune che la lontananza dal luogo in cui si vive possa arrecare benefici all’animo. Questo perchè siamo convinti che i motivi delle nostre insoddisfazioni provengano dall’esterno, e dunque riteniamo che cambiando luoghi e persone senz’altro muterà anche la nostra condizione interiore. Niente di più sbagliato.

Lucilio, un romano del primo secolo, scrive all’amico Seneca e si dice stupito del fatto che i suoi viaggi non gli siano serviti per eliminare la tristezza che lo affligge. Seneca gli risponde: ‘Lucilio, devi cambiare d’animo, non di cielo’ e poi citando Socrate: ‘Perchè ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano’.

I nostri difetti ci seguono, dovunque andiamo. Le cose che ci rendono tristi sono radicate nel nostro animo: a che serve cambiare posto e vedere persone nuove se non curiamo prima i nostri mali?

Tutti questi temi sono trattati nel testo che ho riportato di seguito: la ventottesima epistola tratta dalle Lettere morali a Lucilio.

cielo

Seneca Lucilio suo salutem

Hoc tibi soli putas accidisse et admiraris quasi rem novam quod peregrinatione tam longa et tot locorum varietatibus non discussisti tristitiam gravitatemque mentis? Animum debes mutare, non caelum. Licet vastum traieceris mare, licet, ut ait Vergilius noster,

Terraeque urbesque recedant,

sequentur te quocumque perveneris vitia. Hoc idem querenti cuidam Socrates ait, ‘quid miraris nihil tibi peregrinationes prodesse, cum te circumferas? premit te eadem causa quae expulit’. Quid terrarum iuvare novitas potest? quid cognitio urbium aut locorum? in irritum cedit ista iactatio. Quaeris quare te fuga ista non adiuvet? tecum fugis. Onus animi deponendum est: non ante tibi ullus placebit locus.Talem nunc esse habitum tuum cogita qualem Vergilius noster vatis inducit iam concitatae et instigatae multumque habentis se spiritus non sui:

Bacchatur vates, magnum si pectore possit
excussisse deum.

Vadis huc illuc ut excutias insidens pondus quod ipsa iactatione incommodius fit, sicut in navi onera immota minus urgent, inaequaliter convoluta citius eam partem in quam incubuere demergunt. Quidquid facis, contra te facis et motu ipso noces tibi; aegrum enim concutis. At cum istuc exemeris malum, omnis mutatio loci iucunda fiet; in ultimas expellaris terras licebit, in quolibet barbariae angulo colloceris, hospitalis tibi illa qualiscumque sedes erit. Magis quis veneris quam quo interest, et ideo nulli loco addicere debemus animum. Cum hac persuasione vivendum est: ‘non sum uni angulo natus, patria mea totus hic mundus est’. Quod si liqueret tibi, non admirareris nil adiuvari te regionum varietatibus in quas subinde priorum taedio migras; prima enim quaeque placuisset si omnem tuam crederes. Nunc <non> peregrinaris sed erras et ageris ac locum ex loco mutas, cum illud quod quaeris, bene vivere, omni loco positum sit. Num quid tam turbidum fieri potest quam forum? ibi quoque licet quiete vivere, si necesse sit. Sed si liceat disponere se, conspectum quoque et viciniam fori procul fugiam; nam ut loca gravia etiam firmissimam valetudinem temptant, ita bonae quoque menti necdum adhuc perfectae et convalescenti sunt aliqua parum salubria. Dissentio ab his qui in fluctus medios eunt et tumultuosam probantes vitam cotidie cum difficultatibus rerum magno animo colluctantur. Sapiens feret ista, non eliget, et malet in pace esse quam in pugna; non multum prodest vitia sua proiecisse, si cum alienis rixandum est. ‘Triginta’ inquit ‘tyranni Socraten circumsteterunt nec potuerunt animum eius infringere.’ Quid interest quot domini sint? servitus una est; hanc qui contempsit in quanta libet turba dominantium liber est.

