Verso Ovest

La storia dell’umanità è caratterizzata da una lenta, inesorabile espansione verso Ovest. Le prime civiltà sono nate in Oriente. Quando i Sumeri inventavano la scrittura e alzavano le ziqqurat, l’Europa era fitta di foreste e pressoché disabitata. Le poche popolazioni che vi risiedevano erano ancora ferme al neolitico. Circa tre millenni dopo la civiltà si era spostata ad ovest, in Grecia. Certo, l’Oriente rimaneva ancora importante, tant’è che Alessandro Magno non diresse la propria campagna di conquista verso l’Italia e le altre terre occidentali, ma verso est. Tre secoli dopo però il centro del mondo si era spostato ad Occidente, a Roma. Al tempo terre come l’attuale Francia, la Spagna e le isole Britanniche erano solo province dell’impero, abitate da popolazioni celtiche poco sviluppate sotto ogni punto di vista. Buona parte della Germania non era stata nemmeno esplorata. Col Medioevo tutte queste terre hanno assunto un’importanza straordinaria. Un re franco – Carlo Magno – veniva incoronato Sacro Romano Imperatore. Il fulcro della civiltà si era dunque spostato nel centro-Europa. A partire dal cinquecento, Spagna e Inghilterra iniziavano la conquista del Nuovo Mondo. Alla fine del settecento nascevano gli Stati Uniti d’America. Per circa un secolo e mezzo il centro del mondo è rimasto in Europa, ma dopo la prima guerra mondiale furono proprio gli Stati Uniti ad acquisire progressivamente quella leadership che conservano ancora oggi. Previsioni per il futuro? Se si va ad ovest dell’America si ritorna indietro, ad Oriente. E allora forse non sono un caso quei passi da gigante che sta facendo proprio il mondo asiatico, Cina ed India in testa.

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Il Messia

Come è noto, la religione ebraica attende ancora il Messia (termine che significia “unto del Signore”), un uomo inviato da Dio per redimere l’umanità. Nell’Antico Testamento si fa più volte riferimento a questa figura salvifica: anche il profeta Isaia (vissuto nell’VIII secolo avanti Cristo) ne annuncia la venuta. Quel che lascia più meravigliati della descrizione di Isaia sono le analogie col Cristo dei Vangeli.

1 Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
2 È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
3 Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
6 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
7 Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
8 Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
9 Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
10 Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
11 Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.
12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori.

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Ritratto di Mussolini

Lo storico inglese Denis Mack Smith (grande esperto di storia italiana) delinea magistralmente la figura di Benito Mussolini nell’incipit della biografia a lui dedicata.

“Mussolini non nacque grande, né fu fatto grande dal corso spontaneo degli eventi. La strada che lo portò fuori dell’oscurità dové aprirsela con la sua ambizione ed i suoi talenti, traendo il massimo partito dalle occasioni che la fortuna pose sul suo cammino. L’impresa gli riuscì a tal punto, che governò l’Italia come dittatore per oltre un ventennio, attirando su di sé un’ammirazione popolare senza eguali nell’intera storia del Paese. Al culmine del successo, cadde, facile preda, nella trappola di un’adulazione da lui stesso sollecitata, quando non addirittura ordinata. Ed in tal modo la cerchia degli intimi lo allettò ad inseguire, insieme con Adolf Hitler, la meta del dominio mondiale. Ma per questo gli mancavano le necessarie risorse: quelle materiali, che soltanto un Paese ricco può dare, e quelle personali, sia di intelletto che di carattere. Morendo, nel 1945, lasciò il suo Paese distrutto dalla sconfitta militare e dalla guerra civile. Per sua stessa ammissione era divenuto l’uomo più odiato d’Italia, e dopo essere stato esaltato oltre ogni ragionevolezza, lo si accusò ora di aver fatto più male all’Italia di chiunque altro in tutta la storia nazionale.