Tempus est desinere, sed si prius portorium solvero. ‘Initium est salutis notitia peccati.’ Egregie mihi hoc dixisse videtur Epicurus; nam qui peccare se nescit corrigi non vult; deprehendas te oportet antequam emendes.  Quidam vitiis gloriantur: tu existimas aliquid de remedio cogitare qui mala sua virtutum loco numerant? Ideo quantum potes te ipse coargue, inquire in te; accusatoris primum partibus fungere, deinde iudicis, novissime deprecatoris; aliquando te offende. Vale.

Traduzione

Seneca saluta il suo Lucilio

Credi che questo sia capitato soltanto a te e ti meravigli come di una cosa straordinaria che, nonostante le tue preregrinazioni così lunghe e tanti cambiamenti di località, non ti sei scrollato di dosso la tristezza e il peso che opprimono la tua mente? Devi cambiare d’animo, non di cielo. Puoi anche attraversare il mare,

Terre e città retrocedano pure

come dice il nostro Virgilio: ebbene, i tuoi difetti ti seguiranno ovunque andrai. A un tale che esprimeva questa stessa lamentela Socrate disse: “Perché ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”. A che può giovare vedere nuovi paesi? A che serve conoscere città e luoghi diversi? E’ uno sballottamento che sfocia nel vuoto. Domandi come mai questa fuga non ti è utile? Tu fuggi con te stesso. Devi deporre il fardello che grava sul tuo animo, altrimenti prima non ti piacerà alcun luogo. Ora il tuo stato d’animo è identico, pensaci bene, a quello della veggente che Virgilio ci presenta già sconvolta e stimolata da un pungolo, invasa da uno spirito estraneo:

La veggente delira e cerca di scacciare dal petto

il grande dio.

Vai di qua e di là per scuotere il peso che ti sta addosso e che diventa ancor più fastidioso in conseguenza della tua stessa agitazione. Analogamente su una nave i pesi ben stabili premono di meno, mentre i carichi che si spostano, rollando in modo diseguale, mandano più rapidamente a fondo quella parte su cui essi gravano. Qualunque cosa tu faccia, la fai contro di te e con lo stesso movimento ti arrechi un danno: infatti stai scuotendo un ammalato. Ma quando ti sarai liberato da questo male, qualsiasi cambiamento di località diverrà un piacere. Ti releghino pure nelle terre più lontane; ebbene, in qualsivoglia cantuccio di terra barbara in cui ti troverai per forza ad abitare, quella sede, qualche che sia, ti sarà ospitale. Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta, e pertanto non dobbiamo subordinare il nostro animo ad alcun luogo. Bisogna vivere con questa convinzione: “Non sono nato per un solo cantuccio di terra, la mia patria è l’universo intero”. Se questo concetto ti fosse trasparente, non ti meraviglieresti di non trovare alcun conforto nella varietà delle regioni in cui di bel nuovo di rechi per la noia delle precedenti. Infatti ti sarebbe piaciuta la prima in cui saresti capitato, e poi anche di volta in volta avresti gradito le successive, se avessi considerato ciascuna come interamente tua. Ora non viaggi, ma erri e ti lasci trasportare, passi da una località all’altra, benché ciò che cerchi, il vivere secondo virtù, si trovi in altro luogo. Ci può essere qualcosa di più caotico del Foro? Eppure persino qui si potrebbe vivere in pace, se questa scelta fosse assolutamente necessaria. Ma se ci fosse consentito di acquartierarci dove si vuole, io fuggirei anche la vista e le vicinanze del Foro. Infatti, come i luoghi con un clima pestilenziale intaccano  perfino la salute più solida, così anche per una sana disposizione mentale – tuttavia non ancora perfetta e in fase di rinvigorimento – alcune situazione producono effetti poco salutari. Non sono d’accordo con quelli che si gettano in mezzo ai marosi e con quelli che, apprezzando una vita esagitata, lottano ogni giorno con grande coraggio contro difficoltà concrete. Il saggio sopporterà questa situazione, non la sceglierà, e preferirà essere in pace piuttosto che in battaglia: non si ricava granché dall’avere liquidato i propri vizi, se poi ci si vede costretti a scontrarsi con quelli degli altri. “Trenta tiranni” tu dici “si piazzarono intorno a Socrate, ma non riuscirono a spezzare il suo animo”. Che importa quanti sono i padroni. La schiavitù è una sola: chi ha saputo disprezzarla è libero, per quanto grande sia lo stuolo dei tiranni.

E’ il momento di finire, ma non prima di avere pagato il pedaggio. “Inizio di salute è la consapevolezza dell’errore commesso”. Mi sembra che Epicuro abbia espresso in modo egregio questo pensiero; infatti, chi non sa di sbagliare, non vuole neppure correggersi; conviene dunque che tu ti sorprenda in errore prima di cominciare a correggerti. Alcuni si vantano dei propri difetti: pensi che abbia in mente qualche rimedio chi annovera i suoi difetti tra le virtù? Orbene, per quanto tu puoi, metti te stesso in stato di accusa, inquisisciti, sostieni prima il ruolo di accusatore, poi di giudice, e da ultimo, di difensore. Talvolta sii duro con te stesso. Stammi bene.

tratto dalle Epistulae morales ad Lucilium, Liber Tertius, epistula XXVIII, Seneca; la traduzione in italiano è di Fernando Solinas

Gli occhi del mondo in questi giorni si sono rivolti verso l’Iran e le sue elezioni presidenziali. Molti si saranno chiesti perché tanta attenzione verso questo fatto. Ebbene, l’Iran è uno Stato di fondamentale importanza nell’economia del Medio Oriente, una zona del mondo che già nei decenni scorsi aveva una sua rilevanza ai fini della pace mondiale, e che ne ha acquisita ulteriormente dopo i fatti del 2001.

L’Iran è uno dei principali Stati anti-israeliani. Finanzia ed arma partiti come Hezbollah e Hamas, che negli ultimi tre anni hanno intrapreso azioni di carattere bellico contro Israele. Inoltre l’Iran è una Paese che (pur avendo introdotto una forma di governo e un sistema delle fonti occidentalizzanti) continua ad applicare la shari’a, ovvero l’antico diritto islamico, un diritto che lascia ben poco spazio alle libertà fondamentali così come le concepiamo qui in Occidente.

ayatollah

Molti hanno sperato nell’elezione del candidato “riformista” Moussavi ai danni del presidente uscente Ahmadinejad, nella convinzione che con un presidente più moderato l’Iran avrebbe potuto assumere posizioni meno reazionarie e fondamentaliste. Io ritengo tale speranza infondata: Moussavi non è un riformista (come ripetono invece i giornali): è un conservatore moderato. Il progressismo non è concesso in uno Stato dove l’ultima parola spetta sempre all’Ayatollah. Inoltre, Moussavi ha pur sempre iniziato la sua carriera politica nel 1979 con Khomeini, ed è stato primo ministro dell’Iran negli anni ottanta. Io non vedo tanto riformismo in quest’uomo, e quindi credo che una sua eventuale elezione non avrebbe cambiato la sostanza della politica iraniana, sia in materia di diritti umani sia relativamente ad Israele.

Pochi giorni fa, in risposto al discorso del Cairo pronunciato da Obama, l’Ayatollah Khamenei ha affermato: “Israele è un cancro nel cuore dell’Islam”. Pensate forse che Moussavi possa dire cose diverse? Io no. E attenzione: anche se avesse un parere diverso da quello dell’Ayatollah non cambierebbe nulla, perché il Consiglio dei Guardiani (di cui l’Ayatollah è capo) ha sempre l’ultima parola, come dicevo prima.

Ieri il Consiglio dei Guardiani ha fatto sapere di essere pronto ad un eventuale riconteggio dei voti delle presidenziali, che hanno visto vincere il presidente uscente Ahmadinejad con il 63% dei consensi. Credo sia solo una strategia per accreditarsi agli occhi dell’Occidente: tutto il mondo ha visto le immagini che sono venute da Teheran in questi giorni, nonostante le autorità abbiano cercato di censurarle. Non vogliono passare per dei tiranni antidemocratici, e quindi riconteranno le schede, ma il risultato non cambierà: alla guida dell’Iran rimarrà Ahmadinejad, personaggio senza dubbio più gradito al Consiglio dei Guardiani date le sue posizione estremiste.