Molti fuori d’Italia dovettero soffrire a causa di Mussolini. Ci fu però, anche tra gli stranieri, chi se ne sentì attirato e lo ammirò, perlomeno finchè tenne a freno la sua ambizione. Oltre ad essere dotato di un’acuta intelligenza politica, Mussolini era un uomo che, quando lo voleva, sapeva affascinare ed ammaliare; e fu diligentissimo nel camuffare il fascismo con tutte le apparenze della plausibilità. Fascismo è una parola italiana per un’invenzione italiana, ed in quanto corpus di idee e di pratiche ha raggiunto la sua forma classica in Italia, e forse in nessun altro luogo. Ma vaste moltitudini in altri Paesi ne subirono pesantemente i contraccolpi. Qualcuno guardò con speranza a quella che gli parve una promettente soluzione per i problemi del ventesimo secolo. In altri la reazione di ripugnanza fu tale da indurli a combatterlo in una guerra mondiale. Ma Mussolini poté affermare con ragione che nessuno, amico o nemico che fosse, era in grado di comprendere il modo moderno senza tener conto del fascismo. Ed è indubbio che la nascita e lo sviluppo del fascismo debbano a quest’uomo molto di più che a chiunque altro.

Tanto basta a fare di Mussolini un interessante soggetto di studio. Ma la sua influenza è stata altresì durevole, tale da modificare, per quanto concerne non solo l’Italia, ma numerosi altri Paesi, il corso della storia. La valutazione certamente più diffusa è quella che giudica catastrofici i risultati della sua azione. Benché al regime fascista possano essere accreditati alcuni successi, specialmente nei suoi primi anni, la sua rozza credenza nella violenza politica e nella repressione autoritaria ebbe effetti negativi che durarono a lungo oltre l’anno 1945; ed il suo elogio della guerra in quanto intrinsecamente bella e benefica fu una crudele follia, da cui derivarono sciagure innumerevoli e che alla fine ridusse in polvere e cenere quel che di positivo esso aveva raggiunto.

Il fascismo italiano fu una realtà molto più ampia della sola persona di Mussolini. Ma le peculiarità caratteriali di quest’uomo furono un fattore cruciale così dei successi come dei suoi fallimenti. Una persona capace di conseguire un tale culmine di popolarità, per poi precipitare così rapidamente al polo opposto di un’universale ripugnanza, è chiaramente un individuo fuori del comune. Una difficoltà in cui s’imbatte il tentativo di comprenderlo sta in ciò, che, malgrado la folla degli ammiratori, Mussolini era un uomo chiuso. Perciò in nessuna fase della sua vita ebbe un amico in grado di consegnare alla posterità una valutazione equilibrata e convincente della sua personalità, né ebbe mai intimi con cui si aprisse in maniera spontanea e franca. Nelle sue relazioni con gli altri si muoveva – lo ammise egli stesso – come su un palcoscenico, impegnato a recitare una parte, o piuttosto una serie ininterrotta di parti differenti, ch’è spesso impresa disperata tentar di districare l’una dall’altra, ed a maggior ragione di ricondurre ad unità. Non solo Mussolini era un attore di gran talento, ma il campo in cui supremamente eccelleva era la propaganda. E dunque sia le sue dichiarazioni pubbliche, sia i suoi commenti privati, sono spesso le dichiarazioni ed i commenti del propagandista, miranti a celare la verità tanto quanto a rivelarla. E questa sua capacità, che dapprincipio gli rese ottimi servigi, fu alla fine fra le cause della sua rovina.”

tratto dalla biografia “Mussolini” dello storico Denis Mack Smith

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Comici bipartisan

Da diverso tempo ormai si è fatta largo l’idea secondo cui il comico deve essere bipartisan. Un comico che fa della satira solo contro una certa parte politica e non contro quella avversaria è visto come scorretto. A ben vedere gli si rimprovera di non essere fedele al vero nel momento in cui non trova motivi di comicità e di satira verso certi personaggi. Si dimentica però che il comico non deve essere fedele al vero, anzi, la sua attività è proprio storpiare la realtà, ridicolizzarla, alterarla in modo che appaia divertente. A mio parere, dunque, non ha alcun senso pretendere siparietti bipartisan dai comici od offendersi in loro mancanza: l’obiettività non è il mestiere di un comico.

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I greci e la libertà

Alcuni araldi greci (spartani) erano in marcia verso Susa, dove li attendeva l’imperatore persiano Serse. Di lì a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra persiana, che avrebbe visto incombere sulla piccola Grecia l’imponente esercito di un impero che andava dall’Egitto al fiume Indo. Nel loro cammino gli araldi si fermano presso un generale persiano, tale Idarne, che gli domanda quasi stupito per quale ragione essi non intendono sottomettersi all’imperatore.