D-Day

d day

...contre nous de la tyrannie, l’étendard sanglant est levé!…

(dalla “Marsigliese”)

Citazioni di Seneca 3

Non è perchè le cose sono difficili che non osiamo, ma è perchè non osiamo che sono difficili.

Citazioni di Seneca 2

In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet.

Sbagliamo infatti in questo: ravvisiamo la morte innanzi a noi; ebbene: una gran parte della morte appartiene già al passato. Tutto ciò che della nostra esistenza è dietro di noi, la morte lo tiene saldamente.

Citazioni di Seneca

“Quibusdam aegris gratulatio fit, cum ipsi aegros se esse senserunt”

Esistono ammalati che meritano le nostre congratulazioni, perchè hanno preso coscienza del proprio male.

Sicuramente la tragedia del terremoto in Abruzzo ha toccato tantissime persone, anche qui a 600 kilometri di distanza. A chi mi sta leggendo ora chiedo questo: non dimentichiamo quella gente. Gli aquilani devono sentire la nostra vicinanza anche quando la notizia del terremoto non sarà più in prima pagina.

Io ho una cara amica che abitava nel centro storico dell’Aquila. Si chiama Claudia, ha 17 anni e pochi mesi fa ero andato a trovarla per il suo compleanno. Ora la sua casa, come quella di tantissimi altri aquilani, è distrutta. Sono morte molte persone che lei conosceva. La sua città è irriconoscibile. Lei e la sua famiglia stanno bene, ma non riesco nemmeno a pensare al dolore che può aver provato in questi giorni. Provate a immaginare come ci si senta impotenti in una situazione simile.

Claudia è una ragazza solare, sorridente, una di quelle persone che trasmette felicità e serenità anche senza volerlo. Ieri l’ho sentita per telefono e la sua voce a tratti mi è parsa quella di una bambina spaventata. Mi ha scritto anche un messaggio, verso le undici di sera. Desidero che lo leggiate, perchè capiate cosa stanno provando quelle persone.

Non posso credere che sia successo davvero…la nostra città non esiste più…siamo straziati dal dolore…io non ho più lacrime da versare…povera gente, poveri noi…non ci abbandonate, vi prego, non lasciateci soli…non abbiamo più nulla, ci è rimasto solo il nostro corpo e il nostro animo ormai vuoto

Non lasciamoli soli. Queste persone hanno perso tutto e devono ricominciare daccapo. Aiutamoli a superare questo momento orribile. Ognuno, a modo suo, cerchi di fare qualcosa. Facciamo sì che questo grido di dolore non cada nel vuoto e che non se ne dimentichi nessuno anche quando sarà cessata la sua eco.

L’arte di conoscere se stessi ‘ (edito da Adelphi) è una breve raccolta di pensieri di Arthur Schopenhauer, ed ha come oggetto la dolorosa scelta di vita presa dal filosofo a poco più di trent’anni e mantenuta fino alla fine dei suoi giorni: la solitudine.

In questo testo Schopenhauer pone l’attenzione esclusivamente sulla sua esperienza, senza dispensar consigli al lettore, e racconta come abbia deciso di isolarsi dal mondo dopo aver conosciuto meglio se stesso ed aver preso atto della pochezza della gente che fino a prima aveva riempito la sua vita.