“Mentre si recavano a Susa, arrivarono presso Idarne, che era di origine persiana, ma comandava le truppe delle regioni costiere dell’Asia: costui li accolse offrendo loro un banchetto ospitale e mentre erano a tavola fece loro questa domanda: “Perché mai, o Spartani, voi rifuggite così dal legarvi d’amicizia col re? Guardando a me e alla mia attuale fortuna, voi potete constatare come sappia il re onorare gli uomini per bene. Così sarebbe anche per voi, se voleste darvi al re (presso di lui, infatti, avete fama di essere uomini di valore); ciascuno di voi avrebbe un comando in Grecia che il re gli affiderebbe”. A queste parole essi risposero: “O Idarne, il consiglio che rivolgi a noi non parte da un’eguale esperienza di ambedue le condizioni: tu parli per aver provata una delle due cose, ma dell’altra sei inesperto: sai infatti che cosa significhi essere schiavo, ma la libertà non l’hai ancora provata: non sai se sia dolce o no. Poiché, se soltanto l’avessi provata, non solo con le lance ci consiglieresti di lottare per difenderla , ma anche con gli scuri“.

tratto da “Storie” di Erodoto, VII, 135

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Le successioni nell’Islam

Al mondo esistono poche religioni tanto giuridiche come quella islamica: il Corano – in diversi passaggi – assomiglia molto più a un Codice Civile che a un testo sacro. Un esempio palese ce lo fornisce la quarta sura, “Donne”, dove in pochi versetti troviamo regolata la materia successoria.

11. Il Dio vi dà questi precetti riguardo ai figli:

lasciate al figlio maschio una porzione uguale a quella di due femmine.

Se non ci sono femmine, due o anche più di due, donate loro due terzi di ciò che il defunto ha lasciato.

Se non c’è che una femmina, le tocca la metà.

Il padre e la madre del defunto: a ognuno di essi la sesta parte di ciò che ha lasciato, se ha un figlio.

Se non ha figli e gli eredi siano soltanto padre e madre, alla madre andrà un terzo; ma se ha fratelli, alla madre andrà un sesto, dopo che sarà stato soddisfatto qualche legato o qualche debito preesistente.

Circa i vostri padri e i vostri figli, non sapete quali siano più vicini a voi per utilità.

Ordine del Dio. Il Dio è veramente sapiente e saggio.

12. A voi appartiene la metà di ciò che lasciano le vostre mogli, se non hanno fatto figli. Se hanno un figlio, a voi tocca un quarto di ciò che lasciano, dopo aver pagato eventuali legati o soddisfatto quei debiti ch’esse hanno lasciato. Ad esse spetta un quarto di ciò che voi lasciate, se non avete fatto figli; ma se c’è di mezzo un figlio, ad esse spetta l’ottava parte di ciò che voi lasciate, sempre salva restando la clausola di legati o di debiti da soddisfare.

Se un maschio non ha nessun erede, né dal ramo ascendente né da quello discendente (lo stesso discorso vale per una femmina) ma ha un fratello o sorella uterini, a ognuno di questi tocca un sesto; se non più di due, parteciperanno in egual misura a un terzo; sempre salva la clausola di cui sopra, e senza ledere il diritto altrui. 

Ordine tassativo del Dio, poiché il Dio è sapiente e paziente.

 

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Il portiere

Il portiere è anzitutto un guardiano, e come tale suscita un grande fascino: basti pensare a quanti guardiani troviamo nella mitologia, nelle religioni e in racconti di ogni genere per capire come questa figura colpisca la fantasia dell’uomo. Il portiere non è l’unica difesa, ma è l’ultima; alle sue spalle non c’è nessuno. E’ solo: non gioca coi compagni, li guarda da lontano, può solo sperare che si comportino bene ma non può entrare nella mischia e contribuire. Se potesse lo farebbe, ma non può. Deve rimanere vicino alla porta, perennemente vigile, perché gli avversari possono avvicinarsi in ogni momento. E quando gli avversari si avvicinano, a lui non è concesso sbagliare. L’attaccante può fallire un goal, il centrocampista può mancare un passaggio, il difensore può farsi saltare dall’avversario…ma il portiere non può sbagliare, lui deve essere perfetto, impeccabile: i suoi errori hanno un prezzo troppo caro.

E’ duro il mestiere del portiere: non conta una bella parata se subito dopo si sbaglia intervento e si prende goal. Anche dopo un miracolo il portiere parte sempre da zero perché il suo compito è tenere la porta inviolata per tutta la partita. Non può vivere di rendita. Dunque – a differenza degli altri giocatori – gli è concesso un solo sospiro di sollievo, e cioè quando l’arbitro fischia la fine.

La solitudine di un portiere dura tutta la partita, ma è ancora più forte quando i suoi compagni segnano: il portiere prima osserva  la rete avversaria gonfiarsi e poi – sempre in lontananza – vede  i propri compagni abbracciarsi l’un l’altro. E’ troppo distante, non può festeggiare con loro, perciò si limita a sorridere stringendo i pugni al cielo. E’ felice, perché in parte i compagni gli hanno facilitato il lavoro. Ma è ben consapevole che da allora in poi a maggior ragione non potrà sbagliare, perché vanificherebbe la fatica della squadra.

L’amarezza di un portiere che ha commesso un errore è grande. I compagni lo sanno bene, e infatti c’è quasi sempre un giocatore che va a rincuorarlo dopo il goal subìto. Se questo non accade, in ogni caso nessuno si permette di inveirgli contro: c’è un rispetto quasi religioso per la sua afflizione.

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L’alleanza tra Romani e Veneti

Non sono in molti a conoscere la stretta alleanza che legava l’antica Roma e i Veneti. Eppure i due popoli non solo non hanno mai combattuto l’uno contro l’altro, ma hanno condiviso innumerevoli battaglie insieme.

I Romani tenevano in alta considerazione i Veneti perché li reputavano loro consanguinei: la leggenda infatti voleva che discendessero dal principe troiano Antenore. Leggenda, appunto, anche se è accertato storicamente che i Veneti non erano una popolazione celtica (a differenza delle altre genti che nell’antichità abitavano il Nord Italia, come gli Insubri, i Cenomani e i Boi) e che parlavano una lingua completamente diversa da quella dei loro vicini, il che induce a pensare che si trattasse di un popolo immigrato.

Tito Livio, celebre storiografo romano, dedica il primo paragrafo della sua opera “Ab urbe condita” proprio ai Veneti. Livio era originario di Padova, quindi possiamo immaginare che il suo intento fosse quello di glorificare la propria terra natale. Nelle poche righe che seguono, sono condensate le credenze dei Romani sull’origine dei Veneti.

Iam primum omnium satis constat Troia capta in ceteros saevitum esse Troianos, duobus, Aeneae Antenorique, et vetusti iure hospitii et quia pacis reddendaeque Helenae semper auctores fuerant, omne ius belli Achivos abstinuisse; casibus deinde variis Antenorem cum multitudine Enetum, qui seditione ex Paphlagonia pulsi et sedes et ducem rege Pylaemene ad Troiam amisso quaerebant, venisse in intimum maris Hadriatici sinum, Euganeisque qui inter mare Alpesque incolebant pulsis Enetos Troianosque eas tenuisse terras. Et in quem primo egressi sunt locum Troia vocatur pagoque inde Troiano nomen est: gens universa Veneti appellati

traduzione

Comincio dunque dalla caduta di Troia cui, come è abbastanza noto, seguì lo sterminio di quasi tutti i suoi abitanti; ma su due di essi, Enea e Antenore, gli Achei non esercitarono in alcun modo il diritto di guerra sia per un antico vincolo di ospitalità sia perché erano sempre stati fautori della pace e della restituzione di Elena. È anche risaputo che Antenore, dopo varie vicende, giunse nella parte più interna del mare Adriatico assieme ad un gran numero di Eneti. Costoro erano stati cacciati dalla Paflagonia in seguito ad una rivolta e stavano cercandosi una sede stabile e un capo dopo aver perso, sotto Troia, il loro re Pilemene. Troiani ed Eneti si insediarono nel luogo in cui erano sbarcati, dopo aver cacciato gli Euganei che abitavano tra il mare e le Alpi, e chiamarono Troiano il luogo in cui avevano preso terra. Dunque questo territorio ha un nome che richiama quello di Troia, mentre quei popoli, nel loro insieme, si chiamarono Veneti.

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Integrare significa occidentalizzare

Quando si parla di multiculturalismo il pensiero passa subito agli Usa, dove – dopo tanti anni di convivenza tra etnie differenti – la principale carica politica del Paese è passata a un afro-americano. Questa circostanza merita un’attenta riflessione.

Il padre di Barack Obama era un immigrato kenyota, di cultura afro-islamica. Credo si possa affermare con certezza che se il figlio fosse cresciuto come lui, non sarebbe mai divenuto presidente degli Stati Uniti d’America. E questo non perché ci sia qualcosa di male ad essere musulmani o di cultura africana: cerco solo di essere realista. Obama è potuto giungere alla Casa Bianca anzi tutto perché si è affrancato dalla cultura del padre e ha acquisito una mentalità statunitense, o meglio, occidentale.