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Sono due i temi che caratterizzano questa raccolta di pensieri: la misantropia e l’alta stima che il filosofo dimostra di avere per se stesso. Schopenhauer parte da considerazioni di questo tipo:

‘Per tutta la vita mi sono terribilmente sentito solo, e nell’intimo ho sempre sospirato:  ‘Jetzt gieb mir einen Menschen!’ [Ora dammi un essere umano!]. Invano. Sono rimasto solo. Eppure in tutta sincerità posso dire che non è dipeso da me: non ho respinto nè rifuggito nessuno che, di mente o di cuore, fosse un essere umano: non ho trovato altro che miseri gnomi, limitati di cervello, malvagi di cuore, di vili sentimenti’

‘In un mondo in cui almeno cinque sesti degli uomini sono furfanti, folli o babbei, per ogni individuo del rimanente sesto, quanto più si distingue dagli altri, la base del suo sistema di vita deve essere l’esistenza appartata, e quanto più è tale, tanto è meglio’

‘La maggior parte della gente si accorge, quando fa la mia conoscenza che non può essere nulla per me, e io nulla per loro’

Il filosofo tedesco cerca dunque di far passare come inevitabile e giusta la sua solitudine: immerso in un mondo di persone rozze e ignoranti, lui che si concepiva un vero ‘essere umano’ non poteva che rimanere solo. Schopenhauer arricchisce questa sua convinzione con pensieri che possono sembrare presuntuosi: egli si definisce infatti un ‘missionario della verità per il genere umano’ e colui il quale ‘ha dato una soluzione al grande problema dell’esistenza’.  Afferma a più riprese che la sua vita ha il solo scopo di giovare alla conoscenza e al sapere dell’umanità e che per assolvere tale compito non si può certo vivere in mezzo alle persone. Una missione per l’umanità non può essere condotta col pensiero di una professione, di un matrimonio e di figli da mantere: una vita contemplativa richiede un distacco totale dai comuni sentimenti.

Leggere così tanto disprezzo per gli altri e una tale autocompiacenza per una situazione che nessuno sarebbe in grado di accettare, mette senza dubbio amarezza.  Ci si chiede come un uomo possa arrivare a pensare alla sua vita come a qualcosa di così distaccato dagli altri e a legare le sue possibilità di successo e affermazione proprio alla lontananza dalle persone, dai loro sentimenti, dalle loro parole e dai loro sorrisi. ‘L’enfer c’est les autres’ [L'inferno sono gli altri] avrebbe detto circa un secolo più tardi Sartre: ma è giusto pensarla così? O meglio: quanto c’è di sincero in convinzioni di questo genere? Non è forse che, chi le sostiene, faccia un po’ come la volpe con l’uva? Di sicuro c’è che se Schopenhauer avesse conosciuto l’amicizia certe riflessioni non le avrebbe mai concepite, ma in tutto questo rimane comunque qualcosa di paradossale: quest’uomo solo, emarginato e mai amato continua a far parlare di sè a 150 anni dalla sua morte. E’ stato studiato e commentato in tutte le lingue, col risultato che oggi anche i bambini quando sentono il suo nome sanno che si sta parlando di un grande filosofo. Schopenhauer ha consegnato il suo nome all’eternità.

Amicizia

Credo che la parola ‘amico’ sia una di quelle usate più impropriamente nella nostra lingua.

Sembra che per la maggior parte delle persone si possa definire ‘amico’ un individuo col quale esiste o è esistito un semplice rapporto di frequenza. Esempio: ‘l’amico che ho conosciuto due settimane fa’; oppure: ‘l’amica che ho conosciuto l’estate scorsa al mare…cavolo, non la sento da sei mesi!’, e via dicendo. Molto spesso poi, se abbiamo una compagnia, definiamo ‘amica’ qualsiasi persona faccia parte di questa. Poco importa se all’amico Sergio che vediamo tutti i sabati non facciamo mai una telefonata o non racconteremmo mai i fatti nostri (se non quelli più banali).

Insomma, la parola ‘amico’ è usata davvero a sproposito. La colpa però è anche della nostra lingua: come definire, ad esempio, il sopra citato Sergio se non ‘amico’? ‘Conoscente’, forse. Ma nessuno usa questa parola: è troppo formale.

In questo modo però la parola ‘amico’ viene svuotata completamente del suo significato originario, e difatti abbiamo sempre bisogno di dire ‘amico vero’ per sottolineare che con un determinato soggetto non esiste un semplice rapporto di frequenza, ma qualcosa di più. Però, a pensarci bene, ‘amico vero’ è un’espressione assurda, perché per definizione un amico non può essere ‘falso’.