Lo stesso discorso, mutatis mutandis, dovrebbe valere per quegli immigrati che arrivano in Europa e in particolare nel nostro Paese.

Se desideriamo veramente la loro integrazione è necessario che si occidentalizzino. Altrimenti, se ogni comunità straniera presente sul suolo italiano rimane chiusa in sé stessa e conserva integralmente le proprie radici culturali, si prospetta un futuro di separazione, o meglio, di ghettizzazione. Il massimo a cui potremo aspirare sarà un rispetto reciproco: puro formalismo che coprirebbe una sostanza di diffidenza, se non addirittura di rivalità o intolleranza.
E’ evidente che non possiamo occidentalizzare tutti gli immigrati che arrivano in Italia, perché quelli che non sono più bambini conserveranno inevitabilmente un rapporto profondo con la madre Patria: nelle migliori delle ipotesi potranno adattarsi al nostro stile di vita, ma intimamente rimarranno cinesi, rumeni, senegalesi e via dicendo. I flussi migratori devono altresì essere sostenibili, altrimenti l’integrazione non sarebbe materialmente possibile: si verrebbero a creare enormi sacche di emarginati sociali o di sfruttati (qualcuno ricorda i fatti di Rosarno?).
Quello che noi italiani possiamo certamente fare è integrare la cosiddetta “seconda generazione”, cioè i figli degli immigrati. Per questo è assolutamente necessario che si provveda con legge a stabilire che tutti i nati in territorio italiano sono di diritto cittadini italiani. A molti può sembrare una mera formalità, ma non lo è. Questi bambini devono sentirsi italiani fin dalla nascita, non devono sentirsi esclusi dalla nostra società, devono diventarne parte.

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Pdl

Solo ora mi appare evidente il grande errore politico di Berlusconi: il Pdl.

Andiamo con ordine: all’indomani della caduta di Prodi, Berlusconi avrebbe potuto raccogliere attorno sè tutto il centro-destra italiano, Casini compreso. Ma ciò non accadde perché Casini si rifiutò di scogliere il proprio partito nel Pdl, come invece Berlusconi pretendeva da tutti i suoi alleati (Lega Nord esclusa, per la sua vocazione territoriale). Conti alla mano, Berlusconi avrebbe stravinto le elezioni del 2008 con l’Udc; probabilmente sarebbe andato oltre al 60% dei parlamentari in entrambe le camere. Ricordiamo che col 66,6% del Parlamento si può cambiare  direttamente la Costituzione.

Chi si piegò a Berlusconi fu Fini, ma a ben vedere sarebbe stato meglio per il governo se avesse conservato il proprio partito, invece che scioglierlo nel Pdl. Fini infatti ha bisogno di comandare,  non è un comprimario: gli scontri col premier sono stati abilmente mascherati con questioni politiche (sudditanza rispetto alla Lega, assolutismo di Berlusconi, ecc..), ma in realtà sono dovuti essenzialmente alla sete di potere di Fini, che non poteva accettare di contare meno di Bossi e di veder annullato il proprio potere decisorio (sciolto AN non poteva porre veti).

Insomma, se Berlusconi si fosse alleato alle elezioni del 2008 con il vecchio schieramento ‘Forza Italia- Alleanza Nazionale – UDC – Lega Nord’ avrebbe vinto alla grande, si sarebbe portato Casini in maggioranza e avrebbe evitato lo strappo con Fini. Come minimo sarebbe durato fino al 2013.

Berlusconi è finito dunque per colpa della sua megalomania, più precisamente per la smania di comandare il più grande partito italiano (che altrimenti sarebbe stato il Pd: nè Forza Italia nè An avrebbero preso gli stessi voti).

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Ideas are bullet-proof

“Le idee sono a prova di proiettile” è la celebre frase pronunciata nel film V per vendetta dal protagonista V. L’affermazione è di quelle che esaltano non appena udite ma nasconde una triste verità: vale per qualsiasi idea, non solo per quelle che piacciono a noi.

Nei siti jhadisti – dopo la morte di Osama Bin Laden – si leggeva: ”Anche se Osama Bin Laden è morto le sue idee continueranno e non moriranno mai!“. Non credo che i sostenitori di Al Qaeda abbiamo mai guardato V per Vendetta.

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“Cose dell’altro mondo”

Il film “Cose dell’altro mondo” immagina il caos generato in una piccola città veneta dall’improvvisa scomparsa di tutti i suoi abitanti stranieri. Come far funzionare le fabbriche senza gli operai extracomunitari? Come accudire gli anziani senza le badanti dell’est europeo? Come mandare avanti gli ospedali senza gli infermieri stranieri? E via dicendo. Insomma, l’idea che si finisce per ricavare dal film è più o meno questa: accettiamo gli immigrati invece di disprezzarli perché  la loro presenza è essenziale per il buon funzionamento dell’economia nazionale. In realtà un simile ragionamento è in netto contrasto con quello spirito umanitario tanto invocato da chi ritiene doverosa l’accoglienza verso gli immigrati. E’ un po’ come dire: accogliamoli perché servono, non perché ce lo impone un obbligo di solidarietà. Domanda: e se non servissero? Come convincere chi non li vuole?

“Cose dell’altro mondo” è emblematico di come in Italia – ogni qual volta si parla d’immigrazione – non si riesca ad andare oltre i due estremismi del buonismo e del razzismo. Il film ovviamente propende per l’estremismo buonista, e questo, ben lontano dal suscitare una riflessione in chi è portato al razzismo, ha come unico effetto quello di rafforzare le convinzioni buoniste.

 Il film, in poche parole, è autoreferenziale.

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Democrazia interna ai partiti

Le recenti diatribe tra lo stato maggiore della Lega e alcuni suoi celebri esponenti – Tosi e Gentilini – mi hanno portato a delle riflessioni sulla democrazia interna ai partiti.

L’obiettivo dei partiti è anzitutto governare. Ma per governare servono i voti, non si arriva al potere per grazia divina. In un sistema democratico, dunque, la captazione del consenso è fondamentale per chiunque aspiri a posizioni di governo.

E’ altresì evidente che un partito senza una chiara linea politica non può raccogliere consensi, perché l’elettorato chiede soprattutto chiarezza: bisogna sapere cosa si sta votando. Quindi un partito – di qualunque colore esso sia – non può tollerare che i suoi esponenti rendano pubbliche dichiarazioni tra loro contrastanti. Certamente deve esservi la possibilità di discutere all’interno del partito, una democrazia interna è irrinunciabile, ma sul versante pubblico non può esservi confusione: nei comizi, nelle interviste e nelle conferenze stampa le proposte politiche e le idee devono essere il più possibile simili. Devono, in poche parole, adeguarsi alla linea politica scelta dal partito.

Qui in Italia curiosamente fa clamore sapere che due esponenti di un partito hanno litigato in privato – perché in disaccordo su una scelta politica – mentre è avvertito come normalissimo il fatto che l’esponente di un partito renda pubbliche dichiarazioni contro il proprio partito o il proprio segretario. “E’ la democrazia” – si dice – “e in democrazia bisogna esprimere le proprie idee”. Tuttavia questi sciocchi idealismi cozzano contro la pratica esigenza di raccogliere consensi, i quali non possono che allontanarsi nel caso in cui l’elettorato avverta l’eccessiva frammentarietà del partito.

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Controllori

Qualunque organizzazione si dota di un sistema di controllo. Questo vale tanto per le organizzazioni più semplici (come le società per azioni, i partiti, le associazioni, ecc..) quanto per quelle più complesse (gli enti territoriali, gli Stati, le organizzazioni internazionali).

Infatti c’è sempre il rischio di un abuso di potere da parte di chi ricopre le posizioni più alte nell’organizzazione e per questa ragione è necessario istituire dei “controllori” il cui fine è evitare degenerazioni di qualsiasi tipo. Si possono fare diversi esempi a tal proposito: tribunali internazionali, corti costituzionali, capi di Stato, collegi sindacali nelle spa, collegi di probiviri nei partiti, ecc…

Spesso i “controllori” hanno a loro volta dei controllori, ma evidentemente non è possibile moltiplicare i controllori all’infinito: ce ne sarà sempre un ultimo su cui non veglia nessuno.

Tutto dipende da quest’ultimo controllore: se rimane integro permette all’organizzazione di funzionare, ma se anch’esso si fa corrompere, se anch’esso diventa marcio le speranze di buon funzionamento cessano e l’unica alternativa è abbattere l’organizzazione. Tanto più quest’ultima sarà complessa, tanto meno sarà possibile abbatterla in modo pacifico.