Dovremmo chiamare ‘amici’ solo quelle persone con le quali esiste un rapporto intenso, profondo, disinteressato e confidenziale. Scopriremmo che in realtà di amici non ne abbiamo mai più di tre o quattro.

 

Non sempre siamo capaci di vivere la nostra vita con entusiasmo, così come non sempre siamo disposti a rischiare, a metterci in gioco e a provare strade nuove. Molto spesso infatti rimaniamo in disparte, ci defiliamo e anche quando ci si prospetta la possibilità di essere felici, ci tiriamo indietro intimoriti dai rischi. La paura di vivere è il filo conduttore della vita di molte persone. Questa poesia, per me splendida, è un monito a non concludere la propria esistenza col rimpianto di non aver vissuto.

Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione,

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porte, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio –

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

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tratta dall’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters

Le masse secondo Hitler

Spesso ci si domanda come sia stato possibile che, negli anni ‘30, il popolo tedesco abbia appoggiato quasi incondizionatamente un tiranno come Adolf Hitler. Io ravviso la risposta a questa domanda nelle parole dello stesso Hitler qui sotto riportate. Consiglio a chiunque di leggerle: sono vere, per quanto sconfortanti nel loro contenuto.

La psiche delle grandi masse non è ricettiva di mezze misure o di debolezza.

Come una donna, le cui reazioni psichiche sono influenzate meno dal ragionamento astratto che da un’ansia indefinibile, sentimentale di forza complementare, che vuole sottomettersi all’uomo forte anziché dominare il fiacco, così le masse amano il dominatore anziché il supplice, e internamente sono molto più soddisfatte da una dottrina che non tollera rivale che non dalla concezione della libertà liberale.

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Le masse spesso si sentono incerte sul cosa fare della libertà e persino si sentono facilmente come abbandonate. Esse non si rendono conto dell’impudenza con cui sono terrorizzate spiritualmente, né della scandalosa restrizione delle loro libertà umane, perchè illusione di questa dottrina non si fa strada in alcun modo tra loro. Perciò vedono solo la forza senza restrizioni, la brutalità e lo scopo delle sue manifestazioni cui esse a lungo andare si assoggettano sempre.

tratto dal Mein Kampf di Adolf Hitler

La vicenda Englaro

La mia idea sulla vicenda, per quanto concerne i suoi risvolti politici, è quella che segue.

Non riesco a capacitarmi della sentenza del 2007 che ha ordinato la cessazione dell’alimentazione e dell’idratazione a Eluana Englaro basandosi sulla volontà presunta della donna (‘che se avesse potuto scegliere avrebbe indubbiamente scelto di morire’). La sentenza si basa palesemente su qualcosa di incerto e non dimostrabile.

Però bisogna dire che tale sentenza, per quanto ingiusta a mio avviso, è passata in giudicato. Non è e non era più impugnabile. Intervenire con un qualsiasi atto avente forza di legge sarebbe stata dunque un’ingerenza del potere legislativo su quello giudiziario, quando invece i poteri dello Stato devono essere distinti l’uno dall’altro, autonomi e reciprocamente rispettosi.

Ha fatto bene dunque il nostro Presidente della Repubblica a non sottoscrivere il decreto legge varato venerdì pomeriggio dal Consiglio dei Ministri. Non è giusto che qualcuno ora gli punti il dito contro, accusandolo, seppur indirettamente, di aver ucciso Eluana. Non solo non è giusto, ma è disgustoso. Per una volta, si faccia a meno di cercare un capro espiatorio.

Si cerchi piuttosto di riempire un vergognoso vuoto legislativo, di cui sono in buona parte responsabili anche coloro i quali oggi insultano e denigrano il Capo dello Stato.

Facciamo una legge, e facciamola bene.

Giustizia

Stillate, o cieli, dall’alto,

le nubi facciano piovere il diritto;

si apra la terra

e spunti la salvezza,

insieme germogli la giustizia.

Isaia, 45, 8-12

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