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Hurakan

Il termine “uragano” non è di derivazione latina e non proviene da nessun altra lingua indoeuropea. Del resto gli uragani non sono un fenomeno europeo. La parola prende invece origine dal pantheon delle divinità maya: Hurakan era il dio del vento e della tempesta, e il suo nome significava “colui che si regge su una sola gamba” (con chiaro riferimento alla forma dell’uragano).

Trovo molto interessante il fatto che per gli antichi (politeisti) le manifestazioni della natura fossero considerate divinità. Oggi al massimo siamo portati a pensare che le manifestazioni della natura siano prove dell’esistenza divina oppure azioni divine (per cui ogni tanto si sente dire che terremoti, uragani, tsunami e quant’altro sono “punizioni” di Dio). Ma nell’antichità non era così. Quando ad esempio i Maya vedevano un tornado credevano di avere davanti agli occhi il dio Hurakan (come testimonia il nome: ‘colui che sta su una sola gamba’). Quel tornado non era un’azione divina, era il dio stesso.

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Leggi inutili

Ogni volta che una problematica sociale sale agli altari della cronaca c’è il bisogno irrefrenabile di scrivere una legge. Allora ecco il ddl contro la corruzione, ecco l’aggravante contro l’omofobia, ecco l’omicidio stradale…tutte proposte di legge inutili, perché le relative norme di legge esistono già.

Basta vedere i tre casi sopra citati: la nostra legge punisce già la corruzione; tra le aggravanti comuni esiste quella dell’aver commesso il fatto per “motivi abietti e futili” (e picchiare un uomo solo perché è gay è senza dubbio un motivo abietto, cioè ignobile); il cosiddetto “omicidio stradale” è già punito: è una forma aggravata di omicidio colposo.

Ho tanto l’impressione che in Italia si usino le leggi solo per fare propaganda, solo per poter dire alla piazza (che poco sa di diritto) “Ecco, noi abbiamo fatto la legge!”. Poi però ci lamentiamo che siamo uno dei Paesi con più norme…

Qualcuno dirà: “Eh ma insomma, bisogna rimarcare con forza che siamo contro la corruzione, contro gli ubriachi al volante che fanno stragi, contro i bastardi che menano un ragazzo solo perché è gay”. Va bene, ma la legge serve a regolare l’esistente, non a ribadire valori e principi. Se una situazione è già disciplinata, perché disciplinarla due, tre, quattro volte? Non ci accorgiamo che nel frattempo creiamo solo una mole inutile di leggi? Che poi si raggiunga l’obiettivo di stimolare una riflessione tra la gente è tutto da vedere….l’unica cosa certa è che si appesantisce il lavoro ai nostri magistrati (sicuramente non illustri per la loro rapidità).

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La strana sospensione di Borghezio

Pochi giorni fa Borghezio aveva definito le idee di Breivik “condivisibili” e in alcuni casi “eccellenti”, seppur “al netto della violenza”. Calderoli aveva subito preso le distanze, e proprio ieri è arrivata una presa di posizione ufficiale del partito: la sospensione temporanea di Borghezio dalla Lega Nord. Una scelta che trovo sorprendente, non fosse altro per una questione di coerenza ideologica, e cioè: considerate le posizioni della Lega Nord sull’Islam, le dichiarazioni di Borghezio sono state poi tanto strane? Borghezio fin da principio aveva distinto tra “idee” e “violenza”, e dunque il suo giudizio concerneva esclusivamente gli scritti di Breivik precedenti la strage di Oslo. Ci si potrebbe chiedere: è legittima una simile distinzione? A mio parere sì: possiamo benissimo leggere il Mein Kampf di Hitler senza tener conto delle stragi naziste. Anzi, se vogliamo analizzare nel modo più corretto possibile un testo dobbiamo aver riguardo di ciò che lo ha preceduto ed ispirato, ma non di ciò che lo seguito, perché il giudizio rischierebbe di essere inquinato.

Ora, bisognerebbe prendere in mano gli scritti di Breivik , confrontarli con un qualsiasi comizio anti-islamico della Lega Nord e cercare di capire se vi è poi così tanta differenza. A mio parere non ce n’è, tant’è vero che nella lista nera dei partiti italiani stilata da Breivik spicca proprio l’assenza della Lega Nord. La sospensione di Borghezio dunque non mi sembra ragionevole: probabilmente ha come unica spiegazione il fatto che la Lega riveste funzioni di governo e che quindi deve tutelare l’immagine dell’esecutivo italiano in Europa.

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La politica è potere e servizio

Il paradosso della politica è la sua duplice natura di servizio sociale e di mezzo di affermazione personale. Da un lato abbiamo un fine nobile, quasi caritatevole, mentre dall’altro abbiamo il potere e tutti i suoi vantaggi.

Ripetiamo sempre che chi occupa una poltrona importante dovrebbe avere cura dei cittadini, e non è sbagliato. Ma dimentichiamo che quella poltrona dà un potere, e che essendo tutti noi naturalmente inclinati a cercare il denaro e la fama, ambiremo a coprire quel ruolo non tanto per curare la cosa pubblica, quanto piuttosto per affermarci personalmente. La vita del resto è una sola, e se si ha una possibilità si cerca di coglierla. Chi non lo fa o è un inetto o possiede un’integrità morale fuori dal normale.

Di una cosa sono certo: non sempre c’è mala fede nell’animo di un politico che si candida a una qualsiasi carica. Anzi, nella maggior parte dei casi il politico in questione è davvero convinto di desiderare quel posto per mettersi al servizio della comunità e  non per ottenerne un tornaconto personale.  Ma in realtà, inconsciamente, quello che brama è esattamente il potere.

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Lontananza e passato

Gli amici lontani non appartengono al presente, ma al passato, alla dimensione dei ricordi. Anche quando continuiamo a sentirli. Infatti ciò che è assente non può appartenere al presente, e quando parliamo con un amico lontano inevitabilmente facciamo un tuffo nel nostro passato, perché le esperienze che ci legano a quella persona sono tutte passate. In realtà quell’amico stesso è un ricordo, un’idea. Niente di più distante dalla materialità e dalla concretezza che animano il presente.

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Lo spirito delle leggi

Possiamo imporre le nostre leggi ai Paesi del terzo mondo? E se sì, in quale misura? L’Italia può o deve prendere spunto dall’esperienza legislativa di altri Paesi occidentali?

Vediamo: in Inghilterra non esiste una costituzione e in Francia i pubblici ministeri dipendono dal potere esecutivo. Cosa accadrebbe in Italia se non avessimo una costituzione e se i pm non fossero indipendenti? Be’ non serve fare molte ipotesi o lavori di fantasia, una situazione del genere l’abbiamo già vissuta sotto il fascismo, dove lo Statuto Albertino era carta straccia e i pm erano manovrati dal regime mussoliniano. Questo per dire che ogni Paese è una realtà a se stante, e che i paragoni con le leggi degli altri Stati lasciano il tempo che trovano: ogni nazione deve trovare le sue leggi, ovvero quelle che più si adattano al carattere della popolazione locale.

A tal proposito cito due grandi illuministi: il francese Montesquieu e l’italiano Beccaria. Il primo dice:

“[Le leggi] devono essere talmente adatte ai popoli per i quali sono istituite che è incertissimo se quelle di una nazione possano convenire ad un’altra”

Ma non si ferma qui e va oltre, legando l’efficacia delle leggi addirittura alla condizione climatica e alla posizione geografica dello Stato. Scrive infatti:

“[Le leggi] devono essere corrispondenti alle caratteristiche fisiche del Paese; al clima- freddo, ardente o temperato – ; alle qualità del suolo, alla sua situazione, alla sua ampiezza; al genere di vita dei popoli, agricoltori, cacciatori o pastori; devono rifarsi al grado di libertà che la costituzione può permettere, alla religione degli abitanti, all’indole di essi, alla loro ricchezza, al numero, al commercio, agli usi e costumi. E’ quindi necessario che vengano considerate sotto tutti questi punti di vista”.

Il legislatore deve dunque tener conto dello spirito della popolazione. Questo tuttavia non significa che debba “adagiarsi” sui vizi e sui difetti di un popolo. Il legislatore infatti deve disciplinare l’esistente, non giustificarlo. Cesare Beccaria conclude la sua opera “Dei delitti e delle pene” con queste parole:

“Concludo con una riflessione, che la grandezza delle pene dev’essere relativa allo stato della nazione medesima. Più forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio. Vi vuole il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo del fucile. Ma a misura che gli animi si ammolliscono nello stato di società cresce la sensibilità e, crescendo essa, deve scemarsi la forza della pena, se costante vuole mantenersi la relazione tra l’oggetto e la sensazione”.

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